Ho iniziato a bere Bianchello del Metauro con mio nonno (e segnatevi questo nome: Terracruda)

Ho iniziato a bere Bianchello del Metauro con mio nonno (e segnatevi questo nome: Terracruda)

di Redazione

Luca Dresda nasce a Roma pochi mesi prima dell’uscita di Freak Out! È scrittore, attore e si guadagna da vivere come adattatore per il doppiaggio. Ha vissuto di sogni. Tra i quali trasferirsi a Buenos Aires. Vino, viaggi e vocalità sono le v che preferisce. Ha pubblicato Dateci del lei (2005), Residence (2011), Titoli di coda (con Andrea Marcelli, 2013), Quattro passi più uno (2017). [e. g.]

Mio nonno Vittorio, classe 1901, nato e cresciuto nella carenza cronica di ogni bene superfluo, mantenne per tutta la vita un atteggiamento morigerato verso la vita. A tavola mi suggeriva (poi, in seguito, mi chiedeva, fino a quasi implorarmi, inutilmente, per altro) di contare dieci masticate prima di deglutire, perché “la digestione inizia in bocca”. Era un uomo misurato, c’era infatti una misura per tutto, tra cui spiccavano i 500 passi serali, che faceva dentro casa prima di andare a dormire. Ricordo di averlo seguito, da piccolo, ma di non essere mai riuscito a finire il percorso tra cucina, corridoio, salottino e ritorno; desistevo e lo aspettavo sulla sua poltrona del salottino, dove si sedeva a fine camminata per riprendere il fiato, leggendo magari qualche pubblicazione dell’associazione dei commercialisti. Le sue abitudini erano pilastri inamovibili. Immutabili, fino al punto da arrestare il tempo.

È lui il responsabile del mio imprinting vinicolo (più di mio padre, che ne sapeva certamente di più, ma che in casa portava soprattutto le casse di vino discutibile che molti clienti gli davano per saldare “in natura” le sue parcelle di avvocato). Ricordo che per il suo beveraggio si serviva dal Consorzio pesarese. Una cassa di acqua frizzante, una di acqua naturale, una di Verdicchio dei Castelli di Jesi e una di Bianchello del Metauro, rigorosamente col tappo a vite.

Quest’ultimo era talmente lieve, aggraziato, gradevole, quasi amabile, che già a 10 anni poteva finire con poche gocce misurate nel mio bicchiere d’acqua per i brindisi più importanti della famiglia. Era un vino oggi impossibile, dal tasso alcolico poco sopra gli 11 gradi, senza durezze e con un velo di dolce piacevolezza che lo rendeva il compagno di viaggio più giusto per tutte le famiglie. Un vino che restava umile, a tratti quasi anonimo. Eppure, come raccontò Tacito, pare che proprio questa particolare varietà di trebbiano toscano abbia aiutato i romani a prevalere in battaglia sul cartaginese Asdrubale, fratello di cotanto Annibale, lungo il fiume Metauro, nel 207 A.C.. A Roma si direbbe ‘vino traditore’. Qui nel pesarese, dove i costumi sono più sobri e per indole si tende a non eccedere, tranne che nelle non infrequenti sortite nella vicina Romagna, si sorseggia e si lascia che lo straniero, per sedare il suo piacere, si stordisca fino a perdere i sensi.

Mio nonno, lui che era nato a La Spezia nell’aspro territorio del golfo, amava le morbide colline dell’entroterra di Pesaro, dove si trasferì ancora piccino. Non che fosse un viaggiatore, al contrario. Forse i 6 anni di prigionia inglese, in India, avevano esaurito ogni suo desiderio di scoprire il mondo. Eppure, aveva un debole. La campagna attorno a Carpegna, col suo prosciutto salato e fresco, i tanti castelli e le rocche che circondano Pesaro e Rimini, da Gradara a Mondavio a Montegridolfo, territori di confine tra ducati densi di storia, teatri di battaglie feroci, segnati tragicamente dalla linea gotica, zone strategiche e piene di attrattive, passate di mano innumerevoli volte, tra Malatesta, Sforza, Della Rovere e il papato, che qui ha dominato per oltre tre secoli, anche grazie al duca di Montefeltro, il “vassallo dei papi”, e alle scorribande del Valentino. Ma soprattutto, terre fertili, ricche di corsi d’acqua e con l’influenza marina che mitiga gli inverni altrimenti molto rigidi.

È qui che andiamo in visita in una delle realtà più accreditate del nuovo approccio al Bianchello, il Bianchello d’autore, come spiega approfonditamente un sito apposito creato da nove realtà che hanno creduto alle potenzialità di quest’uva che ha rischiato l’oblio. Terracruda è un’azienda relativamente nuova. Ha 19 anni di storia e circa 20 ettari vitati completamente dedicati agli autoctoni e in via di conversione al biologico. Ci sediamo con l’intenzione di aspicere, di guardare attentamente e attendere pazientemente. Conosciamo già le versioni del Biancame del Conventino, di Fiorini, di Lucarelli, di Bruscia, di Ca’ Sciampagne, alcune volte un po’ troppo sperimentali, violente, ribelli, magari alla ricerca di una profondità che non è propriamente un tratto distintivo del Bianchello, definito “il vino della gioventù”; ma più spesso convincenti, soprattutto se abbinate a piatti di pesce non troppo elaborati o strutturati, in bianco, tra i crudi e i bolliti, o al massimo a una “sogliola alla poretta”, fino a carni bianche non grasse.

Terracruda è un nome importante nella zona. Significa terra ottima per le costruzioni, a muro nudo o a mattoni. Significa rudezza e gentilezza, generosità e drenaggio. Significa credere in una tradizione e farne business nel rispetto dell’ambiente. E la domanda che sorge spontanea è quanto di questa garbata bellezza, di questi panorami morbidi e pieni di piccole grandi tragedie (tra le quali spicca il fatale amore tra la figlia del signore di Ravenna, Francesca da Polenta, e Paolo il Bello, terzogenito del Mastin Vecchio, Malatesta del ramo di Verrucchio), ritroveremo nel bicchiere mentre ci scopriamo assorti nella contemplazione di un tramonto multicolore. E il resoconto è questo:

 

Boccalino – Bianchello del Metauro Doc – 2018
Qui mi sembra di scorgere la versione più filologica in circolazione. Ritrovo le immagini infantili del nonno che si riempiva due mezzi bicchieri, spesso colmati con l’acqua, uno a pranzo e uno a sera. Fedele compagno di pasti moderati e privi di picchi calorici. Un vino che non disturba e che resta fedele alla sua identità più pura. Accompagnatore ideale per antipasti e primi di pesce della tradizione pesarese. Rassicura e intenerisce i cuori. Zietto.

Boccalino

Campodarchi Argento – Bianchello del Metauro Doc Superiore – 2016
Versione molto convincente , passato in barrique di rovere francese di primo passaggio. Un’idea che al solo pensiero mi ha fatto accapponare la pelle, sarà la perla della serata. Vibrante e asciutto, come un soldato di ventura, progressivo e insistente come un purosangue Montefeltro. Con una brezza di sale marino che rinfresca la serata ancora piuttosto calda. Forse tra i migliori Biancame in purezza mai assaggiati. Conquistador.

Campodarchi Oro – Bianchello del Metauro Doc Superiore – 2014
Qui invece il legno sembra tarpare le ali alla delicata sapidità del vitigno, rendendolo forse troppo omologato a una ricerca di longevità che francamente trovo anacronistica, anche se forse ancora molto ricercata nei mercati esteri. Prigioniero.

Garofanata – Marche Igt Bianco – 2018
La riscoperta dell’autoctono non si ferma di fronte a niente. Quest’uva pressoché sconosciuta agli stessi viticoltori fino a poco tempo fa è il frutto di una ricerca specifica di ‘cultivar dell’areale’. Un ritrovamento quasi miracoloso, dopo un lavoro certosino. Lievemente aromatica, ancora più assaggiando l’acino, pare, rinfresca la bocca prima di passare agli ultimi due rappresentanti di bianchi aziendali. Giapponese nella giungla.

Incrocio Bruni 54 – Marche Igt Incrocio Bruni – 2017
Uva nata dall’incrocio tra verdicchio e sauvignon blanc, nasce per piacere e sedurre. Mette tutti d’accordo, rallegra, intrattiene, senza però ambire a farci innamorare. Questa versione in acciaio convince in ogni caso di più della successiva e restituisce una bocca piacevolmente stuzzicata. Daje de tacco.

Incrocio Bruni 54 Oro – Marche Igt Bianco
Ritrovando quella sensazione di zavorra dovuta al legno nuovo, è lecito pensare che in azienda si debba in qualche modo curare anche i mercati nascenti, visto che il nostro paese consuma sempre meno vino. Inevitabile.

Chiediamo un nuovo assaggio di Campodarchi Argento e chiudiamo la degustazione con la forte sensazione che l’abbinamento perfetto in un pasto di tuttopesce possa essere rappresentato da un inizio sottovoce, con antipasti e un primo delicati, con il Biancame, per poi cedere il testimone a metà convivio, tra primi decisi, gratin e brodetti, al re della regione, il Verdicchio, di cui forse scriveremo in futuro.

Luca Dresda

3 Commenti

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Marco P.

circa 2 settimane fa - Link

Mi fa piacere leggere del Bianchello e della mia terra di origine. Il Bianchello è un vino profumato, immediato, beverino, freschissimo e sapido... praticamente irresistibile nel giusto contesto (una grigliata di pesce azzurro dell'Adriatico.. what else?) Sono piuttosto perplesso invece sulle declinazioni più pompose e roboanti dove l'uso del legno, spesso improvvisato perché non fa esattamente parte della tradizione, snatura la schiettezza di quest'uva. A mio giudizio il bianchello non ha le spalle per ricevere queste legnate eccessive, e non basta sbattere del vino nelle botti per farne uscire un nuovo Cervaro... L'altro rischio è quello che le uve migliori finiscano in botte con conseguente perdita di sostanza e svilimento per i Bianchello di pronta beva che faranno solo acciaio... Sui Bianchello solo acciaio, mi permetto di suggerire quelli di Mariotti e Morelli

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Nic Marsél

circa 2 settimane fa - Link

Bello! Però sono parecchio confuso. Ho bevuto in passato e puntualmente dimenticato versioni di Bianchello talmente esili da sembrarmi inutili. Poi mi sono preso una cotta per il Simandro (il 2012 oggi è una perla) di Ca' Sciampagne (e gran simpatia per il "Revoluscion") che però qui viene derubricato tra le cose "un po’ troppo sperimentali, violente, ribelli, magari alla ricerca di una profondità che non è propriamente un tratto distintivo del Bianchello". Infine leggo che il miglior assaggio tra quelli citati passa in barrique nuove. Assaggerò ma a questo punto mi sfugge la vera anima di questo vino.

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Marco P.

circa 2 settimane fa - Link

A mio avviso la vera anima di un autoctono deve essere l'uva da cui nasce. L'uva Bianchello non ha certamente le "spalle" di un Verdicchio tanto per intenderci, quindi voler per forza spremerlo e legnarlo significa snaturarlo e perderne la tipicità. Il Bianchello è freschezza, sapidità... beva assassina ;-) Poi ognuno faccia quel che vuole, ci mancherebbe... ma anche a livello di competizione commerciale, se proviamo a mettere uno di questi Bianchello Superiore a confronto con dei discreti (nulla più), Chardonnay o Verdicchio o Suvignon... son dolori!

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