I pensieri di Pasqua del Commissario Antonetto

I pensieri di Pasqua del Commissario Antonetto

di Samantha Vitaletti e Emanuele Giannone

 I. Voi fate sogni ambiziosi.

Io sto con Lydia Grant. Quella di Saranno Famosi. Che diceva le cose come stanno.

C’è una stampa falsa e propagandistica che si diverte a sfruttare le paure della gente e diffonde l’idea di un’esistenza priva di grassi, ma anche di piacere. Cito, ferita e indignata: “E’ possibile concedersi qualche sfizio goloso durante le feste senza correre il rischio di mettere su peso? Sì, è possibile. Facendo un po’ di attenzione a quello che si mangia nel periodo precedente e adottando qualche semplice accorgimento”. Cioè: per poterti permettere il pranzo di Pasqua devi cominciare a digiunare il due gennaio a colpi di barrette e tisane. Ma mi faccia il piacere.

La cosa mi sembra assumere odor di offesa. Prima di tutto nei confronti di chi il giorno di Pasqua cucinerà per te. Una sorta di dovere morale non dovrebbe soltanto infonderti il desiderio di sederti a quella tavola ispirato e pronto ad accogliere quanto ti sarà offerto, ma anche renderti così forte e giusto da chiedere convintamente almeno un bis di ogni pietanza e di ogni bicchiere almeno un rabbocco. Mi pare offensiva, la cosa, anche per un altro motivo: non è giusto sminuire il valore di un’assemblea permanente, seppur gastro-esofagea. Scendere in piazza una tantum può, sì, essere apprezzabile ma è nella continuità e nella costanza che si può comprendere il vero valore delle cose. Non si può svilire l’impegno di chi tutto l’anno lotta almeno due volte al giorno per tenere salda la posizione, seppur dei piedi sotto il tavolo.

E quindi prima di Pasqua per esempio c’è il Venerdì Santo, giorno in cui notoriamente si mangia di magro. Ma, con un abile cavillo, da qualche parte il “mangiare di magro” è stato interpretato come “non si mangia carne”. E si sono susseguite cozze alla marinara, che merceologicamente saranno pure molluschi ma erano così belle grasse e succulente come quagliette ripiene, fritture di totani e alici, ma alici felici e appanzate dopo il massaggio in olio caldo, e una minestra di broccoli e arzilla che ha rimesso a posto quel residuo di coscienza perché, signora mia, c’era il pescetto e c’era la verdurina. E poi c’è stato il Sabato, che è importantissimo per non perdere il filo e non compromettere l’allenamento militante. Perché fermarsi il sabato vorrebbe dire che poi la domenica si arriva affamati e si è sazi già al terzo, famelico, boccone. Invece no, anche il sabato s’è fatto quello che s’è potuto e dovuto e la Domenica di Pasqua ha visto noi, i campioni del dotto biliare, gli psicanalisti del colon irritabile, i confessori delle transaminasi pentite, giustamente ricompensati con l’alloro della panza più turgida della tavolata, tra commosse congratulazioni e sentiti ringraziamenti per l’eleganza e l’affetto con cui si sono accolti etti, litri e calorie. Ecco perché sto con Lydia Grant, perché so di che parla: “Voi fate sogni ambiziosi: successo, fama, ma queste cose costano. Ed è esattamente qui che si comincia a pagare. Con il sudore.” Altro che barrette.

II. Oramai tutto il mondo lo sa.

Oramai tutto il mondo lo sa: Roma è subissata di monnezza. La nostra municipalizzata si chiama AMA ma nessuno più corrisponde al suo dichiarato amore. Quello che l’Orbe invece non sa, è come l’Urbe sia invasa da un’altra specie di scoria, immateriale e nondimeno dilagante e fastidiosa: l’evento esclusivo. Ogni mattina, quando esce di casa, la scelta che si offre agli occhi torpidi dello spettatore capitolino è quella tra la contemplazione degli alacri rovistatori di cassonetti esondati, una variopinta variante romana dell’economia circolare, coi loro sciancati trabiccoli adibiti al trasporto del bottino; e la contemplazione alternativa dei rovistatori di social, assorti in cernita nel resultume delle anteprime, dei vernissage, delle soirée danzanti e panzanti e di tante altre splendide cornici della sera prima. E non basta: a noi, callidi compilatori d’agende enoiche nonché monnezzari per ius soli, le bottiglie che copiose debordano tanto sui selciati intorno alle campane per la raccolta del vetro, quanto sui socialati che scampanano di Etro e glitter e glitz, dicono che una parte consistente della monnezza tracimante al mattino dai cassonetti mediatici viene escreta dagli eventi esclusivi del vino.

Per non sentirci da meno, abbiamo finalmente deciso di darci anche noi all’organizzazione di eventi. Eventi ovviamente molto esclusivi, anzi: esclusivissimi. Eventissimi. Così esclusivi, che abbiamo proprio escluso tutti. Cancellato gli accrediti. Staccato i telefoni. Chiuso gli scuretti. Sbarrato le porte. Stiamo così vivendo una serie di eventissimi così felici, che il migliore è sempre il prossimo. Come dite? Se sia tutto veramente così bello? Chi può dirlo? Noi stiamo alla grande, questo è certo. E poi, con tutto il bello che gira, che volete che ce ne importi? Dove tutto diventa bello, non vi è più nulla di bello. Le stimolazioni continuative conducono all’intorpidimento (cit.). E l’arte è passata dallo stato solido direttamente a quello gassoso (cit.), saltando a piè pari quello liquido (oddìo, in questo ha fatto bene). Le esibizioni hanno fatto il loro tempo.

Parellada 2017 Celler Tuets. Vino naturale (così indicato anche in etichetta). Nella Comarca del Alt Camp, Provincia di Tarragona, Albert Domingo Navarro produce Garnacha Blanca, Chenin Blanc e Syrah, oltre a tremila bottiglie di Parellada, da vigneti ad alberello su terreni calcarei con inserti franco-arenosi e franco-argillosi a 5-600 metri di altitudine. Si fa presto a dire vin de soif: questo vi d’autor è un primaverile, allegro e potente facilitatore di conversazioni e buoni propositi. Un genere di conforto. Cedro, pera, susina, fieno e fiori bianchi danno forme al corpo magro e longilineo ma aggraziato, vivace in progressione e nitido nelle sensazioni finali di frutta bianca. Essenziale, brioso, presente e, vivaddio, soprattutto dissetante.

Ahi, se Jean Renoir l’avesse potuto avere a disposizione nel 1936 questo sarebbe stato il vino del picnic di “Una gita in campagna”!

Rias Baixas Albariño 2017 Bodega Albamar. Cambia la regione, ma la dichiarazione programmatica resta la stessa: aplacaré tu sed. Le Rias frastagliano la Galizia litoranea e sono simili a fiordi, mare che si insinua; rispetto a quelli meno profonde e ripide, poiché occupano valli non glaciali, bensì fluviali. Quelle basse si trovano tra il capo Finisterre e la frontiera portoghese. Rias Baixas è, in termini di quantità prodotta, la Denominazione gallega più rilevante (0,1 mln/hl) e l’Albariño il suo più titolato rappresentante tra i bianchi. Coltivazione biologica, suoli sabbiosi granitici a ridosso del mare e la segnatura del mare si manifesta nella sapidità saliente, nella nota iodata e nella freschezza corroborante. Bocca di erbe, frutta bianca e sale, tesa e piena nello sviluppo, dal finale lungo, all’insegna di frutta bianca, mirto e oliva.

È il vino che potrebbe far da sfondo alle notti di Julieta, protagonista dello splendido omonimo film (2016) di Almodovar, nel pueblo di Redes, presso la rìa de Ares, in quella parte di Galizia che è un tutt’uno col mare di cui respira l’energia ed elabora gli struggimenti.

Terra Alta La Foradada de Frisach 2017 Celler Frisach (garnatxa blanca). Dice il Saggio che il vino non andrebbe scelto in base all’etichetta. Questa condivisibile regola di buon senso può tuttavia ammettere eccezioni preziose. Ad esempio: indagando su La Foradada e sul panorama riprodotto in etichetta, scopri che quel pittoresco villaggio servì, come tanti altri in Catalogna e altrove in Spagna, da campo scuola e tiro a segno a prodi nazifascisti d’esportazione i quali, poverini, in patria si annoiavano alquanto. Qui presero a divertirsi cancellando skylines e quartieri, all’uopo invitati dall’amichetto caudillo. Così finisci per scoprire, poiché italians do it better e amano la movida, che cuando llovían bombas a Barcellona la movida barcelonesa era proprio indimenticabile: fu grazie ai nostri animatori che duecento persone, per la maggior parte bambini, ballarono da morire il 30 gennaio 1938 nel bombardamento della Chiesa di San Filippo Neri. La festa più grande si tenne poco dopo e durò 3 giorni, dal 16 al 18 marzo: oltre 1300 croci a ricordarne i fasti. Il vino è buonissimo e folle. Fermentazione sulle bucce per una settimana, un anno sulle fecce fini senza bâtonnage, filtrazioni, o aggiunta di solfiti, quindi imbottigliamento. Cambia più volte aspetto ed espressione, profuma di fiori, grano, mandorle e resine, è voluttuosamente ronde, energico nella presa e in progressione, saporoso di erbe, miele amaro e mirabelle, sapido e teso, nettante in chiusura ma chi se ne frega. Quelli sul vino sono i dettagli di minore importanza.

È il vino del matrimonio di Steve e Angela nel Cacciatore (Michael Cimino, 1978), vino festoso, con vena di tensione drammatica.

Tre Venezie Quinto Quarto 2017 Terpin (ribolla gialla). Ma vogliamo parlare del dono divino dei vicini o conoscenti, pochi ma essenziali, che risolvono la situazione? Della vecchina di là dal pianerottolo che soccorre quando hai già buttato gli spaghetti e ti accorgi che te manca l’ajo pe’ l’ajo e ojo. Di quello che ha i cavi e vive proprio nella zona dove ti è svenuta la batteria. Della leggendaria nonna, o zia, delle polpette, ristoro e sedativo per grandi e picciriddi. Del bottegaio che ti fa da fermo posta nella corsa folle dei corrieri di Amazon, IBS eccetera e delle consegne erratiche. Del vignaiolo che ti fa il vino per tutte le occasioni, tutte le pietanze, tutte le stagioni e tutte le tasche. Appunto: eccolo. Stavolta è andata di Ribolla, col Friulano va uguale.

È Mary Poppins (Robert Stevenson, 1964). Quella originale, però. Julie Andrews sulle bucce.

Brunello di Montalcino 2014 Tassi. Spariglia le carte sul tavolo di quest’annata che porta con pazienza lo stigma della minorità. Sorprende, smarcandosene senza stupire. Vino intenso, slanciato, complesso all’olfatto e vivace al palato. Fitto nella trama gustativa e nell’impressione tattile, persistente, dalla lunga coda sapida e fruttata.

In un mondo dominato dal bellume dei bredpitt, non si farà peccato ad accostarlo orgogliosamente ad un Lando Buzzanca da Merlo Maschio (Pasquale Festa Campanile, 1971).

Gevrey-Chambertin Vieilles Vignes 2013 Rossignol-Trapet. Depuis que che la Borgogna ha rotto gli argini e imbevuto Roma in omnibus partibus, noi ci difendiamo restando all’asciutto in particula nostra e da quassù attendiamo che passi il diluvio, bevendo quella parca e intima che sa di mercato del sabato a Place de la Halle e Place Fleury, del tratto acclive di Via C. Jaffelin in un volo di foglie autunnali, della vigna a forma di teatro, del più buffo quindi bello tra i milioni di Hôtel de France con affaccio sulla stazione e caloriferi coevi di Jean Gabin (tale fu prima che, ahimé, lo ristrutturassero), delle cantine aperte ad Aloxe-Corton e di quest’anonima svolta a destra prima di parcheggiare da loro, cioè al sicuro. Ciliegie e lamponi a festa, menta, grafite in tratti leggerissimi, vino allegro e composto, di polpa e tensione. È d’altra parte nello stile della casa il fondere a nostro beneficio eleganza ed esuberanza.

“No hay banda, no hay orquesta”. Siamo dentro Mullholand Drive (David Lynch, 2001), seduti nel club Silencio. E la musica non si ferma.

St.-Julien En St.-Alban Vieille Serine 2012 Domaine de Pervaud – Eric Texier (syrah). Di grande discrezione ed eleganza al naso. Arioso. Bacche rosse in essenza, rose, timo, lavanda, foglia d’olivo. Prende il palato per freschezza e misura, lo conduce spigliatamente tra bacche rosse e sottobosco. Vino di taglia media e presenza ben oltre la media, succoso e composto, quieto e rassicurante. In una parola: elegante.

È il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Felix Herngern, 2013). Come a dire: l’apparenza inganna e dietro a un’aura di composta seriosità può nascondersi un divertente giro di giostra.

Roero Riserva Bric Aût 2006 Generaj (nebbiolo). Magnum 4 di 15. Come a dire che stiamo avendo l’onore di appendere in casa una delle facce di Marilyn. Tredici anni sulle spalle che, evidentemente, ha vissuto molto bene e comodamente nel generoso spazio catastale concessogli. Me lo immagino che si stiracchia e si riposa e si drizza e si contorce e si rilassa per tutto questo tempo. Nessun segno di cedimento, né di incanutimento. I capelli sono ancora di un bel nero corvino, squilla nel calice e generosamente offre polpa di melograno e viole, un fil di ferro sorregge i muscoli nervosi e scattanti, sbuffi terrosi avvertono quando arriva il momento del congedo.

È Rupert Everett ne “L’importanza di chiamarsi Ernesto” (Oliver Parker, 2002), ossia le cose non sono quasi mai come ce le si aspetta e quasi sempre sono sorprendentemente più interessanti di come ce le si era figurate.

Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2014 Tiezzi. Elegante e coinvolgente anche in questa sua versione meno concentrata e più magra, in cui si ritrovano nondimeno l’iris, il tè, le ciliegie, gli incensi e le spezie che conosciamo, più leggeri. L’insieme è più risolto e pronto del solito: una sorpresa, non certo un difetto.

“L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai” dice Holly Golightly, cioè Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961). Se non fosse per la cronologia che non torna, potrebbe tranquillamente riferirsi a questa bottiglia.

Chianti Classico 2017 I Fabbri. La prima volta che ho assaggiato questo vino me ne sono innamorata. Ne scrissi che era la vigna del Chianti più vicina al cielo. E questo essere così quasi fra le nuvole mi affascina ancora ogni volta. La spinta verso l’alto, il suo essere così dritto e sicuro e preciso, come una freccia sapientemente scoccata da un tiratore esperto, l’addolcirsi in uno sbocciare di profumi silvani e di frutta piccola croccante ne fanno un sorso che appaga i sensi e li lascia quieti.

“Happiness is only real when shared” scrive Alex Supertramp, cioè Christopher McCandless, cioè il ragazzo a cui è ispirato Into the Wild (Sean Penn, 2007). Sono certa che, se nei boschi dell’Alaska avesse portato con sé una bottiglia, questa è quella che avrebbe scelto.

O Pando 2018 La Perdida (godello in prevalenza). Ecco Nacho Gonzalez, galiziano a Valdeorras, che in retroetichetta racconta senza mezzi termini un’annata poco fortunata. Preoccupante. Poi stappi, bevi e la retroetichetta sembra uno scherzo o un cleuasmo. Una bottiglia fatta di sole e d’erba e di tutta la gamma cromatica che unisce il giallo e il verde. Generoso riempie la bocca di sale, asciuga e riemerge con un’eco di foglie, erbe aromatiche e grano. Luminoso e coinvolgente, di conforto e compagnia, riscalda la conversazione e fa una gran figura in scena senza atteggiarsi a primadonna.

Ecco qui Claude Bukowski, di Hair (Milos Forman, 1979) e, mentre bevi, tutto intorno si alza il coro di Let the Sunshine In.

Marche Rosso Arshura 2015 Valter Mattoni (montepulciano). E così siamo arrivati dal Triduo Pasquale alla vigilia del compleanno più importante. Il vino della vigilia, stappato all’antivigilia, era fitto, spesso e radente, schivava le mozioni degli affetti e chiedeva più discrezione. Aveva ragione. Dopo una buonanotte, sgranchitosi il giusto, eccolo pieno, pulito e sodo, dolce ma solo di liquirizia e cacao in polvere, pieno di amarene e robusto di trama, con un tannino potentissimo ed elegante. Aveva chiesto carne e, quando l’ha avuta, se l’è bevuta agilmente. Regalando a noi il pre-brindisi più degno insieme a una lezione sulla compagnia più allegra per un controfiletto.

“Il viaggiatore non ha ancora raggiunto la sua destinazione finale”. Shayn Weiss, il mitico Birol Unel, in Soul Kitchen (Fatih Akin 2009). Apparentemente scontroso e antipatico, veramente capace di sorprendente, fantasiosa maestria.

1 Commento

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Beppe Viglione

circa 6 mesi fa - Link

Grazie della bellissima recensione.. viva il Roero 🍷

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