Frasi stonate | Francesco Zonin e il marketing dei desideri

di Antonio Tomacelli

Francesco Zonin è persona intelligente e preparata. Nelle ultime settimane è stato molto disponibile e presente in vari convegni e manifestazioni. Io stesso l’ho incontrato al Vinitaly e ne ho avuto un’ottima impressione. A lui dobbiamo una delle uscite più belle degli ultimi tempi, buttata lì durante l’incontro di Perugia su vino e comunicazione: “ciò che fa la differenza sono le persone più che i vini”. Francesco, però, da un po’ di tempo ripete una delle frasi più stonate che io abbia sentito in vita mia.

L’ultima proprio a Perugia e a questo punto urge accordare lo strumento. Sostiene Francesco che il panel di degustazione messo su per My Feudo serva all’azienda per capire meglio il gusto e le tendenze dei consumatori, per “soddisfarne le aspettative”. Ha il problema Zonin, in quanto colosso aziendale, di capire cosa vuole il mercato: barricato, acciaio, frutto, terroir biodinamico o che altre diavolerie? In questi dubbi c’è tutta la differenza che passa tra un vignaiolo e un’azienda che produce vino.

Proviamo a tradurla con parole più umane: devo fare vino come vogliono i consumatori o mi interessa esprimere al meglio vitigno e territorio senza badare troppo ai gusti del pubblico? Azzardo una risposta brutale: chi se ne frega di cosa vogliano i consumatori! Il mondo del vino negli ultimi anni è pieno di storie controcorrente e di uomini che lo hanno messo letteralmente sottosopra. Vogliamo parlare di Incisa della Rocchetta e di quell’eresia chiamata Supertuscan?

Nessun consumatore poteva prevederne il successo perché il consumatore è la persona più ignorante che esista (in senso buono, ovvio). Chi ama il vino  cerca un’emozione indefinibile e sconosciuta, magari un profumo – qualche volta una puzzetta – che gli dia i brividi: in breve, il consumatore vuol essere stupito. Forse è solo questo lo scopo di un vignaiolo che ama la sua terra, farla rivivere in un bicchiere di stupore e di grazia infinita. E allora, caro Francesco, faccia il vignaiolo e lo faccia col cuore. Per tutto il resto c’è il marketing.

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

27 Commenti

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corrado dottori

circa 10 anni fa - Link

Gran pezzo. Concordo pienamente sul tono e sul senso del discorso. Soprattutto sulla visione di fondo per cui grandi aziende tendono ad investire sempre più in comunicazione che in innovazione (e non parlo ovviamente di "tecnica"). La questione è centrale anche in riferimento alla più generale crisi economica che stiamo vivendo. Ne avevo scritto tempo fa: http://ladistesa.blogspot.com/2009/10/vendemmia-prezzi-delle-uve-e-il-ruolo.html Un solo appunto: trovo un pò ingenuo pensare che una grande azienda industriale possa ragionare come un "vignaiolo". Diversi sono i fini fin dall'inizio.

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Antonio Tomacelli

circa 10 anni fa - Link

Non sarei così lapidario. Ho conosciuto il tipo e mi sembra "persona informata sui fatti". Di vino ne sa, si capisce che gira molto per le aziende che, in alcuni casi, tolte dal contesto "industriale" sono dei veri gioielli. E però è abituato a una logica di grande industria, merito o colpa del fatturato da paura. Tra l'altro non è l'unica realtà del genere: pensate ad esempio al gruppo G.I.V., Santa Margherita o Antinori. Esistono e sono attori importanti che non possiamo ignorare. Certo, hanno forti problemi di identità e approccio col mercato, ma in molti casi investono sul territorio e creano ricchezza.

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corrado dottori

circa 10 anni fa - Link

Non mi sembrava di essere stato lapidario. Sono sicurissimo che Zonin ne capisca di vino e che sia persona informata dei fatti, mi stupirei del contrario. Però "vignaiolo" è un termine che non si può "appiccicare" a chiunque: parliamo di persone che direttamente ed in prima persona potano, legano, scacchiano, trattano, vendemmiano, pressano, sfecciano, travasano, imbottigliano e vendono. Magari sbagliano, magari seguono male il mercato, magari fanno poco reddito, ma hanno una certa idea dell'agricoltura e del vino. A me pare che questa distinzione sia da tenere ben presente, perché il manager di una azienda industriale non è un vignaiolo. Avrà mille meriti, farà i vini migliori del mondo ma è proprio un'altra figura professionale: deve remunerare il capitale e render contenti i soci. Il vignaiolo deve esser contento solo lui e, quasi sempre, il tornaconto economico è solo uno dei fini. Sennò chiamiamo l'avvocato dentista ed il commercialista medico. Da qui segue che l'azienda industriale deve seguire il mercato e il vignaiolo segue la propria ispirazione. Meglio? Peggio? Non so. Però diversi. Lasciateci almeno il sogno. Almeno quello.

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Alessandra Rossi

circa 10 anni fa - Link

Concordo con Corrado ed anche con Antonio ed Andrea quando affermano che il brand Zonin ha, nei confronti di un certo mercato, dei problemi di identità. Non a Francesco Zonin, ma al cugino Lorenzo - che ne capisce di vini, ha una piccola tenuta nella doc Monteregio in Maremma e con mia sorpresa ci ha tirato fuori un sangiovese in purezza notevole - ho chiesto se in questa veste di "vignaiolo romantico" il suo cognome non gli creasse problemi. Lorenzo si è stupito della mia domanda poiché ritiene il bagaglio familiare un plusvalore. Ha ragione. Ma io parlavo di percezione esterna del brand. Per l'immaginario collettivo penso che se Francesco Zonin non esce molto più fuori dalle righe (nn solo come blogger, ormai i blog li hanno tutti, dalle micro alle mega aziende), per quanti vini autoctoni o sperimentali faccia, difficilmente sarà percepito come il *vigneròn* che magari nel cuore è davvero. Saluti maremmani, Ale

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Andrea Bezzecchi

circa 10 anni fa - Link

molto d'accordo in linea teorica, in linea pratica stra-quoto le ultime due righe di Corrado :) sinteticamente andrea :)

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Andrea Gori

circa 10 anni fa - Link

però se devo dire una cosa Zonin qualche piccolo grande vino da "vignaiolo" lo fa, però non sa come gestirlo il più delle volte, vedi quel dolce naturale primitivo che portarono lo scorso anno o il Solatio Sangiovese IGT da Radda...in mano ad un classico vigneron sarebbero il fenomeno del momento! Più che i vertici di Zonin direi che il problema sarebbe commerciale e distributivo alla fine: chi vende Zonin è difficile che sappia vendere vini da vigneron!

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Bernardo

circa 10 anni fa - Link

Mi sembra onestamente che questo articolo si avviti su se stesso per una polemica un pò sterile. Ero a Perugia al convegno, ed ho trovato l'intervento di Zonin, cosi come quello di Giampaolo Paglia, veramente ottimo, efficace e preciso. E' stato un piccolo bignami di marketing del vino ricco di spunti. Certo, d'accordo con voi che non era un discorso da vignaiolo, ma scusate, Francesco Zonin si è mai proclamato vignaiolo o è stato invitato al convegno come vignaiolo? No,al contrario è, e non nasconde di essere, un amministratore, un manager, un esperto di marketing nonché vicepresidente della Zonin. Io, che sono un fermo sostenitore e innamorato del vino fatto dai vignerons/vignaioli magari non vado pazzo per i suoi vini, ma da lavoratore nel marketing/comunicazione del vino ho sinceramente apprezzato il suo intervento.

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carolina

circa 10 anni fa - Link

mi accodo a quello che scrive Corrado, la figura del marketing-man è ben lontana dai calli nelle mani del vigneron. ciò non toglie che il signor zonin non sia bravo nel suo mestiere. sul fattore distributivo e commerciale: mi spiace contradirti andrea, ma credo che a zonin i canali dei vignerons come vendita non interessino; li deve far quadrare i bilanci, 1+1=2. se guardo alla nostra realtà, stiamo quasi arrivando all'1+1 adesso, dopo tanto sacrificio, ma non perchè non siamo bravi a far i conti, ma perchè non sempre il 2 si riesce ad ottenere in un'annata.poi se guardo i miei sogni, beh... i miei calli sulle mani alla fine mi piacciono :)

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

QUEI CANALI a Zonin interessano eccome, perche credi che si prendano la briga di investire tanto nei blogger, nei tagli del Vino fatti dai Panel. Aprite gli occhi, se non cominciamo a ragionare con la testa e a creare gli spazi di Mercato, proprio come fanno loro...Zonin ci mangia vivi a tutti quanti!!!

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Michele Braganti

circa 10 anni fa - Link

Simone..... cosa intendi quando dici "investire" nei blogger......????

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carolina

circa 10 anni fa - Link

zonin ha fatto una bella operazione di marketing con my feudo: ha preso dei blogger "famosi" e li ha mesi in un panel con altra gente "famosa", li ha fatti giocare col cilindro e con 3 bottiglie di prodotto diverso. ha portato al vinitaly una cosa che personalmente io faccio già con amici, non con adua villa perchè non sa nemmeno chi sono eheheh.chapeau, per come l'ha fatto e chapeau per la sua competenza di marketing. poi se vuol venire anche nel canale dei vignerons credo ci sia spazio per tutti se il prodotto è valido.

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Andrea Pagliantini

circa 10 anni fa - Link

Che avessero invitato i blogger più famosi e letti ne dubito dato che era pervenuto anche a me l'invito ad assemblare vini al vinitali. Sarebbe stato molto interessante invece averlo potuto fare con i sangiovesi, una prova di taglio per Chianti Classico, magari.

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carolina

circa 10 anni fa - Link

che fortuna andrea! io avevo dato disponibilità ma zonin non m'ha filata di striscio ehehehhe :)

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Andrea Pagliantini

circa 10 anni fa - Link

Devo fare una rettifica al precedente commento che ho lasciato. Quando non avevo il pc a portata di mano indaffarato a far altro con forbici e seghetto, mi è venuto in mente che ho confuso una iniziativa fotografica di Zonin con le prove di taglio al Vinitali, al quale si accedeva non per invito ma per iscrizione al sito se non erro anche stavolta. Questo per narrare come correttamente si sono svolte le cose e per non far nascere equivoci riguardo all'essere felicemente solo un consumatore o al limite un appassionato del settore. Però fare le stesse prove con del Sangiovese sarebbe davvero entusiasmante, chissà che qualcuno nella Casa Vinicola legga e raccolga l'idea.

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Francesco Zonin

circa 10 anni fa - Link

Come al solito… Scusate il ritardo! Approfitto di questa discussione per replicare al post di Antonio e a qualche commento scaturito dopo la sua pubblicazione. Comincio con il ringraziare Antonio per la visita durante il Vinitaly e per essersi fermato per una piacevole chiacchierata. Lo ringrazio anche per il 6 in pagella, da neofita del web mi ha fatto felice. L’8,5 per ospitalità… beh, direi quasi esagerato… sarà stato merito del Fiano! La prossima volta che ci incontriamo spero sia in un ambiente diverso da un capannone di una fiera, magari in una tenuta. Detto questo (mi scuso nuovamente se non ho risposto al post precedente), spero di riuscire a chiarire alcuni aspetti emersi recentemente. Rubo 2 minuti a chi ci legge per fare il sunto di questi ultimi mesi, facendo una premessa forte: sarebbe una utopia cercare di capire IL GUSTO dei consumatori ed è impossibile dare loro una risposta precisa attraverso un prodotto, il vino, per definizione vivo e poco “programmabile”. Quello che vogliamo fare non è “cambiare il vino” (in che senso poi?) per andare incontro ai consumatori ma tenere monitorato (per quanto possibile perché è difficilissimo!) il gusto dei consumatori e la sua evoluzione. Credo questo tipo di controllo venga fatto da tutte le aziende (l’esempio perfetto è quello di Carolina attraverso i suoi amici), grandi o piccole che siano. Spesso viene fatto all’interno dell’azienda, alla cieca, tanti vini della concorrenza, per capire cosa fanno gli altri produttori, su che stili si indirizzano e via dicendo. L’esempio più recente e interessante è il fenomeno dei grandi vini bianchi barricati. Ora non si sta parlando di come “modificare” uno chardonnay o un fiano. Stiamo parlando di come un consumatore o meno possa gradire certi stili di un vino legati ad una scelta che può compiere un enologo. Perché alcune scelte sono solamente legate alla natura, altre scelte sono legate all’uomo. Negli anni ‘90 gli chardonnay che si bevevano negli Stati Uniti erano i famosi “vini da falegname”, pieni di legno, uno stile che più di qualche produttore italiano ha sposato. Oggi lo stesso consumatore americano è già più stanco di questo stile. Ciò non vuol dire che siano scomparsi tutti questi Chardonnay, perché c’è chi lo faceva e continua a farlo. Significa che qualcun altro ha notato tale cambiamento o apertura di una parte dei consumatori a bere vini bianchi meno strutturati e “legnosi”, più freschi, fruttati e hanno intrapreso questo segmento che non vuol dire snaturare il terroir della California e la zona di produzione, ma significa modificare alcune tecniche o alcuni stili (Antonio, la discussione avuta sul Fiano Minutolo a Vinitaly è un esempio calzante. Non vuol dire che IL CONSUMATORE non gradisce il Fiano Minutolo in purezza, ma da produttore di Fiano devo tenere in considerazione il tuo commento, insieme a quello di tanti altri). Non credo si debba demonizzare il cambiamento se fatto con testa e convinzione perché nella vita tutto cambia. Basti pensare ai vini degli anni ’70 e ’80. Non c’erano forse all’epoca vignerons?? E volete dirmi che il loro stile non è cambiato minimamente in questi 40 anni? Tutto cambia, che lo si voglia o meno (se non altro per i cambiamenti climatici). Venendo a Myfeudo, l’idea nasce per allargare un panel di degustazione all’esterno dell’azienda e per metterci maggiormente in relazione con l’esterno perché il rischio è sempre quello di chiudersi troppo in noi stessi. Tra l’altro, senza offendere nessuno, non credo che un panel di 13 appassionati e profondi conoscitori possa determinare quale sia IL GUSTO dei consumatori, mi sembra molto azzardato. Si tratta di una monitorizzazione aggiuntiva che abbiamo fatto, come ne facciamo tante altre e come tanti altri fanno. Perché quando un produttore va fuori a cena e (si spera!) beve una bottiglia di vino di un altro produttore, che cosa fa? Controlla la concorrenza, il valore qualitativo, lo stile interpretato dalla concorrenza. Magari parla con il ristoratore, vuole sapere se quel vino è apprezzato dai frequentatori del locale, se da tutti o solo una parte, una normalissima indagine di mercato che può essere più o meno strutturata. Noi abbiamo voluto strutturarla meglio, con un gruppo di lavoro professionale, per avere delle informazioni abbastanza aggiornate ed organizzate. Dall’altra parte abbiamo dato credo una possibilità interessante (anche se fatta con toni ogni tanto scherzosi) di vivere un aspetto del mondo dell’enologia che non è sempre facile da descrivere, ossia le varie tappe che subisce un vino quando viene al mondo con tutti i dubbi che si porta dietro. Tutto qui. L’anno prossimo ci piacerebbe allargare questo panel (Carolina sei la prima in lista!) perché credo sia un dovere mantenersi aggiornati, come si tiene aggiornato un sommelier o un giornalista. Antonio, lo so che mi odi quando lo dico, e ora lo scrivo addirittura: siamo troppo piccoli! Ma non rispetto agli altri, siamo piccoli rispetto al mercato. Se pensi che non ci avviciniamo neanche lontanamente a pesare l’1% del mercato… quanto credi che possiamo influire??? Non saremo mai, mai, mai in grado di cambiare il mercato, ma non siamo neanche così stupidi da non seguirlo e monitorarlo. Se, come è stato nell’ultimo decennio, in giro per il mondo il vino bianco con eccessiva invadenza del legno ha stancato il palato e la testa di un certo numero di consumatori, credo sia dovere di ogni produttore innanzitutto saperlo, e, una volta saputo (magari prima degli altri!), prendere la propria decisione se possibile. Questo non vuol dire modificare la potenzialità del terroir di un territorio, non vuol dire modificare il vino per i consumatori (poi bisognerebbe capire quale vino e quali consumatori, è una domanda la cui risposta è difficilissima): quello che noi facciamo è tenere monitorato il mercato e oggi internet ci permette di farlo meglio, in modo più dettagliato, e a minori costi. Se permettete aggiungo 2 o 3 commenti in coda per chiarire un ultimo punto a cui tengo molto: Corrado, è vero che non sono un vignaiolo, purtroppo. Mi piacerebbe ma le responsabilità mi obbligano a fare altro. Ma la nostra azienda è fatta di vignaioli, sono loro che ogni giorno in vigna fanno un lavoro straordinario e per il quale non li ringrazieremo mai abbastanza. E il vino che io come “manager” devo distribuire nel mondo è senza ombra di dubbio il vino di un vigneron (vi ricordo che i numeri “colossali” sono frutto di 9 tenute, 1800 ettari a vigna gestiti da 300 famiglie che ogni giorno curano in maniera maniacale la LORO vigna, perché è questo il sentimento che li lega alla terra), solo che non si chiama Zonin ma si chiama con tanti nomi che forse nessuno riconoscerà, cercheremo di rimediare nei prossimi mesi sul blog wine is love, dando spazio anche a loro e facendolo diventare il blog di tutta Casa Vinicola Zonin. La vera critica che mi faccio come “manager” (uso sempre le virgolette quando uso questo termine nei miei confronti….) è che ha ragione Andrea quando dice che “non sa come gestirlo”. La verità è che dobbiamo gestire tante cose ma cerchiamo di farle tutte e sempre meglio. PS: grazie per l’apprezzamento sul Solatio, lo porterò a chi di dovere, gli farà senz’altro piacere. Carolina, non so esattamente quali siano i canali dei vigneron. So solo che esistono 2 canali in Italia, la distribuzione moderna e la ristorazione che oggi per noi quasi si equivalgono in termini di peso del fatturato. E ti assicuro che 1+1=2 capita raramente anche nella nostra azienda, proprio perché i problemi che affrontiamo sul mercato sono sempre gli stessi per tutti, cambiano solo nella dimensione. Simone, non capisco chi dovrei mangiare e perché. Come dicevo prima, non contiamo neanche per l’1% del mercato… resta il 99%. Fortunatamente il mercato è libero e grande abbastanza per tutti quelli che hanno voglia di lavorare seriamente, e fatto di consumatori che magari non hanno molte nozioni tecniche, ma sono sicuramente poco raggirabili e vanno sempre rispettati. Spero di aver chiarito eventuali dubbi (mi scuso se mi sono dilungato troppo), mi perdonerete già se anche la prossima volta risponderò con qualche giorno di ritardo ma vi seguo, continuerò a seguirvi, e risponderò ad ogni chiamata.

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Simona Migliore

circa 10 anni fa - Link

Salve a tutti ho avuto modo di leggere il post su facebook e visto il tema interessante mi son fiondata a leggerlo. Non me ne voglia il sig. Tomacelli che non conosco personalmente, ma trovo il suo commento è piuttosto azzardato al riguardo. Il vino è un mondo in evoluzione come già espresso dallo stesso Francesco Zonin e non solo per motivi vendemmiali, ma ahimè anche per motivi di mercato. Sono sicura che il sig. Zonin produca vini nel pieno rispetto della loro territoralità e capacità produttiva, così come fa ogni produttore, ma ciò che ha voluto sottolineare è anche il rispetto per il consumatore. Il mercato del vino è fortemente influenzato dal consumatore. Sa qual'è il miglior vino che può essere consumato a tavola, ristorante o cassa che sia?Per un consumatore "ignorante"? E' il vino che piace. E' quel vino che non rimane in bottiglia dopo essere stato servito. E' vero altresì che alle volte un consumatore apprezza un vino anche perchè sente dei difetti che alle volte distingue come caratteri distintivi di un vino (non sa quanti apprezzano il sentore di brettanomyces nel vino indicandolo come "tipico") Che ben venga il lavoro di Francesco Zonin volto a migliorare, monitorare e controllare qualitativamente l'evoluzione non solo dei suoi vini, anche del mercato. Opero all'interno di una società di consulenze enologiche e sa sig. Tomacelli cosa succede quando presentiamo i nostri servizi ai vignaioli di cui parla lei??Quando parliamo di qualità e innovazione in vigna nel rispetto della tradizione di una varietà o di un vigneto? Rispondono “Ma mi vendete anche il vino??”. Molti vignaioli credono di saperlo fare il vino e non si rendono conto della competizione esistente sul mercato. Non capiscono che forse se non riescono a vendere dovrebbero dare i conti con quel mondo che si chiama “MERCATO”. Sa qual è la fase successiva? Quando chiediamo dove vogliono vendere il vino rispondono solamente “All’Estero”. Ma secondo lei…il GUSTO dei consumatori giapponesi può essere uguale a quello degli inglesi o americani dove addirittura ogni singolo stato esige vini diversi a seconda del loro mercato interno? Le assicuro di no. Lavoriamo soprattutto all'estero e mi creda ogni Paese ha le sue esigenze e le sue richieste. Trovo la scelta di F.Zonin esemplare, ogni azienda dovrebbe cominciare a capire l’importanza che un buon panel addestrato può avere per il proprio sistema qualitativo e non solo. Cordialmente Simona Migliore

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corrado dottori

circa 10 anni fa - Link

Ciao Francesco. Un paio di note al tuo commento. 1) Parli di "monitorare" il mercato" e di "prendere la propria decisione se possibile". E' giustissimo, rientra nella logica di chi gestisce una azienda e deve fare utili. Poi dici che questo si fa senza modificare la potenzialità del terroir. E qui comincio a non capire... Lo Chardonnay in Sicilia e il Merlot in Toscana, solo per citare due casi fra i più emblematici, non penso che siano arrivati lì da soli. Come tu stesso ammetti, anni fa andavano certi vini e sono state piantate certe vigne. Mi chiedo: e il rovere americano nelle cantine? E i lieviti aromatici? E i concentratori? Non vorrei che ci si prendesse un pò in giro, facendo i buonisti: le ricerche di mercato si fanno per realizzare prodotti che quel mercato apprezza. Ora, questo va stra-bene se parliamo di prodotti industriali. Va meno bene quando parliamo di cibo ed agricoltura. Dove ogni scelta tecnica ed economica, anche la più piccola, ha un effetto sull'uomo e sulla terra (dunque anche necessariamente sul terroir). C'è una parte meravigliosa di Mondovino su questo aspetto. 2) E' vero che il gusto cambia. Molto spesso, però, il gusto non cambia da solo ma su sollecitazioni eterodirette. Mi spiego: il fatto che di colpo anni fa andassero di moda certi vini non era frutto solo di un generale "impazzimento" dei consumatori ma di una generale spinta di vasti settori del mondo del vino verso quella direzione (stampa, enologi, università, rivenditori di macchinari e prodotti, grandi aziende, ecc.). Il marketing oggi giorno, lo sai meglio di me, è sempre più attività pro-attiva, che non solo studia il mercato ma cerca anche di influenzarlo. 3) Per quanto concerne il termine "vignaiolo" io mi riferisco, e l'ho scritto, ad una figura professionale molto specifica che segue TUTTO il processo produttivo (e di conseguenza ha la responsabilità di tutte le scelte) dalla vigna fino alla vendita. Vendita inclusa. Dunque, in questo senso, non sono d'accordo nel tuo includere chi lavora per te (voi) nella categoria dei vignaioli. Sarò noioso, ma a questa questione tengo particolarmente. Non è un caso, credo, che la figura del vignaiolo "indipendente" abbia già da tempo un sindacato in Francia e abbia da poco una Federazione di riferimento in Italia (la F.I.V.I.), proprio per garantirne l'assoluta specificità rispetto alle realtà commerciali, industriali o cooperative.

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gianpaolo

circa 10 anni fa - Link

mi interessano le sollecitazioni eterodirette. E' proprio vero che e' cosi, prima si pompavano gli chardonnay tutto legno (lo chardonnay di planeta era uno dei miei preferiti). Passata questa moda, c'e' da chiedersi dove si trovi il pendolo in questo momento. Un mio amico, distributore sopratutto di vini biodinamici e naturali, nel corso di una delle fiere dedicate a questi vini a Verona in corrispondenza del vinitaly, mi ha raccontato un episodio interessante: un visitatore ha richiesto di assaggiare un bianco di Borgogna, prodotto tra l'altro da un noto viticoltore biodinamico. Dopo aver saputo trattarsi di un Chardonnay in barrique ha cambiato idea, non senza una certa nota di sdegno.

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Michelangelo

circa 10 anni fa - Link

Un conto è fare profitto con il vino, un conto è fare il vino. Due cose legittime, ma diverse. Nel primo caso ha senso chiedersi cosa vogliono (e vorranno) i consumatori. Ha anche senso chiedersi dove portarli (cosa voglio che vogliano...). Nel secondo caso no. Si ascolta solo il proprio cuore e il terroir.

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gianpaolo

circa 10 anni fa - Link

praticamente nel corso dell'ultimo weekend ho visto piu' Francesco Zonin che mia moglie, quindi un commentino a questo post lo farei anche io. Il mondo del vino e' fatto di realta' diverse, tra queste ci sono i piccoli e i grandi. Indubbiamente Zonin e' una grande azienda, con una produzione di 25 milioni di bottiglie, ottenute in gran parte dai 1800 ettari di vigneto che possiedono. Esistono anche aziende che sono capaci di fare milioni di bottiglie senza avere neanche un ettaro di vigna, e questo per me fa una bella differenza. Tra le varie cose di cui abbiamo parlato con Francesco, e' stata anche questa di come viene impostato il vino: tra i tanti vini che fanno vi sono vini che devono seguire certi standard, perche' devono raggiungere un mercato di milioni di persone, ed altri che possono avere delle strade piu' personali, dove io, fossi in Francesco, rischierei anche di piu' e non starei tanto a pensare al mercato. Uno di qusti vini e' il Vermentino che producono a Rocca di Montemassi, in Maremma. La sera a cena abbiamo assaggiato uno dei vermentini che a me piacciono e affascinano di piu' in questo momento: si tratta del Domaine Colombu, prodotto in Corsica. Un vino che ha note di mirto, liquirizia, molto complesso, bevibile, personale. Poco dopo abbiamo avuto modo di assaggiare molti vermentini maremmani: quello di Rocca di Montemassi e' quello che si avvicina di piu' in personalita' a quello corso, ed e' uno dei miei favoriti (e non solo mio).

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Giu

circa 10 anni fa - Link

Lui DEVE vendere bottiglie. Questo è il suo lavoro e il resto sono solo chiacchiere.

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carolina

circa 10 anni fa - Link

giu, scusa il francesismo, ma hai detto una cazzata. se dovesse solo vendere il vino non si romperebbe a fare panel di degustazione con blogger, prenderebbe i commerciali, li istruirebbe e gli farebbe macinare km. @tutti: ripasso stasera, stiamo piantando un vigneto di un amico e sono di fretta, però mi piacerebbe rispondere a francesco. :)

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Bernardo

circa 10 anni fa - Link

@Giu: Scusa ma chi è tra quelli che producono vino (piccoli, grandi, belli, brutti,buoni cattivi) colui che poi non deve anche venderlo? Smettetela di fare i verginelli superpuristi del vino per i quali tutte le fasi successive all'imbottigliamento sono peggio del diavolo. Certo, fare del buon vino e farlo bene aiuta non poco a venderlo, ma conosco aziende di Chianti Classico e non solo che fanno grandi vini (biologico etc etc etc etc) ed hanno le cantine piene.Perché se è vero che talvolta un grande vino si vende da solo, non è un paradigma che si può applicare sempre. Il vino va anche saputo proporlo e venderlo nella maniera giusta e nei posti giusti(intendendo i mercati ed i canali adatti), nel rispetto della filosofia aziendale e della testa del produttore.

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Michi

circa 10 anni fa - Link

Trovo che l'argomento sia interessantissimo: devo fare vino come vogliono i consumatori o mi interessa esprimere al meglio vitigno e territorio senza badare troppo ai gusti del pubblico? Questo è il grande successo di MyFeudo, il fatto di avere incrociato la Famiglia Zonin con internet e con gli internauti, quelli che il vino lo scrivono nei blog e non. Il nome Zonin, mia personalissima opinione, è legato ancora per migliaia di persone alle bottiglione che si trovano in GDO e quindi definite "scadenti". Pochissimi sanno che hanno 9 tenute in Italia e 1 negli Stati Uniti e producono vini ottimi e spesso premiati con i massimi riconoscimenti anche dalle "famigerate" guide. Giustamente Francesco Zonin lo sottolinea dicendo che :"il vino che io come “manager” devo distribuire nel mondo è senza ombra di dubbio il vino di un vigneron (vi ricordo che i numeri “colossali” sono frutto di 9 tenute, 1800 ettari a vigna gestiti da 300 famiglie che ogni giorno curano in maniera maniacale la LORO vigna, perché è questo il sentimento che li lega alla terra), solo che non si chiama Zonin ma si chiama con tanti nomi che forse nessuno riconoscerà". E come Manager d'azienda è giusto che dica che :"Quello che vogliamo fare non è “cambiare il vino” (in che senso poi?) per andare incontro ai consumatori ma tenere monitorato (per quanto possibile perché è difficilissimo!) il gusto dei consumatori e la sua evoluzione. Vedi MyFeudo. Ha ragione Andrea Gori quando dice :"Più che i vertici di Zonin direi che il problema sarebbe commerciale e distributivo alla fine: chi vende Zonin è difficile che sappia vendere vini da vigneron!", è il discorso che facevo prima dei luoghi comuni da sfatare legati al nome Zonin. E' verissimo che, come dice Corrado, "Molto spesso, però, il gusto non cambia da solo ma su sollecitazioni eterodirette. Mi spiego: il fatto che di colpo anni fa andassero di moda certi vini non era frutto solo di un generale “impazzimento” dei consumatori ma di una generale spinta di vasti settori del mondo del vino verso quella direzione (stampa, enologi, università, rivenditori di macchinari e prodotti, grandi aziende, ecc.). Il marketing oggi giorno, lo sai meglio di me, è sempre più attività pro-attiva, che non solo studia il mercato ma cerca anche di influenzarlo". Parlarne, come con FyFeudo, è il modo migliore di farsi conoscere e far capire che si sta lavorando duro per cercare di cambiare rotta e magari non pesare più l'1% sul mercato. Perchè se io lettore riporto ad amici questa conversazione, loro ne parleranno ad altri o ne parleranno sulle loro pagine web e il cerchio si ingrandisce. L'unica cosa che non capisco, e mi riferisco a Corrado, è "Per quanto concerne il termine “vignaiolo” io mi riferisco, e l’ho scritto, ad una figura professionale molto specifica che segue TUTTO il processo produttivo (e di conseguenza ha la responsabilità di tutte le scelte) dalla vigna fino alla vendita. Vendita inclusa". Come si chiamano allora quelli che nelle tenute Zonin fanno tutto questo tranne vendere la bottiglia alla fine? Saluti a tutti

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TERROIR

circa 10 anni fa - Link

il commento è nel mio "pseudonimo"...dico solo grazie a Corrado che ha espresso molte delle mie idee.Francesco si occupa di MyFeudo,io mi occupo di "MyFegato" e scelgo altri vini...

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Tomaso Armento

circa 9 anni fa - Link

Scusate non ho capito un punto, nell'intervendo di Francesco e che Gianpaolo ribadisce mi pare di capire che le vigne siano proprietà Zonin. Ma allora quando si dice "famiglie che ogni giorno curano in maniera maniacale la LORO vigna, perché è questo il sentimento che li lega alla terra" mi sorge un dubbio le vigne sono di proprietà dell'azienda e gestite da dipendenti o sono di proprietà dei vignaioli? Grazie per il chiarimento e complimenti per my feudo, secondo me non è banale che un'azienda con un mercato così grande si apra al dialogo: significa rischiare (vedi nestlè) ma anche voler ancora "crescere". Chapeau.

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