I miei assaggi al festival Radici, o anche: “Perché questo vino lo ha chiamato Shemale?”

I miei assaggi al festival Radici, o anche: “Perché questo vino lo ha chiamato Shemale?”

di Antonio Tomacelli

“Perché questo vino lo ha chiamato Shemale?”.
“Perché mio nonno diceva che il rosato non è carne né pesce”.
Uhm, il mio tour di assaggi tra i tavoli del festival Radici non poteva cominciare peggio. Per un pugliese come me che da bambino ciucciava rosati e ricci, questa affermazione suona come un’offesa da lavare col sangue. Mi siedo e stringo la mano del dottor Chirillo, proprietario dell’azienda Le Moire. “Ora ti stronco e te la faccio pagare” penso tra me e me e mi faccio versare questo rosato dallo strano nome. Bevo e, davvero, questo magliocco 2016 non è carne né pesce! Devo ricredermi, maledizione. Ha carattere e identità da vendere, è agrume e sole, senza dolcezze, senza compromessi. Merita tutto il nome She Male giacchè non è maschio, né femmina ma è qualcosa di più. Qualcosa d’altro. (86 p.)

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La cantina è aperta da poco, per cui mi vien facile pensare a una botta di culo del dottore e, ancora in modalità cattivissimo-me, proseguo negli assaggi. Zaleuco 2015 è un bianco da uve mantonico, pecorello e greco bianco, molto aromatico ma secco e anche lui, da buon calabrese, bello agrumato e salino come una cozza imbevuta di limone. (84 p.)

È tempo di rossi e, passando per l’Annibale 2015, un magliocco con un pizzico di sangiovese tutto cacao e ciliegia (86 p.), finisco con il Mute (magliocco, arvino, greco nero), altro vino del 2015 ma con una trama di spessore che nemmeno l’Odissea. È sontuoso, eccessivo, ha frutto nero da vendere, poi menta, cioccolata e bevendolo istintivamente ho pensato ai vini della Magna Grecia o alla corte di Trimalcione. Che sia questo il vino che accecò Polifemo? (90 p.). Probabile, visto che Paolo Chirillo ha la faccia di uno che infilerebbe 300 soldati in un cavallo di legno per il solo gusto di fotterti (vedi foto).

Qualche tavolo dopo e risalgo idealmente più a nord, in quel Cilento mai abbastanza nella mia agenda ma che, giuro, prima o poi devasterò lasciando i cilentani senza cibo né vino. Intanto mi accomodo a fianco di Bruno De Conciliis, genius loci testardo e un filo matto, giusto quel che serve per ostinarsi a fare vino in una terra che, per arrivarci, rischi di mandare in crisi di identità anche il più cazzuto dei navigatori.

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Bruno apre le danze con il fiano Donnaluna 2016 tutto fumo e scorza d’arancia, ingoiato dallo scrivente senza alcun ritegno (87 p.). Ho in bocca ancora i riverberi del 2016 mentre Bruno mi riempie il calice con un altro fiano, il Perella 2012, un vino dedicato a Ella Fitzgerald forse perché come lei, capace di far vibrare insieme bicchiere e cervello. Splendido senza bisogno di essere Lapio. (86 p.)

Assaggio con Bruno un paio di rossi, mentre le nostre chiacchiere sconfinano sul jazz e il Cilento. Due bottiglie interpretano ognuna a modo loro il difficile spartito dell’aglianico: il Donnaluna Aglianico 2015 che risolve in morbidezza e ritmo fruttato (87 p.), mentre il Naima Aglianico 2006 (Coltrane, what else?)  è verticale, pastoso e potente come un assolo di sax. Brividi?, sì, e in abbondanza (90 p.)

Dopo un’ora abbondante di parole e bevute piacevolissime vado a disintossicarmi da un amico cilentano muto e silente, Mario Notaroberto. Albamarina è il nome della sua cantina, segnatevelo e poi non dite che non vi ho avvisato. Quando avrete bisogno di un fiano per salvarvi la vita e una cena sul mare mi ringrazierete. Il Valmezzana Cilento dop 2015 è un vino prezioso e difficile da ottenere, ma solo su certe impervie colline il fiano si lascia andare e si concede in tutta la sua potenza. (89 p.)

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Mi accorgo ora che anche l’ultima nota parla di fiano, un caso o un’istintiva predilezione? Pino Cianciulli ha una vigna ad Andretta, 800 metri di altitudine tra Calitri e il nulla, in quella zona dell’Irpinia non certo nota per il vino. Fino ad ora, almeno, e finché non assaggerete il suo Arenaria 2015. Frutto bianco e giallo da vendere, goloso e asciutto come solo un fiano at its best. E Lapio è lontano, my friend…

 

 

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

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