Effetto Saketeca a Milano: esco per due passi e faccio 10.000 km

Effetto Saketeca a Milano: esco per due passi e faccio 10.000 km

di Graziano Nani

È da tempo che mangiare giapponese difficilmente regala grandi emozioni a Milano. A parte i soliti baluardi, e a meno che non si abbia voglia di mettere sul piatto cifre importanti, in generale la sensazione è di non vivere esperienze che hanno a che fare con il Giappone ma di entrare in una dimensione parallela dove vige l’oligarchia dei sushi misti, delle zuppe di miso e degli ettolitri di salsa di soia. Forse è possibile che dopo tanto sbacchettare siamo tutti poco motivati, fatto sta che da tanto tempo un posto asiatico non mi risvegliava dal torpore nippo-gastronomico.

Saketeca Go.
C’è riuscito un piccolo posto in Viale Piave che nella sua semplicità è a tutti gli effetti un autentico Izakaya, tipico locale giapponese che vende bevande accompagnate da cibo.

Il locale si chiama Saketeca Go e con poche scelte azzeccate è riuscito a scardinare la logora formula arredamento minimal-milanese + menù sushi-sashimi + edamame/miso/alghe e a ritagliare un piccolo angolo di Tokyo a Milano. Nella linearità di un posto che ti fa subito sentire bene spiccano le pareti blu decorate con grandi fiori, il bancone dove i Giapponesi sono almeno quanti gli italiani e la cantinetta che sbuca nella penombra con tante etichette e ideogrammi uno accanto all’altro così belli da richiamare subito l’attenzione sul protagonista del locale. Siamo nel regno del Sakè, la scelta da questo punto di vista è davvero ampia e lo si sapeva. Quello che invece non tutti sanno è che oltre alla bevanda nazionale nipponica la Saketeca offre anche una selezione di vini naturali tra le migliori della città. Faccio due chiacchiere con Mika, la sommelier, e vado da tutt’altra parte rispetto al Giappone scegliendo un vino che viene dalla Spagna.

Benimaquìa Tinajas 2014, Bodegas Bernabé Navarro.
Questo orange spagnolo della scuderia di Rafa Bernabé viene dalla zona di Alicante ed è davvero un gran bella bevuta. Nasce da un blend di moscato di Alessandria e merseguera e dopo la fermentazione in contenitori d’argilla passa 6 mesi sulle proprie bucce. Il tocco della macerazione è piacevole e valorizza la natura del vitigno aromatico regalando un sorso ricco e polposo. È nei profumi però che lo zibibbo esprime tutta la sua tipicità, con sensazioni di frutta dolce e matura come la nespola uniti a tocchi di miele. Ma il sentore che per me la fa da padrone sia al naso che in bocca è sicuramente il tè in tutte le sue sfumature, che pian piano cede spazio a riverberi di agrumi mai troppo netti. Chiude l’esperienza una sapidità fine e profonda, che richiama la sensazione di tanti piccoli cristalli di sale pronti a sciogliersi velocemente.

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Il menù.
Più abbondanti delle tapas, più piccoli di una media porzione, i piatti della Saketeca spaziano in libertà tra Italia e Giappone con un’impostazione guidata anche dalla stagionalità. Bello dimenticare lo standard dell’involtino primavera assaggiando questa versione reinterpretata che ridà dignità al piatto grazie agli ottimi gamberi e alle foglie di basilico, insieme alla salsa di maionese al bisque che crea subito dipendenza. Buono anche il curry rice giapponese con maiale e melanzane, dove il timbro saporito del piatto non è una cannonata a senso unico ma si rifrange in tante sensazioni tra grassezza, piccantezza e tendenza dolce.

Le polpette di manzo croccante con insalata e pomodorini marinati vanno via in quattro morsi come tutti i piatti fritti che si rispettino, mentre un discorso a parte meritano i mochi con salsa di sesamo bianco e Azuki. Ci avvisano prima che sono preparati al momento, in effetti aspettiamo un po’ prima di assaggiarli ma l’esperienza vale davvero l’attesa. Nella loro semplicità portano al tavolo un vero e proprio cambio di paradigma rispetto al modo in cui intendiamo i dolci a casa nostra. La direzione tende decisamente meno alla bordata di zucchero e va più verso sensazioni delicate, nel caso delle salse, e quasi neutre nel caso delle pallette di riso glutinoso dalla consistenza bizzarra e divertente, tra il gommoso e il gelatinoso. Davvero interessanti e ben preparati.

Denshin Ine, I Pponghi Kubo Honten.
Quasi dimentico il sakè ma ci pensano i ragazzi al bancone a farmelo tornare in mente, con un assaggio offerto dalla casa. Per evitare incidenti di traduzione mi faccio scrivere il nome in versione occidentale: si chiama Denshin Ine, realizzato dal produttore I Pponghi Kubo Honten. Le sue caratteristiche sfuggono al lessico con cui sono abituato a raccontare il vino ed è proprio questo il bello. Ha un carattere leggiadro e floreale, non c’è traccia di frutta fresca, quella a guscio invece si può notare tra le note delicate di farina di riso.

Lo sorseggio con calma al bancone, dall’altro lato una ragazza giapponese indica a un italiano diversi tipi di sakè raccontando cose che non riesco ad ascoltare. Strano perché in realtà sono vicini, stanno giusto dall’altra parte del bancone, saranno sì e no 10.000 chilometri.

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Graziano Nani

Frank Zappa con il Brunello, Hulk Hogan con il Sassella: per lui tutto c’entra con tutto, infatti qualcuno lo chiama il Brezsny del vino. Divaga anche su Gutin.it, il suo blog. Sommelier AIS, lavora a Milano ma la sua terra è la Valtellina: i vini del cuore per lui sono lì.

1 Commento

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Albertosan

circa 2 settimane fa - Link

Anche Sakeya in via Cesare da sesto non e' niente male,locale molto bello, piatti interessanti e grande selezione di sake.

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