I distillati (pochi) assaggiati al Vinitaly 2018

I distillati (pochi) assaggiati al Vinitaly 2018

di Thomas Pennazzi

Al Salone Internazionale dei Distillati (se vi piace chiamatelo pure Vinitaly), non c’è né un padiglione né un cantuccio loro dedicato, degno almeno del pomposo titolo: la buona bottiglia va prima fiutata tra un oceano di vinelli, vinoni e vinacci, e poi snidata in mezzo ad un mare di altri liquori all’incirca poco interessanti (se oso dire non potabili il solerte ufficio stampa veronese mi bandirà dalla rassegna come l’anno scorso). Dovrò quindi improvvisarmi trifolau senza cane, e scovare qualche perla per i nostri lettori anche in questo 2018.

Di cognac ne girano pochi sull’Adige: cercateli al Prowein piuttosto. Ma gratta gratta… Maison Ferrand (Compagnia dei Caraibi) offre alcuni semplici Grande Champagne, pensati per la mixology, tuttavia con discreta personalità: «Renegade Barrel», un giovane cognac con finishing in botti di castagno, e il floreale «1840 Original Formula». Drouet & Fils (Pellegrini Spa), curata ed orgogliosa maison familiare, propone l’ultimo nato di casa, un gustoso ed elegante Grande Champagne 42° di 7 anni, dichiarati in etichetta.

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Ma vogliamo parlare della cenerentola della famiglia delle acquaviti, il brandy italiano? L’intramontabile Carpenè Malvolti ne distillava un tempo, ed ora ne affina soltanto, in tre qualità: il «Riserva 7 anni», focoso ed un po’ dolce si presta bene ai cocktail, mentre il «Riserva 15 anni» ha maggiori pretese. Sono brandy onesti, più della media nazionale, maturati con mano salda. Da Pojer & Sandri ti stupiscono come al solito: in fiera mi hanno offerto in anteprima il loro brandy «30 anni», che danza impettito eppure con grazia nel calice, dietro a una faccia da eterno ragazzino. Che sia l’aria di montagna a donargli quella finezza?

Il Perù è sbarcato al Vinitaly quest’anno, e si è portato dietro qualche distillatore di pisco: solito piacione il celebre Pisco Portòn, già arrivato nei bar italiani; sincero e fruttato assai il Pisco Legado, nella più tradizionale delle versioni, da uve quebranta coltivate nella Valle de Mala. Tenete d’occhio l’acquavite peruviana, farà strada, e non solo nei vostri cocktail.

Buona, ed anche ottima grappa se ne trova sempre, a ben cercarla, e dai friulani Nonino si cade sempre in piedi. Non disdegnate però i veneti: i Brunello di Montegalda, distillatori dalla tradizione quasi bicentenaria, fanno acquaviti belle, del loro territorio e d’altrove, tra cui una rara «grappa di carmènere» dei colli Berici. Ma se cercate il colpo di fulmine del Vinitaly, i vulcanici trentini di Pojer & Sandri (ancora loro!) ve lo daranno con la loro «grappa di Zero Infinito», da solaris: frutto in 3D, lunghezza e volume per davvero infiniti, e pure bio. Chapeau!

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

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