I Poli di Santa Massenza, il borgo della grappa trentina

I Poli di Santa Massenza, il borgo della grappa trentina

di Thomas Pennazzi

È da quest’autunno che volevo scriverne: lo faccio ora con colpevole ritardo, lo confesso. Ma la storia di Santa Massenza e dei suoi grappaioli ha qualcosa di unico nel panorama della distillazione italiana.

Siamo alle spalle di Trento e del suo Monte Bondone, nella Valle dei Laghi, dove il Sarca, il fiume che dalle Dolomiti di Brenta scende al lago di Garda, crea una serie di scenografici laghetti alpini, di cui il più famoso è quello di Toblino col suo castello. Voi lettori avrete sicuramente familiarità con questa zona ricca di cantine e madre del raro quanto pregiato Vino Santo trentino.

Ma è di tutt’altro che volevo raccontarvi: incassato in un angolo riparato di questa lunga valle si nasconde il minuscolo borgo di Santa Massenza, centocinquanta anime, una piazzetta e un laghetto blu, in parte soffocati dalle ingombranti installazioni di una centrale elettrica nascosta in una caverna.

Grazie al particolare ambiente, riparato a nord dalle alte pareti rocciose e mitigato dall’Ora del Garda, il vento tiepido che risale il lago dalla Val Padana, qui riescono a dar frutto anche gli olivi; oltre Santa Massenza non c’è luogo più a nord in Europa dove ciò succeda, dicono gli abitanti.

La storia ci racconta che il borgo era proprietà e fondo agricolo dei principi‑vescovi di Trento, e che i suoi contadini erano incaricati della cura dei due alambicchi siti nel palazzo vescovile, dimora estiva dei prelati. Quindi queste famiglie sapevano già da secoli trarre il forte spirito dalle vinacce delle tenute principesche. Decaduto il potere vescovile con l’arrivo di Napoleone (1801), ed insieme il suo monopolio sulla distillazione, si ha notizia nel villaggio delle prime distillerie private dalla metà del 1800, giunte poi fino al numero di tredici tra le due Guerre: in pratica una ogni dieci abitanti.

Oggidì ne rimangono cinque, rette da altrettante famiglie, che portano lo stesso nome, Poli, tutte imparentate tra loro. Arte dinastica quindi, e arte di tutto il borgo, che fa della viticoltura il perno della sua economia. Le piccole vigne tra le case e alle spalle del villaggio sono coltivate principalmente a nosiola, che trova qui un cru particolarmente felice grazie al microclima, ma anche a viti a bacca rossa: schiava e rebo su tutti. La filiera è quindi a ciclo chiuso per molte delle grappe prodotte: coltivazione, vinificazione, vinaccia e distillazione si trovano tutte in famiglia. Per altre grappe si ricorre a vinacce fresche reperite nei dintorni, e non ne mancano certo, in Trentino.

Per ingenuità o imprevidenza forse, a queste famiglie è stato impedito di utilizzare commercialmente il proprio nome, dacché un omonimo e più grande grappaiolo – veneto questo – ha registrato il proprio cognome come marchio d’impresa. Vicenda triste ed ingiusta, perché mai come a Santa Massenza luogo e grappa si identificano nel nome dei loro abitanti, i Poli: che sono costretti quindi ad utilizzare marchi di fantasia. Per fortuna la grappa parla per loro, e molto.

Le famiglie, dicevamo: cinque, e cinque le distillerie, ma circa dieci i grappaioli, perché padri e figli, tutti sono impegnati nel mestiere. Il decano del borgo è Giovanni Poli: lui per anzianità ed esperienza tra gli alambicchi può dire l’ultima parola.

Le aziende: Distilleria Giovanni Poli Santa Massenza (Giovanni e Graziano Poli); Distilleria Francesco (Francesco ed Alessandro Poli); Maxentia (Valerio ed Enzo Poli); Distilleria Casimiro (Bernardino Poli); Giulio & Mauro (Giulio e Mauro Poli).

Gli alambicchi: un tempo erano del tipo discontinuo a caldaia, non dissimili dal modello usato a Cognac, e si distillava a legna e a giornata, secondo il diritto austriaco. Grandissima scuola, questa: l’alambicco a fuoco diretto esige una mano salda, da fuochista, prima ancora che da distillatore, non essendoci controlli, al massimo un termometro all’uscita del capitello; l’arte di un tempo era quindi tutta mano, naso e occhio. Oggi la tecnica permette più relax: gli alambicchi sono ormai del tipo Zadra a bagnomaria, a vapore riscaldato dal gas con precisione termostatica. Chi ne possiede uno, chi due, secondo il volume della produzione, ma sempre in un’ottica familiare.

Le grappe: ognuna delle distillerie ha una gamma ampia di grappe da vinacce locali, dalle tradizionali miste trentine, alle mono‑vitigno, per le quali tutti i distillatori italiani devono sentirsi grati debitori ai friulani Nonino; inoltre tutte hanno una produzione di grappe con infusione d’erbe, liquori a base di grappa e qualche distillato di frutta.

Quindi da ciascuno di loro potrete trovare le grappe bianche di müller‑thurgau, traminer, moscato giallo, e di nosiola, le nere da cabernet, schiava, marzemino, rebo e teroldego; e qualche grappa invecchiata in rovere, oltre a rare specialità, capriccio o segreto di ogni distillatore.

Ma la gemma di Santa Massenza, che i Poli vi offriranno, fieri di mostrarvi il capolavoro della propria arte, è la grappa di Vino Santo. Questa è prodotta dalle vinacce residue dalla produzione del Vino Santo trentino, orgoglio della Valle dei Laghi. Santo perché pigiato nella Settimana Santa dopo il lungo appassimento delle uve di nosiola; la poca grappa ottenuta viene poi invecchiata nelle stesse botti che hanno contenuto il Vino Santo, arricchendosi del residuo del passito estratto dalle doghe, ed acquisisce maturità, corpo, e profumi intensi ed eleganti durante la lenta ossidazione in rovere: ci vorranno però anni. L’umile nosiola, già trasfigurata dall’appassimento e dalla distillazione, si riveste nella botte di abiti sontuosi, e ne uscirà regina come Cenerentola dalla zucca fattasi carrozza.

Non c’è che dire, questi artigiani trentini tengono davvero molto alla loro grappa: la cura della materia prima, la fermentazione ben condotta, gli impianti moderni, la manualità e l’esperienza, conducono ad una acquavite che nel calice si racconta in tutta trasparenza. E credetemi, è grappa onesta pure nel prezzo.

I tratti comuni a tutte le grappe di Santa Massenza, quale che sia il produttore, sono la grande pulizia, la ricchezza degli aromi varietali, e la finezza. Grappa come Bacco comanda insomma, senza sbavature, note acetiche, puzze “di grappa”, o morbidezze sospette. Poi, starà a voi valutare se vi piaccia di più il distillato di nosiola o di schiava dell’uno o dell’altro Poli; l’acquavite vi offrirà nel calice la stessa gentilezza dei suoi valenti artefici, e sarà grappa senza artifici, sincera e limpida come il laghetto in cui si specchia il suo borgo natio.

avatar

Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

Nessun Commento

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.