I primi 40 anni dell’incredibile Schiava Gschleier di Girlan

I primi 40 anni dell’incredibile Schiava Gschleier di Girlan

di Jacopo Cossater

Quando è arrivato l’invito in redazione sono stato il primo ad alzare la mano e a candidarmi a partecipare a quella che, l’avevo capito subito, sarebbe stata una degustazione memorabile. Non che io sia un così assiduo frequentatore dei vini rossi dell’Alto Adige, anzi, ci sono però bottiglie che negli anni ho avuto la fortuna di incrociare diverse volte con esiti mai meno che entusiasmanti. La Schiava “Gschleier” prodotta dalla Cantina Girlan è uno di questi, specie nelle sue versioni più datate: un vino che mi aveva sempre colpito per la grande personalità in grado di esprimere, non solo se paragonato alle altre Schiava dell’ampia zona del Lago di Caldaro, troppo facile, ma anche in termini assoluti. Un rosso di straordinaria leggiadria, la cui struttura non è mai protagonista ma che è al tempo stesso sempre sostenuto da un’architettura tutt’altro che esile, così ben definita nell’acidità e nella polpa.

È andata benissimo: la verticale organizzata presso la recentemente rinnovata sede della cantina sociale in occasione dei suoi primi 40 anni non ha tradito le attese e ha dimostrato ancora una volta la capacità di invecchiamento di questo vino così unico, capace di oltrepassare con slancio i confini di una tipologia troppo spesso pensata per un consumo quanto mai rapido, che supera a fatica i primi 2 o 3 anni di vita.

L’omonima vigna ha una superficie di circa 5 ettari, la coltivazione è a pergola, l’età media delle viti è di 80 anni e se l’annata è buona da questo appezzamento situato poco a nord-ovest del centro abitato di Cornaiano si ricavano circa 20.000 bottiglie. La vinificazione avviene in vasche d’acciaio e la maturazione, invariata dalla prima annata prodotta, quella del 1975, in botte grande per 10 mesi. A leggere questi pochi dati la ricetta sembra tutt’altro che particolare, non emerge niente che la renda insomma così speciale, così unica. Eppure la Schiava “Gschleier” non solo non ha eguali negli immediati dintorni ma è anche giustamente considerato come uno dei più grandi vini della provincia di Bolzano. Uno di quelli che riescono a smarcarsi dagli eccessivi tecnicismi che caratterizzano larga parte della produzione altoatesina e che con il passare degli anni hanno saputo rimanere fedeli alle proprie origini. Non che sia immune ad alcuni lievi cambiamenti stilistici, a partire dal nuovo millennio tutti i vini denotano per esempio un maggiore calore, si tratta tuttavia di un rosso le cui annate più recenti riescono a dare la stessa sensazione di eleganza che è possibile percepire nelle più vecchie. La 2015 in assaggio è per esempio una delle annate che ho preferito nonostante fosse tutt’altro che evocativa, caratteristica che ha tratteggiato molte delle migliori bottiglie in degustazione.

Valt Spitaler

1976 – Di una finezza sfaccettata, cangiante e fragile. Le note sono quelle dei piccoli frutti rossi maturi e del fieno, d’estate e in una giornata di sole, sensazioni tenute insieme da lievi richiami di crema pasticciera. Meno definito nella struttura rispetto ad altri assaggi dimostra comunque un’acidità di sorprendente tenuta, capace di dare ritmo all’assaggio. Una vera sorpresa, uno dei vini che più mi hanno colpito e che mi sono ritrovato ad assaggiare anche nei minuti successivi.

1983 – Deciso, a tratti irruento. Le note sono quelle della rosa passita, della ruggine e del peperone rosso maturo, anche se appena accennato. Spicca per un’intensità che si perde quasi subito e che dopo pochi istanti sfuma su note ferrose, semplici e poco invitanti. Una delle annate meno interessanti tra quelle in assaggio.

1985 – Incantevole per purezza e per energia. Le note sono quelle della cipria e soprattutto quelle di tanti piccoli frutti rossi, declinati nelle rispettive versioni distillate. Sembra non avere peso tra acidità e fragranza, polpa e lunghezza. Etereo e leggiadro, sul finale dell’assaggio grazie a una trama tannica di sorprendente rifinitura si aggrappa alle papille gustative senza andare via. Una meraviglia.

1990 – Evocativo. Le note ricordano ambienti farmaceutici prima di virare verso toni più ematici, animali. Cremoso, sorprende non solo per un’acidità addirittura squillante ma anche per una bellissima scia sapida che ne delinea il finale, invero piuttosto rapido nel farsi dimenticare. Servito per primo durante la degustazione, è quello che oggi dimostra una maggiore evoluzione e che al tempo stesso stupisce per quella leggerezza e quell’incisività che caratterizza la Schiava “Gschleier” dopo molti anni di invecchiamento in bottiglia.

1995 – Di un’eleganza calda, profonda e vibrante. Le note sono quelle dei piccoli frutti rossi in confettura, profumi che anticipano sentori quasi toscani, così ben bilanciati tra tabacco, ruggine, pellame. Sfuggente, almeno all’inizio, è tra i vini in assaggio uno di quelli che si caratterizzano per la decisione della propria trama tannica, sensazione che ben si affianca a un’acidità e una lieve sapidità lontane, sfuggenti. È in questo contrasto tra leggerezza e mordente che trova il suo momentum. Un campione, buonissimo oggi e probabilmente altrettanto gustoso ancora tra molti anni.

1997 – Stanco. Le note sono autunnali e ricordano il sottobosco tra licheni, funghi e muffe, sensazioni avvolte da un leggero strato di polvere. Un peccato, soprattutto alla luce di un assaggio che denota un buon equilibrio tra polpa e freschezza. La meno interessante tra le annate in assaggio.

1999 – Leggiadro anche se non così profondo. Le note sono quelle già ritrovate in precedenza dei piccoli frutti rossi maturi e di una certa animalità. Sono però declinate se possibile in ancora una maggiore purezza per un assaggio dal peso pressoché nullo. Un lieve sbuffo di acidità volatile ne solleva gli aromi anche se in chiusura sembra meno squillante, più semplice nell’esito.

2007 – Sostanza e allungo. Una grande annata le cui note sono quelle della buccia d’arancia, del distillato di frutta rossa, del ferro. Paga qualcosa in termini di freschezza ma compensa con una meravigliosa sensazione di sfericità che si traduce in una maturità vibrante nell’energia. Forse non il bicchiere più elegante ma che stoffa, che beva mordente.

2009 – Fragile. Le note richiamano sentori già avvertiti nelle annate più vecchie, cipria e vaniglia ma anche rosa passita e fieno, non senza un vago ricordo vegetale che lo impreziosisce e che lo rende quanto mai accattivante. Come già avvertito in precedenza acidità e sapidità scandiscono ne scandiscono il passo in un contesto di assenza di peso. Se da una parte da un’annata così recente ci si aspetterebbe una maggiore presenza strutturale dall’altra è così affascinante perdercisi.

2010 – Di una modernità fine a se stessa. Al naso le note sono quelle del frutto rosso appena colto, in piena maturità, dello yogurt alle ciliegie, della vaniglia. Tutto sembra al suo posto anche se poi risulta essere non poi così interessante nella beva, nello svolgimento, nell’esito. Per il sottoscritto un punto interrogativo su cui magari tornare tra alcuni anni.

2012 – Sfaccettato e profondo. Al naso le note sono quelle dei piccoli frutti rossi, mai prima così definiti e appetitosi, affiancate da piacevoli sensazioni agrumate. Raffinato, stupisce per una trama tannica mai invadente e anzi di impressionante finezza. La dimostrazione di un vino che è in grado di rimanere fedele alle sue origini anche a distanza di molti, moltissimi anni dalle sue prime volte.

2015 – Squillante e purissimo. Al naso le note sono quelle della ciliegia, della rosa canina, di un legno di grande rifinitura. Succoso, croccante, convincente non solo per profondità ma anche per lunghezza. Soprattutto per beva.

In enoteca il prezzo dell’annata corrente, la 2015, è di circa 14 euro.

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Giornalista, su Intravino dal 2009.

1 Commento

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Francesco Annibali

circa 4 anni fa - Link

Una decina di anni fa feci una mini verticale in azienda con Carlo Macchi. Ho un gran ricordo della 1983 e soprattutto del 1976. Un po' come se la Schiava, quando è buona, tenda a rischiarirsi dagli odori quasi di riduzione di gioventù.

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