Dog Point e la persistenza del sauvignon in Nuova Zelanda

Dog Point e la persistenza del sauvignon in Nuova Zelanda

di Andrea Gori

Il tappo a stelvin per invecchiare il vino è utile come un paio di mutande sul set di un film porno. Ti irrigidisce, fa passare la poesia e non permette certo di esprimerti al tuo meglio. DogPoint ha capito abbastanza presto che per le selezioni destinate a invecchiamento il sughero è superiore e non è certo l’unica cantina in Nuova Zelanda ad averlo fatto, dopo aver invaso il mondo con il suo inconfondibile e spesso imbattibile sauvignon reso a prova di bomba dal tappo stelvin. Un poderoso mix di acidità ficcante, lime, uvaspina, menta, asparago, maracuja, kiwi, piselli e alloro sono i riconoscimenti più spesso citati per descriverlo al suo meglio da giovane, un mix reso famoso dall’azienda Cloudy Bay nel Marlborough che ne diventa il riferimento.

Tra gli artefici del successo di Cloudy Bay ci sono senz’altro Ivan Sutherland e James Healy, rispettivamente agronomo ed enologo e sono proprio loro a dare vita nel 2004 a Dog Point a partire dai vigneti di Sutherland risalenti agli anni ’70 nelle terre argillose della Wairau Valley, laddove confluiscono le valli Brancott e Omaka. La tenuta che oggi conta  200 ettari di cui 80 vitati prende il nome dai cani pastori di pecore che erano diventati padroni della zona, un territorio dove esistevano decisamente pochi steccati e cancelli ma immense praterie da pascolo. E poteva succedere che i cani finissero con l’abbandonare il gregge che dovevano sorvegliare e vivere un po’ alla giornata, che non doveva essere così male visto il paesaggio.

Nel video potete farvi un’idea di cosa stiamo parlando.

Di certo non vivevano alla giornata i nostri due eroi che rispetto all’altra avventura giocano in maniera più sostenibile e legata all’ambiente, su numeri molto inferiori e una ricerca di qualità nel tempo con procedura di lavoro inaudite per la Nuova Zelanda, come la grandissima selezione in vigna e in cantina, la vendemmia verde, la vendemmia manuale con pochissima lavorazione in cantina e lieviti naturali non selezionati.

Oltre alle vigne originarie del 1973 ecco gli impianti di chardonnay  e pinot nero negli anni ’80 e in pochi lustri raggiungono la reputazione di essere in grado di produrre forse il miglior sauvignon della nazione ricorrendo anche ad un’abile lavorazione in barrique usate per una parte del vino.

Tra i vini in azienda assaggiamo a coppie, grazie a Tommaso Grasso del GoldenView a Firenze che ne sta curando l’import, il sauvignon annata, lo chardonnay “selezione” e il sauvignon Section94, da molti considerato appunto il miglior vino neozelandese, una versione più ricca e completa del famoso Te Koko, il vino di punta di Cloudy Bay, sempre prodotto da James Healy in regia enologica.

Dog-Point-1 section 94

Sauvignon 2018 Dog Point (acidità 6.8)
Tappo stelvin, note classiche ma molto raffinate e per niente sfacciate di bosso e biancospino, salvia, cumino. Sapidità oceanica e mandarino, lunghezza e freschezza molto elevate, finale citrino che intriga e invita alla beva senza stancare. 92
Molto a suo agio  su una Catalana di crostacei, verdure di stagione e frutto della passione

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Sauvignon 2010 Dog Point Stelvin
Porro e asparago, lime canditi, (7.8 acidità) e grande vivezza, lieve fumè e naso che non si espande più di tanto ed emerge la spigolosità acida in una evoluzione quasi inesistente. Vino  ingessato e compresso che, rispetto allo stesso giovane, appare svuotato e rigido il che è comunque normale perchè nasce dal progetto di un vino da bersi molto più giovane. 85 

Chardonnay Dog Point 2011
Note di zenzero e canditi, alghe, fieno, poi ginestra e pepe, burro, nocciole, rafano e cumino. Sorso fresco ancora, polvere da sparo, asparago, finale di calore e piccantezza. 9o
Ottimo sul risotto al baccalà selvaggio islandese, crema di porri e bottarga di muggine

Chardonnay Dog Point 2016
Opulento, agrumato di pompelmo e arancio canditi, se vogliamo ricorda in stile un Puligny con grinta, piacevolezza e soavità non da poco, sorso acceso e con traccia calorica. Bocca di succulenza che rievoca sensazioni di mare, ottimo punto di equilibrio con complessità ricercate e anche immediatezza, solo un poco sporcata da corpo e alcol non banali. 93

Sauvignon Section94 2012
Tappo in sughero, fermenta e affina diciotto mesi in barrique. Al naso ha note di asparago, menta, porro e zagara, bosso leggero, fieno e pompelmo. Bocca con acidità ancora pepata, maracuja e mela candita, finale originale e nervoso con evoluzioni ammaliante ma sempre su gesso e petricore. Vino che scalcia appaga e rivela un andamento sinuoso originale cui non siamo abituati ma totalmente godereccio 95
Rivelatosi all’altezza del bel filetto di Rana Pescatrice e carciofi sardi, sautèe su spuma di patate e datterini dolci.

rana pescatrice carciofi

Sauvignon Section94 2015
Cedro e salvia, note dolci quasi di caramello, canditi poi charms agli agrumi, anice, cannella e zenzero, gelsomino, miele, bocca con dolcezza e alcol un poco sensibili, maracuja e anice, finocchietto e ribes bianco, uvaspina e peperoncino habanero, sorso importante e ricco ai limiti del piacione. Strana la beva ma si avverte il vino in un punto particolare di evoluzione che lo condurrà ad esiti di complessità e piacevolezza da qui a brevissimo. 93+

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

7 Commenti

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Lanegano

circa 6 mesi fa - Link

Non vado matto per lo Stelvin 'esteticamente' e perchè sicuramente toglie un po' di poesia però ho bevuto recentemente due Sauvignon e diversi Riesling dell'Alto Adige delle annate 2010, 2012, 2013 e 2015 chiuse con tappo a vite. Evoluzione perfetta, mineralità spinta, idrocarburi e bellissima acidità. Dipenderà dal vino e dal terroir forse ma in quelle bottiglie l'evoluzione si è compiuta eccome....

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Andrea Gori

circa 6 mesi fa - Link

In effetti mi sono capitati risultati soprendentemente positivi anche a me però da da pensare il fatto che in Nuova Zelanda quando vogliono fare un prodotto da invecchiamento mettono il sughero... Nel sauvignon invecchiato in stelvin che abbiamo assaggiato il brutto risultato dipendeva probabilmente dal fatto che era un vino non destinato all'invecchiamento. Purtroppo non abbiamo potuto fare la riprova con i vini di punta con lo stelvin ma si torna lì: è probabile che loro le prove le abbiano fatte e non sono stati contenti dei risultati.

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Stefano

circa 6 mesi fa - Link

Ma Cloudy Bay fa tutto con tappo a vite, no? Pure il Te Koko mi pare. Anche le mutande hanno i loro estimatori (categoria: lingerie)

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Ivano

circa 6 mesi fa - Link

https://youtu.be/YxdVCUW8cIE

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Andrea

circa 6 mesi fa - Link

I vecchi cloudy bay col tappo invecchiano molto bene, in particolare lo chardonnay. Peraltro do' ragione a chi dice che i primi imbottigliamento a vite dell' Alto Adige bevuti adesso sono ottimi. Mi riferisco in particolare a Falkenstein e Kuen Hof.

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Alessandro Morichetti

circa 6 mesi fa - Link

Prezzi in enoteca?

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C.A.

circa 6 mesi fa - Link

Per territori come la nuova Zelanda o L' Australia, ha senso parlare di terroir, espressività territoriale, microclima? Quando nei vini di quelle zone si ritrovano note salmastre, sapidità intense, acidità elevate, viene da fare qualche riflessione. Forse da eurocentrici del vino, dovremmo avere una visione più laica e democratica.

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