Dom Perignon 2008: 100/100 per lo Champagne più stupefacente di sempre

Dom Perignon 2008: 100/100 per lo Champagne più stupefacente di sempre

di Andrea Gori

Un solenne ma incredibilmente romantico e toccante cambio della guardia nella maison Dom Perignon tra gli chef de cave Vincent Chaperon e Richard Geoffroy, ha mostrato a Milano nella sala eventi più alta della nazione cosa significa essere “dreamers and entrepreneurs”. Due sognatori e imprenditori-avventurieri che hanno presentato un vino atletico pieno di sostanza e muscoli, un vino immaginifico, impossibile da realizzare se non al termine di un percorso unico nella storia del vino con uno studio delle vendemmie e delle annate meticoloso e serratissimo, due chef de cave cui la natura ha voluto donare una nuova 1996 con 22 anni in più di esperienza sulle spalle.

Attorno al tavolo abbiamo sperimentato l’esperienza di uno chef de cave come Richard Geoffroy, scalpitante di intraprendere nuove avventure (a partire dal sake di cui abbiamo discusso a lungo provando a immaginare un “bistecca e junmai ginjo” in trattoria a Firenze) ma che allo stesso tempo si specchia nella baldanzosa ma già sapiente figura di Vincent Chaperon, nato in Congo pochissimi anni fa ma con già 15 anni di esperienza dentro LVMH e Dom Perignon. Vederli insieme scatena emozioni e tenerezza e, al contempo, rassicura sul grande futuro di questo gioiello, vero patrimonio del vino mondiale.

Il motivo per cui eravamo riuniti non era solo questo passaggio generazionale ma anche per scoprire finalmente uno dei frutti più importanti del loro lavoro in comune, ovvero, il Vintage 2008 di Dom Perignon.

Ricordiamo ancora una volta le condizioni climatiche della 2008, annata caratterizzata dalla predominanza di cielo grigio e velato, condizione singolare in un decennio soleggiato e generoso: anche la primavera e l’estate hanno avuto la stessa mancanza di luce e calore ma, per fortuna, il mese di settembre  ha salvato la stagione, come già successo nel 2006, nel 2000 e nell’ormai leggendario 1966.

Nelle parole di Richard scorrono le altre grandi annate di Dom ovvero 1988, 1990, 2002 e di nuovo 2008 con una interpretazione personale di annata straordinaria. Più che il rating complessivo dell’annata , DP 2008 era atteso da molti appassionati come l’ultimo tassello del puzzle per valutare la vendemmia nelle sue caratteristiche (al netto di Salon e Krug che sono però ben al di qua dall’apparire sul mercato).
La presentazione di Richard Geoffroy
“Si è parlato tanto della 2008 perché è un’annata “archetipo” ma, paradossalmente, per un archetipo una vendemmia archetipo così non si verifica spesso in realtà. L’impegno è andato bene al di là di quello che è risaputo sulla Maison, noi andiamo molto oltre perché vogliamo continuamente sorprendere nonostante la prerogativa di DP sia quella di essere eccellente sempre ad ogni uscita. Ma essere solo eccellente è riduttivo per DP e per i mezzi e le uve di cui dispone quindi l’imperativo di chi lo produce è di sorprendere chi lo assaggia, chi lo compra e per farlo è necessario sorprendere anche chi lo fa in cantina.

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Mentre molti chef de cave oggi  insistono sulla costanza nel tempo, cercando ogni anno di ricreare la stessa cuvèe a prescindere dall’annata, noi facciamo una apologia del cambiamento e della diversità. Ogni anno tentiamo di creare qualcosa di nuovo e del resto la natura ci sorprende ogni anno. Questa novità di ogni anno la guardiamo in maniera opportunistica e la sfruttiamo per nuove intepretazioni di DP, ma sono molti i vincoli a cui sottostiamo, mai così grandi come quelli che la natura ci impone, incluso la decisione di non produrre DP come è successo nella 2001 e 2007.

Noi cerchiamo di andare oltre l’archetipo e speriamo di avere inventato qualcosa di diverso.

La natura ci indica la traiettoria e noi la seguiamo, in Champagne alcuni modelli climatici si ripetono ciclicamente come un agosto nuvoloso e settembre caldo e luminoso come questa 2008 ma qui abbiamo avuto addirittura un’annata non solo tardiva ma che al 15 settembre ci vedeva titubanti sul grado maturità. La vendemmia è stata una gara di lentezza perché abbiamo approfittato fino in fondo del rovesciamento del clima e ad oggi è stata la vendemmia più lunga: 4 settimane invece delle classiche due. In quest’annata, parafrasando l’amico Lenny Kravitz e usando un motto bellissimo degli italiani, ci siamo detti “It Ain’t Over Till It’s Over” quindi  siamo andati a cercare ancora più maturità , più aromi, più spessore, e questo è la nostra rivisitazione dell’archetipo champagne.

Archetipo di Champagne vuol dire anche una certa forma di rigore, tagliente netto il sorso , acidità elevata e sacrosanta sempre, un gusto che piace tantissimo agli abitanti della Champagne, meno ai forestieri più interessati ad equilibrio e longevità. Ma acidità e freschezza non sono la nostra prima preoccupazione bensì trovare l’equilibrio acido dell’annata senza forzare: le annate 2009 e 2003 avevano un’acidità molto bassa ma sono comunque diventate DP: meno immediate e ancora da aspettare, ma pur sempre DP.

La 2008 rivisitata ha significato dare “più polpa all’osso”, spingere sempre oltre come ho sempre insegnato a Vincent, puntare lontano sempre, basti pensare all’epopea del pinot nero in rosso e rosa e le creazioni in rosè degli ultimi anni. Cercare polpa e ricchezza nella 2008 non era banale ma per avere sostanza bisognava osare, rischiare. Del resto è la nostra missione quella di cercare sempre qualcosa di straordinario, il vigneto non è immobile, non ci sono ricette, dobbiamo saper scegliere e adattarci.
Più che polpa, in realtà, la 2008 è muscolo tonico e affusolato senza la più pallida traccia di grasso, un millesimato atletico, denso, luminoso ed energico e già questo è rivisitare dell’archetipo. L’acidità dell’annata c’è e si sente ma è stata integrata con frutto ed energia, con un finale che mostra longevità e una grande persistenza aromatica, altra firma di DP.

DP è un marchio affermato e di successo ma deve continuare a correre rischi, sarebbe il rischio più grande quello di non correre rischi e se dovessi esprimere un desiderio per Vincent è proprio questo, mantenere la voglia di rischiare, sempre.  La 2008 non sarebbe stato così senza la 1996 e ci ha permesso di andare ben oltre, magari lo avessimo fatto 22 anni fa! All’epoca noi e molti colleghi abbiamo avuto una illusione di maturità dovuta all’asciugatura del vento e avremmo dovuto aspettare almeno una settimana in più. Per imparare dagli errori del passato dovremmo rivivere le annate più spesso e lo facciamo in cantina con chi ha vendemmiato, con chi ha vinificato e con chi ha assemblato il vino, e questo ci permette di migliorarci costantemente”.

Dom Perignon Champagne 2008
Un vintage 1996 con gli steroidi a tutti gli effetti, un vino luminoso, preciso e più carnoso rispetto ai classici anni ’90 e ’80, ma, allo stesso tempo, fresco impressionante nonostante la maturità di frutto che si mostra senza veli. Un vino sfacciato fin dal primo naso con quel tono dolce e vanigliato che spesso lo accompagna, frangipane, tiarè, magnolia, canditi di limone e gesso purissimo, appena affumicato, poi generoso al palato con bollicina cremosa e sottile. Naso complesso ma fresco, esaltato da note di fiori bianchi, agrumi, anice e menta piperita, poi aromi di spezie e tostatura, una nota curiosa di pancetta di cinta senese, ananas maturo, guava, poi scorza di limone maturo sfusato di Amalfi, mele rosse, fichi in confettura, mirtilli e ribes rosso.

Il palato è tonico e atletico, affusolato e muscoloso, con un frutto pieno e pulito e un’intensa persistenza, danza quasi sul palato come potrebbe fare Bolt misto a Bolle con quel tocco nervoso, salino e leggero amarognolo che bilancia il frutto ricco e pieno. Un vino che si potrebbe definire un “nuovo classico” su cui saranno misurati tutti quelli a venire, un vino straordinario già da bere oggi e che lo sarà per chissà quanti anni ancora. 100/100 

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Non bastasse l’assaggio, nel corso della presentazione lo abbiamo messo alla prova su quattro grandi piatti di Chicco Cerea del ristorante “Da Vittorio” che, come al solito, fuori casa tira fuori una qualità unica dei piatti come  lo Spaghetto di tonno con sugo di bagna cauda e ragù di pistacchi, il Risotto con crema di cipolla Giarratana affumicata e il Gambero di Sanremo (forse il piatto ideale in questo momento per esaltare ancora di più il vino vista la croccantezza e precisa tostatura del riso) e il Moro antartico con amatriciana e granita di parmigiana, piatto di chiaroscuri e dolcezza sussurrata esattamente come il vino. Notevole anche la prestazione sul “Fico“, celebre frutta dessert dei Cerea che ne esalta il lato carnoso e goloso.

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Ovviamente non si assaggia mai un solo Dom ed ecco a sorpresa arrivare due vendemmie conseguenti ma agli antipodi come la 2004 e la contestatissima 2003:

L’annata 2003 Richard la ricorda come una sfida dura fin dall’inizio, mentre oggi è tostato, ricco, polposo con vinosità sorprendente e una maschia magia energica che rapisce e appaga: forse, all’epoca, è è stato messo in commercio troppo presto: “Per mantenere lo stile DP abbiamo usato tecniche estreme che hanno portato ad un risultato che non mi soddisfaceva appieno allora: ma io sapevo che era grande vino…” dice Richard. Oggi la 2003 ha materia e succo tropicale, guava, menta e mela rossa, vino più che champagne, ancora iroso e impaziente di dimostrare di cosa è capace. Vino pazzesco ma da lasciare lì e che darà riprova della sua grandezza nelle versioni P2 e P3.

Non ha nulla ancora da dimostrare invece la 2004 che oggi è vino fine delicato, leggero e floreale, una vendemmia al termine di una stagione facile e impossibile da sbagliare, un vino più facile da fare, profondo verticale e fresco che oggi è meravigliosamente cangiante con la sua sottile delicatezza sublime e polpa quanto basta, una vera meraviglia  di delicatezza e grazia.

Con l’uscita di scena di Richard Geoffroy si chiude un’era a Dom Perignon, l’era delle sfide, dei millesimi impossibili, della crescita impetuosa di numero di bottiglie e di qualità complessiva, della definitiva consacrazione di Dom Perignon a marchio iconico e poliedrico, capace di mettere assieme artisti, musicisti, attori e registi in un valzer della creazione che ogni giorno si misura con se stesso e con la natura. Ma lo stile, la misura e la fermezza con cui Vincent Chaperon ha affrontato le ultime presentazioni e annate fanno intravedere quanto Dom Perignon sia pronto a nuovi obbiettivi e nuovi piaceri da farci scoprire al palato.

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

5 Commenti

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rialtoinalto

circa 1 anno fa - Link

Complimenti Andrea, grande post! Ma questo 2008 si trova in vendita e se si trova il prezzo è stellare?'

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Andrea Gori

circa 1 anno fa - Link

Diciamo che l'edizione limitata (con i nomi dei due chef de cave sull'etichetta) in uscita il 1 novembre è già tutta assegnata e quindi difficile da trovare se non nelle enoteche storiche che lavorano DP e ristoranti del circuito. Come prezzi però dovremmo essere in linea con quelli classici ovvero sui 150 euro.

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amadio ruggeri

circa 1 anno fa - Link

A "pancetta di cinta senese" sono quasi svenuto. Ci vuole tanto tanto tanto tanto coraggio. Complimenti.

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Lanegano

circa 1 anno fa - Link

Anche scorza di limone maturo sfusato di Amalfi richiede una bella dose di faccia tosta... Grazie Gori, il mio era uno sberleffo bonario e amichevole. Articoli sempre esaustivi, interessanti e ben scritti. Beato te che lo hai bevuto....mi è venuta l'acquolina. Saluti

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Andrea Gori

circa 1 anno fa - Link

offesa non ricevuta! quando esagero so di meritarmelo... cmq vorrei vedere voi ogni giorno con davanti queste cose a non pensare alla cinta senese ogni minuto... Pancetta di Cinta Senese

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