Drink like a Norwegian. Nel Grande Nord si beve aquavit, e tutto quanto fa ubriacare

Drink like a Norwegian. Nel Grande Nord si beve aquavit, e tutto quanto fa ubriacare

di Thomas Pennazzi

Un recente viaggio in Norvegia mi ha permesso di imparare qualcosa di più sugli usi di questo popolo nordico, con cui noi italiani abbiamo scarse frequentazioni. Lo scopo era la mia partecipazione alla Trondheim Cognac Experience, una delle rassegne norvegesi dedicata alla conoscenza del nobile distillato, il cui consumo è da decenni in costante crescita nel regno boreale.

Trondheim è l’ultima città importante di questo esteso Paese, alle porte della lunghissima e stretta regione che si spinge fino a Capo Nord ed ai confini con la Russia artica. Ma mille anni or sono è stata anche la capitale del Regno di Norvegia sotto re Olaf il Santo, che proprio santo non era ma un sanguinario guerriero, e tuttavia ha portato il cristianesimo tra i vichinghi, e per questo sarà onorato nei secoli. Sulla sua tomba è stata eretta una maestosa cattedrale romanico-gotica, la Nidaros Domkirke, che è anche la più settentrionale al mondo.

Il cognac festival, ospitato nel Royal Garden Hotel, in una spettacolare posizione sulla Nidelva, un fiume che sta per farsi fiordo, è stata una ghiotta occasione per fare nuove scoperte, rivedere vecchi amici tra produttori ed appassionati, frequentare le masterclass con i maîtres de chai, ed assaporare la cognac life alla norvegese. Questa gente è la più forte bevitrice al mondo del distillato francese, e ha oltre alla sete, una competenza ed una passione inesauribile. I cognac club norvegesi come per esempio la locale Société de Cognac Trondheim sono una vera fucina di esperti, paragonabili ai nostri migliori wine blogger: solo che loro invece di scrivere bevono e basta.

La felicità nordica passa infatti dal bicchiere pieno, e se si pensa che ce ne vogliano parecchi prima di scacciare il freddo dal carattere vichingo, ci si sbaglia di grosso. Il norvegese è semmai riservato, ma cordiale e generoso con noi gente del Sud, che invidia per le ricchezze negate alla sua terra avara di sole, prima fra tutte il vino.

Appunto. Sebbene non ne possano fare, se lo comprano. Sono ricchi abbastanza per potersi permettere il meglio, e nei locali di qualità sfogliare le carte dei vini ci lascia a bocca aperta. Non troviamo solo le prevedibili epifanie sciampagnotte, bordolesi e borgognone, ma paginate di Piemonte e Toscana (ed altre zone) ad alto livello. Rinaldi, Conterno, Cappellano, Gaja, Mascarello, annate ed annate dei Produttori del Barbaresco, Masseto naturalmente, e tutti gli –aia con strascico di Brunelli e di Nobili, terminando con qualche presenza dall’Etna del calibro di Cornelissen & friends a fare da paggetti. Ah, dimenticavo gli Amarone, tipo Dal Forno e Quintarelli. Non manca proprio nessuno dei grandi nomi dello Stivale con cui i norvegesi possono far festa. Perché per loro il vino è un consumo che va ben oltre il pasto.

Ma le risorse dei tavernieri non finiscono col vino. Dopo cena mi sono divertito ad offrire ai compagni di tavola qualcosa di forte, nonostante avessimo svuotato in media una boccia di vino a persona. È stato bello sorprenderli – ma ero più sorpreso io di trovarlo in carta – con un distillato di pesche saturnine di Capovilla, segno tangibile del sole meridionale rinchiuso in bottiglia. Ordino sicuro, l’oste mi squadra perplesso, chiedendomi in buon inglese se ho idea di che roba sia, ed alla risposta che conosco di persona il produttore, mescerà poi sbalordito, ma compiaciuto della sua clientela. Il resto l’ha fatto l’acquavite: tutti i commensali intorno a subissarmi di domande, ammaliati dalla maestria del “Capo”.

La scoperta più curiosa è il rapporto dei norvegesi con l’alcool. Che fossero forti bevitori, come del resto ogni scandinavo, baltico o russo, è cosa nota; ma soprattutto lo sono nel fine settimana. Perché? Prima di tutto vige il divieto di toccare alcool al volante, e poi esiste una tacita riprovazione sociale a bere durante i giorni di lavoro. E se loro cominciano, sapete, non li contenterete con una birretta o uno spritz per aperitivo: ecco.

Ne consegue che, essendo stati a secco tutta la settimana, si rifanno abbondantemente delle privazioni non appena possono. E ai nostri occhi fa strano vedere un’intera città, i ragazzi soprattutto ma non solo, ciondolare completamente marcia d’alcool a notte alta per le strade animate. I locali sono aperti oltre gli orari dell’Europa centrale, ed una volta cenato e ben bevuto, si esce… a bere ancora! Certo, si dice che questo aiuti la socialità, ed è vero: i norvegesi diventano ancora più simpatici a tarda sera, ma ad un italiano vedere questo spettacolo etilico fa una certa impressione. La polizia vigila, previene i guai grossi, e fa riportare a casa col furgone – dopo averli multati – i bevitori più disperati.

La città di Trondheim è a misura d’uomo, vivace ed accogliente come non ce la immaginiamo, noi che crediamo ad un Nord inospitale: sarà perché è sede universitaria, sarà per il suo centro raccolto, ti sembra di essere a Modena piuttosto che all’altezza di Reykyavik, complice forse un autunno ancora mite. Tra l’offerta di ristoranti e bar c’è quel che serve a soddisfare anche il più spocchioso dei nostri enofili all’amatriciana. Potrete trovare mescite d’eccellenza, pub con un assortimento di whisky da far impallidire ogni scozzese, locali dove si suona dal vivo e si beve sia l’ottima e costosa birra artigianale norvegese, sia grandi e degni cognac. Davvero niente male.

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In uno di questi ultimi ci siamo diretti dopo cena, per bere come si deve un cognac, perché sapete, alle fiere si assaggia appena (no, noi “alcolisti” non si fa offesa al bicchiere come voi eno-qualcosa: se vogliamo capire un distillato, ci è vietato sputare). E tra una chiacchiera e l’altra, uno dei nostri giovani ospiti mi chiede se mai conosca il distillato tipico norvegese. Di nome soltanto, aquavit, ho potuto rispondergli, ma non ero convinto cosa fosse per certo. Pensavo all’incirca ad un kornbrand, un distillato di cereali.

Lui sparisce nella folla, e torna dopo qualche minuto con due diversi bicchieri pieni di aquavit, uno bianco ed uno ambrato. Guardo, annuso, gli sorrido ed esclamo “Ma questo è Kümmel!”. Il nome vi suonerà desueto, è vero, ma fa parte della bottiglieria di ogni bartender che si rispetti; se avete qualche annetto sulle gobbe e siete usi ad appollaiarvi sui trespoli dei bar, lo ricorderete di sicuro vicino al Curaçao ed al liquore alla violetta.

È presto detto: i norvegesi non hanno grandi risorse da fermentare, quindi resta loro da scegliere tra l’amara segale e la dolce patata; distillata quest’ultima, si produce un alcool neutro ed insulso, il proverbiale spirito di patata. Che viene quindi reso potabile zuccherandolo ed aromatizzandolo con le erbe del luogo e magari qualche scorza secca di agrumi. La cosa più affine al gusto dell’aquavit che possa ricordare è la Kontuszówka, un liquore d’erbe polacco, ma se avete frequentato solo le nostre Alpi Retiche o le Dolomiti, il sapore del cumino vi sarà già ben noto: dal pane.

L’aquavit, altresì detta akevitt, esiste in due qualità principali: chiara ed affinata. Entrambe più o meno dolci, e più o meno intensamente profumate al cumino ed alla relativa famiglia (anice, aneto, finocchio, coriandolo), con l’aggiunta di note agrumate o di spezie come il cardamomo, possono essere distillate da differenti qualità di patate. In Norvegia è preferita la variante ambrata, e perfino, per una lunga tradizione, quella che ha compiuto due volte il passaggio dell’Equatore (linje), una volta imbarcata sulle navi; è una sorta di invecchiamento accelerato dalle variazioni climatiche e dal moto, che viene usato anche dalla maison norvegese Kelt per i suoi cognac.

In conclusione si tratta di una bevanda eminentemente gastronomica, indicata per accompagnare i pesci grassi ed affumicati, così come le carni nordiche, ricche di forti sapori; e spesso si usa berne un bicchierino tra una birra e l’altra per pulirsi il palato dal luppolo. Ma l’aquavit non dispiacerà nemmeno liscia a chi ama il gusto del tutto caratteristico di queste piante fortemente aromatiche. Skål!

Foto di copertina: la Spedizione Amundsen al Polo Sud festeggia con aquavit il solstizio d’inverno 1911 a Framheim  (positivo ricolorato); Roald Amundsen Bildearkiv, Nasjonalbiblioteket, Oslo.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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Andrea Troiani

circa 1 settimana fa - Link

Io ho un debole per la Linje, e la meravigliosa mappa nel retro dell'eticheta etichetta che, in trasparenza, mostra il percorso fatto dalla nave nel suo doppio passaggio dall'equatore. Grazie per avermela ricordata (provvedo a chiamare un contato scandinavo per farmela portare) ;-)

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Patrick Jane

circa 1 settimana fa - Link

Io sto oramai terminando una notevole bottiglia di Gammel Opland, aromatizzata con cumino, coriandolo, finocchio e anice, due anni di invecchiamento in botti di Madeira, e non posso fare altro che consigliarla anche per scacciare l'immagine qui evocata dello spirito insipido. Anzi.

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