Guida alle birre d’Italia 2021 di Slow Food: il curatore Eugenio Signoroni risponde a tutte le critiche

Guida alle birre d’Italia 2021 di Slow Food: il curatore Eugenio Signoroni risponde a tutte le critiche

di Alessandro Morichetti

Quando esce un nuovo libro di settore iniziano a fioccare gli articoli che copincollano il Comunicato Stampa relativo. La Guida alle birre d’Italia 2021 di Slow Food non fa eccezione e troverete ovunque numero di birrifici recensiti, birre premiate ecc. Per un riepilogo generale e per le novità quanto a riconoscimenti per birre e birrifici rimando tutti a Cronache di birra perché se mi metto a copincollare facciamo notte e ci perdiamo tutto il resto. Diciamo, quindi, che questo articolo è rivolto a chi la guida l’ha già comprata o ne ha già letto qualcosa al riguardo: sulla stampa mainstream, i CS di cui sopra, nei blog o gruppi Facebook, invece, perlopiù critiche e randellate varie. Per capire se motivate e in che misura, ho girato qualche domanda ad Eugenio Signoroni, che insieme a Luca Giaccone è il curatore della guida.

Faccio solo due mini premesse, che con la Guida in sé c’entrano poco.
1) Trovo sempre affascinante questa cosa che l’Italia sia Vecchio Mondo per il vino e Nuovo Mondo per la birra: storia centenaria da una parte e storia artigianale con nemmeno 25 anni sulle spalle dall’altra. Fico, no? Aspetto con molti risvolti interessanti, tra l’altro.

2) La comunicazione del settore birra va da sempre a due velocità, anzi tre: il mondo industriale delle bionde procaci e dei muratori sudati, Kuaska, i siti underground di appassionati/operatori/nerd che spaccano il capello in quattro fornendo un servizio di cagnaccio da guardia e, al contempo, affossando qualsiasi avvicinamento dei non adepti. Poche le zone intermedie, poche le contaminazioni, e dopo 25 anni abbiamo ancora il grande Kuaska ad incarnare il ruolo di presentatore e frontman unico nella divulgazione di settore: non a caso, sempre lui cerimonia le premiazioni varie. Che Lorenzo Dabove sia un grande, un mito, non ci piove, come non ci piove che l’assenza di un ricambio sia indicazione forte di un malessere.

Tre mesi di lockdown hanno incasinato ulteriormente le cose, perché un mercato non del tutto maturo alla prima grande apnea arranca fortemente e incrociamo le dita che nessuno ci lasci le penne.

Col prezioso aiuto di Gianluca Rossetti, quindi, ho girato al Signoroni un po’ di domande con la duplice richiesta di rispondere nel merito e ampliare la prospettiva. Un po’ interrogatorio un po’ Marzullo, insomma.

2021

Ultimissima postilla personale.

Io sfoglio la guida, ne seguo qualche suggerimento, non la tengo sul comodino e alla fine bevo sempre le solite birre, quelle che più mi piacciono per il poco che conosco: Tipopils e Bibock, Mukkellerina, MuPils, Slurp!, Fleur Sofronia e Glu Glu, la Punk Ipa quando è in sconto da Eataly e cose così. Chiusa parentesi.

Veniamo al dunque. La Guida alle Birre d’Italia 2021 ha raccolto una quantità di critiche rara tra gli addettissimi ai lavori. Caro Eugenio, a te il compito di rispondere. Non so chi abbia ragione ma mi piace l’idea di farti rispondere direttamente alle osservazioni più taglienti.

Intravino – Partiamo dal king delle Royal Rumble, Schigi al secolo Luigi D’Amelio, produttore con Extraomnes nonché storico divulgatore e polemista. Schigi come al solito ci va giù secco, anche se non ho più trovato sulla sua bacheca le osservazioni che aveva mosso. Cito a memoria: “Slow Food premia l’industria. Non fatemi più sentire i discorsi sulla sostenibilità. Vergognatevi, ipocriti”, in riferimento ai premi per i Birrifici non artigianali, cioè industriali, Birrificio del Ducato (con la Machete), e Collerosso (Birra del Borgo), con la Vecchia Tripel. Ci si chiede: perché premiare, seppure in percentuale assolutamente irrisoria, birrifici che non sono artigianali?

Signoroni – La risposta è piuttosto semplice: perché la guida, sin dalla sua ideazione, è alle birre d’Italia tutte, artigianali e non. Lo scopo di questo lavoro, ogni volta bellissimo e complicato, è di dare al lettore un aiuto a scegliere tra quello che il mercato gli propone e sul mercato ci sono anche, e soprattutto, i non artigianali che quindi secondo noi è corretto raccontare e, nel caso in cui le birre siano anche buone, premiare. Dire che questo è sintomo di poca integrità o di ipocrisia mi pare eccessivo: scrivere che la birra di un birrificio industriale è buona non significa affermare che chi la produce sia sostenibile o vicino a Slow Food, è semplicemente un giudizio organolettico.

“Guida ai birrifici passatisti”, ha scritto Stefano Ricci, noto animatore delle discussioni social, tra i fondatori del gruppo Analfabeti della Birra. Una delle accuse è che non vi stiate aggiornando, che vi siate affezionati a birrifici storici, al loro modo di fare, perdendo di vista quanto di nuovo accade nel panorama craft contemporaneo. C’è del vero? In effetti premiate molte birre assai poco di moda, un tempo magari ma ora pari a zero hype. Non che sia un problema, anzi, ma lo diventa se l’attenzione al vecchio fa perdere di vista il nuovo.

Hai ragione, lo diventa se l’attenzione alla storia fa perdere di vista la contemporaneità. Ma così non è, basta guardare le chiocciole a realtà come Sièman, Casa Gori o Cantina Errante (solo per citarne tre) o l’eccellenza ad Altavia e The Lure. Fare una guida alle birre d’Italia non significa premiare i produttori più in vista, quelli dei quali si parla di più e che è più semplice trovare in giro. Significa fare un lavoro più profondo, narrando quella che è realmente l’Italia della birra fatta anche di aziende che sono distribuite e legate soprattutto al proprio territorio e per questo generano meno hype. Cancellare alcuni birrifici solo perché non si sono negli anni aggiornati o continuano a fare le stesse birre non solo sarebbe un errore ma andrebbe contro l’idea stessa di fotografare davvero la scena italiana. Se questi birrifici non facessero più birre degne di essere bevute e noi continuassimo a premiarli allora la critica sarebbe legittima ma visto che continuano a produrre alcune tra le migliori birre italiane non vedo perché dovrebbero essere cancellati.

Hanno scritto su Dissapore che la guida si è completamente dimenticata di Piacenza. Adesso potete dircelo: perché vi siete scordati dei locali di Piacenza dove si beve bene? Avete fatto incazzare Alessandro Maggi, eh.

La nostra è una selezione e come tale comporta che qualcosa ci sia e qualcosa no. Qualcosa ce lo siamo scordati, altro abbiamo scelto di non inserirlo. Nel caso specifico parliamo di un solo locale (Dissapore sostiene che la questione sia molto più ampia citando 4 locali e tace che di quelli solo uno sarebbe potuto essere citato perché offre birre italiane artigianali che è la regola che ci siamo dati). Come sempre andremo a verificare e, se avremo commesso un errore, troveremo il modo in futuro di recuperare altrimenti alcune città continueranno a non essere presenti: è la differenza tra fare una guida e una lista del telefono.

“Mi ero appena abituato a Bottiglie e Fusti ed ecco che cambiano”, ha scritto più o meno Norberto Capriata. Avete semplificato o fatto solo più confusione coi nuovi simboli?

Semplificato. Non ho dubbi. Due simboli per i birrifici e due per le birre. Da un lato prodotti e produttori che ci sentiamo di dire che siano i migliori in Italia per qualità del prodotto; dall’altro prodotti e produttori che aggiungono a un’altissima qualità, una serie di valori – che da quest’anno esplicitiamo volta per volta in un paragrafo dedicato – che ci spingono a dire che si tratta di punti di riferimento per il movimento italiano.

Simboli guida

“Vedo che [la Guida] non smuove manco più i commenti e i flame di una volta…dai…stiamo parlando di natura morta” (Manuele Colonna) mi passa la palla per una domanda: quanto incide questa guida nell’economia di settore? Un po, poco o praticamente nulla tolto magari qualche piccolo birrificio?

Non so quanto incida sull’economia di settore. Forse muove un po’ le vendite quando la guida esce visto l’altissimo volume di articoli che sulla stampa, soprattutto locale, vengono scritti. La domanda dovresti farla a un birraio chiedendo però che cosa smuova davvero a livello economico questo settore. So però che quest’anno la guida è partita, a livello di vendite, meglio di quanto non avesse mai fatto in passato e che ogni edizione parliamo di diverse migliaia di copie che vanno soprattutto a un pubblico generalista, fuori dal solito giro, curioso ma non (ancora) appassionato. Si dice spesso che uno dei problemi di questo mondo è che si parla addosso e che la comunicazione non riesce a uscire dal solito giro, ecco credo che la guida birre a questo obiettivo dia un bel contributo.

Ultima domanda, quella aperta e più importante di tutte. Sbaglio se dico che la birra artigianale in Italia è bella ma molto fragile? Vedo nicchie di appassionati ma solo nicchie, locali e sparute ma nicchie. Vedo birrifici piccoli, tanti e poco rappresentati commercialmente, forse fragili economicamente e malvisti quando cercano di strutturarsi. Vedo colleghi del vino che spaccano le palle sulle etichette di vino e poi si sparano orgogliosamente i selfie con la Peroni o l’Ichnusa, e mentre li vedo mi sembra che ci trovino davvero piacere. A me non piacciono e le bevo proprio se non c’è altro, e a dire il vero ho trovato davvero deludente anche l’ultima versione di Via Emilia del Ducato, direi quasi irriconoscibile. Quindi, come siamo messi in tutta onestà?

Siamo messi come dici tu. Questo è un movimento straordinario – per qualità dei prodotti, per creatività e unicità degli stessi – ma troppo fragile e, al di là dei proclami, troppo frammentato e chiuso. C’è bisogno di fare sistema e di aprirsi. Io credo che per crescere questo movimento debba andare su mercati nuovi finora ostici (come la ristorazione) o snobbati (come la Gdo). Farlo serve non solo ad aprire nuove strade ma anche ad aiutare questi settori a cambiare: a capire che la birra artigianale è una straordinaria opportunità per la ristorazione che troppo spesso nasconde la sua pigrizia dietro a questioni di prezzo o di reticenza da parte dei clienti (che però, non si capisce come, sono felici di pagare 12 euro un bicchiere di Kombucha) e una sfida per la Gdo che può avere nuove fette di clientela ma deve sforzarsi a trattare la birra artigianale meglio di come non faccia generalmente con l’industria e puntando sulla catena del freddo, su un approvvigionamento di prossimità e su una politica dei prezzi per lei nuova. Anche i produttori devono però fare passi avanti: non devono preoccuparsi troppo di convivere fianco a fianco, in un locale o su uno scaffale, con l’industria e devono trovare nuove formule per convincere i loro distributori che con una politica oculata essere in Gdo può essere un vantaggio per tutti. È difficile ma non è impossibile e così questo movimento potrà, credo, avere fiato per affrontare qualsiasi futuro.

Aspetta, ultimissimissima: come mai solo Slow Food in Italia si occupa di birra? Cioè, per dire, il Gambero Rosso fa guide su vini, ristoranti, oli, gelaterie, panetterie e tabaccherie ma sulla birra nada, ci sono motivi che mi sfuggono?

Onestamente non lo so. Forse perché essendo stati i primi a fare la guida quando ancora il tema non era così noto e, trattandosi di un settore piuttosto piccolo, forse si ritiene che la nostra guida sia sufficiente. A questo si aggiunge che l’interesse di Slow Food nei confronti della birra è da sempre fortissimo.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

1 Commento

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Paolo

circa 3 mesi fa - Link

L'autore ha buone ragioni per trovare "interessante" la premessea #1, in particolare che "la birra artigianale sia il mondo nuovo, nato circa 25 anni fa"; in passato ho più volte battibeccato con chi la racconta e la diffonde, bollandola per quello che è: una delle tante favolette della enogastronomia italiana. Se ne continuano a leggere numerose: che la carbonara sia antico piatto povero dei pastori erranti d'abruzzo, che la birra sia una recente produzione di alcuni illuminati imprenditori/artigiani brassicoli, che le marmotte incartino la cioccolata... Purtroppo, per chi crede di imparare la storia sulle pagine di wikipedia (rotfl) e dai motori di ricerca, tutto ciò rimane (tragicamente) vero. E non servirà mai nulla mostrare studi, certificati camerali e bolle fiscali che mostrano l'attività di birrifici bene in produzione 120 anni or sono: non sono indicizzati su google, quindi non esistono... :)

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