Fabrizio Gallino e la sua idea di Valle d’Aosta in 9 vini

Fabrizio Gallino e la sua idea di Valle d’Aosta in 9 vini

di Samantha Vitaletti

“Cosimo salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte. Nostro padre si sporse dal davanzale. – Quando sarai stanco di star lì cambierai idea! – gli gridò. – Non cambierò mai idea, – fece mio fratello, dal ramo. – Ti farò vedere io, appena scendi! – E io non scenderò più! – E mantenne la parola.”

Così finisce il primo capitolo di uno dei libri per me più belli della letteratura italiana, scritto da Italo Calvino. Cosimo Piovasco di Rondò, meglio conosciuto come ‘il barone rampante’, disobbedisce all’imposizione del padre, abbandona la tavola imbandita, sale su un leccio da cui non scenderà mai più. Quando penso a Fabrizio Gallino (responsabile Slow Wine per la Val d’Aosta e autore del libro “Vino in Valle”) mi viene sempre in mente questa associazione di idee. In un certo senso anche lui è un Cosimo Piovasco, sta lassù, dove il ramo rappresenta la dimensione intima che caratterizza le sue degustazioni, il suo parlare sottovoce e con garbo, la naturale gentilezza che accompagna ogni suo scritto e ogni sua serata, laddove sotto l’albero c’è, sì, tanto di buono ma anche troppo, chiasso e sgomitare alzando la voce alla ricerca di consenso e d’applausi che a lui, lassù sembra non toccare proprio. Non c’è, nel suo modo di rapportarsi al vino, nessuno snobismo, nessuna alterigia, nessuna falsa modestia. Il suo è solo un modo diverso di porsi, che rispecchia il suo modo di essere. Non ha bisogno di attirare l’attenzione spaccando chitarre davanti a fan in visibilio. Non cerca lo show ma gli interessa la sostanza.

Non credo di sbagliare molto se dico che Fabrizio Gallino è il massimo conoscitore del volto enologico della Val d’Aosta in Italia. Materia che studia e che vive da anni, materia che palesemente lo appassiona e, soprattutto, materia che ha evidente piacere di condividere. E anche questo è importante perché se sai le cose e ti interessa più far sapere che le sai che farle sapere anche a chi ti ascolta, allora non c’è gusto. Oppure c’è il gusto diverso di andare a un concerto più per vedere le chitarre spaccate che per sentire musica.

È già trascorso un po’ di tempo dalla serata di degustazione di cui sto per raccontare. Spesso tra la serata e il racconto passano giorni a causa della mia mala organizzazione del tempo, ma questa volta no. Ho fatto scorrere le ore perché, come Porthos m’insegna, mi piaceva l’idea di far mie tanto le emozioni e le impressioni del momento, quanto scoprire come queste avrebbero lavorato dentro di me e con che suono me le avrebbe restituite l’eco. Ho fatto decantare la serata, insomma, e così ne ho apprezzato meglio retrogusto e persistenza.

Da questa piccola regione marginale e di confine, qualche secolo fa uscivano vini allora più quotati che i Borgogna o i Bordeaux. Non è gossip inventato dalla pro loco che i Romani impiegarono vent’anni per conquistare la Valle e che la prima cosa che fecero fu quella di svuotarne le cantine. Ed è in Val d’Aosta che si trovano le vigne più alte d’Europa e uniche a piede franco. I produttori di vino sono 56, 5 cantine cooperative e 51 privati, per una produzione totale di 2 milioni di bottiglie all’anno. È interessante sapere che di questi due milioni il 70% viene consumato in loco, il restante 30% viene diviso tra Italia, Stati Uniti, Giappone e Francia. Pare che i francesi comprino il vino della Valle per “fratellanza” e che sia più facile trovare un vino valdostano a New York che a Roma.

Per la serata romana Fabrizio ha scelto di proporre un piccolo compendio della produzione regionale, vitigni autoctoni e internazionali, cantine “grandi” (180.000 bottiglie il record massimo annuo per la più grande!) e cantine piccole, in regime convenzionale e in biodinamica. I numeri e la filosofia delle cantine sono stati menzionati solo dopo gli assaggi e anche questa scelta per me è un’onesta accortezza.

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Grosjean, Petite Arvine – Vigne Rovettaz 2017
Vino biologico. Il 99% del territorio della VDA è roccioso e pietroso, di origine glaciale. Acidità e sapidità è quanto, secondo Fabrizio, i vini dovrebbero in ogni caso esprimere, al di là delle tecniche di cantina. Questo petite arvine è delicatamente profumato con leggera piccantezza. Oltre il sapido, quasi salato, salta subito al palato la netta vocazione gastronomica. È ancora un po’ segnato dalla botte ma non al punto da vedersi alterata la sua natura. L’uva petite arvine si trova, oltre che in VDA, solo in Svizzera dove per tradizione la si vinifica lasciando un leggero residuo zuccherino.

Didier Gerbelle – Jeux de Cépages 2017 (sauvignon, viognier, chardonnay)
Per il mio gusto personale troppo profumato ma ho trovato la bocca comunque equilibrata. Vino semplice e dritto.

La Crotta De Vegneron – VDA Chambave Muscat 2017
Discreto ed elegante, puntuto al punto giusto. Per me che col vino sono un po’ masochista, in senso metaforico ma letterale, ovvero più il vino è tagliente, dritto, vetroso, puntuto, più mi piace, questo vino è una goduria. Al di là della pesca gialla e del tanto sale che ne fanno un vino certamente caldo, il brivido dato dalle inattese e ripetute punture di spillo lo rendono dinamico, con un suo equilibrio e una piacevolezza che nulla hanno a che vedere con l’accondiscendenza o, peggio, la ruffianeria.

Maison Maurice Cretaz – Min 2016 (maiolet)
Uva autoctona della VDA. Considerato il vin de seigneur, per la sua carica speziata leggera e per i tannini eleganti. Pepe nero in granelli, china, cola, tannini croccanti, radice di liquirizia, grande beva. Acido e sapido, sanguigno e ferroso. 14,5° che sembrano 12,5. Fabrizio lo definisce un “vino da merenda”.

Grosjean, Cornalin – Vigne Rovettaz 2016
Vitigno autoctono della VDA che è approdato anche in Svizzera, al contrario della petite arvine che dalla Svizzera arriva in VDA. Speziato, rotondo, carnoso, silvano. Intrigante nell’essere respingente e poi coinvolgente in un dondolìo continuo tra zone d’ombra e squarci di luce.

Grosjean, Pinot Noir – Vigne Tzeriat 2016
I paragoni non hanno senso, non è Borgogna, non è Alto Adige, non è Oregon. Ma non vuole neppure esserlo, nessun tentativo di plagio, né scimmiottamenti ridicoli. Ricorda un po’ l’Amaro del Capo. Liquirizia, mirtillo. Molto comunicativo e loquace senza arrivare ad essere sguaiato. Procede rassicurante: con lo stesso elegante incedere con cui si è presentato, avanza lentamente e se ne va lasciando un gradevole sentore di radici e liquirizia.

Azienda Piantagrossa, 396 Nebbiolo 2016
Uno dei due vini della serata che ho amato di più e di cui a distanza di qualche settimana ricordo nitidamente profumo e sapore. L’annata è la 2016 e il vino è passato solo in acciaio. Dritto, puntuto, sveglio. Naso profondo di sale, succoso. Una filodiffusione mentolata accompagna discreta tutto l’assaggio. Di qua e di là fanno capolino cerfoglio e violette

Didier Gerbelle, NA! (sta per “no!” in quanto primo a non usare chimica in vigna)
Assaggiamo la versione base di questo 85% petit rouge e 15 maiolet. Vino goloso e sincero, rustico, carico e, in senso buono, per l’allegria, la mobilità, le tinte forti del carattere, circense.

Les Granges, VDA Fumin 2016, il “padre nobile dei vitigni valdostani”
Unica azienda della VDA con certificazione biodinamica. Vino potente, austero, apparentemente poco disponibile al naso ma capace di trasformarsi in un giro sulle montagne russe pazzesco. Menta e liquirizia, erbe aromatiche fresche, amarena macerata. Note di leggera affumicatura, esplode sulla lingua con una macinatura di anice, continua con sbuffi di caffè e striature ferrose. Continuamente mobile e cangiante, tanto da sembrare “frizzante”, in senso di percezione psicologica più che tattile.

La panoramica della serata ha lasciato grande voglia di assaggiare ancora e di continuare a conoscere questo “piccolo rettangolo incastrato tra le montagne”, perché un buon maestro non è quello che ti convince coi suoi giudizi a giudicare in base a quelli, ma quello che ti lascia con la voglia di approfondire ciò che è stato in grado di trasmetterti. Perché, cito ancora dal Barone, “un gentiluomo è tale stando in terra come stando in cima agli alberi, se si comporta rettamente”, dove rettamente, per me, vuol dire proprio così.

4 Commenti

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Andrea Troiani

circa 6 giorni fa - Link

Ciao Samantha Ho da poco assaggiato i vini Grosjean e trovo le tue descrizioni non solo evocative ma assolutamente calzanti. Viva la Valle d'Aosta

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Samantha

circa 6 giorni fa - Link

Evviva sì! Grazie, Andrea!

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Marco Prato - il Fummelier®

circa 6 giorni fa - Link

Io che non amo particolarmente i vini dolci, ricordo invece ancora con immenso piacere, due eccezioni rimastemi particolarmente impresse; vino passito “Prieurè” della Crotta di Vegneron di Chambave utilizzato per una degustazione in abbinamento...senza parlare di quando mi fecero assaggiare il “Fletri” di La Vrille... Che goduria!

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Nelle Nuvole

circa 5 giorni fa - Link

Bel pezzo succulento. La Val d'Aosta is the New and Old Black e Fabrizio Gallino è il suo profeta.

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