Dimenticare il 2020 con il gioco delle 12 bottiglie

Dimenticare il 2020 con il gioco delle 12 bottiglie

di Nicola Cereda

Condividere una passione è il modo migliore per entrare in relazione con un’altra persona. Con mio padre ci avevo provato in vari modi benché la nostra unica passione comune fosse la canaricoltura, attività che invero abbandonai (in quanto eticamente esecrabile) nel momento di imbarcarmi per la Norvegia con la NATO (alla faccia della coerenza) per respingere un’immaginaria invasione sovietica.

Ci avevo provato anche con la narrativa, convinto che “Un anno terribile” di John Fante contenesse parecchie delle tensioni irrisolte tipiche del rapporto col mio vecchio. Gliene avevo regalata una copia il Natale precedente al suo crollo tanto verticale quanto inaspettato. Il destino non ci ha lasciato tempo per parlarne.

Stessa sorte subita da “La confraternita dell’uva”, romanzo nel quale lo scrittore Henry Molise si riconciliava col padre Nick, muratore di origini abruzzesi, supportandolo nell’assurda impresa di edificare un affumicatoio in alta quota al ritmo dei boccioni del chiaretto di Angelo Musso, mitico vignaiolo italo-americano trapiantato in Colorado.

Papà mi rammentava spesso il verdetto senza appello emesso da un gastroenterologo di fama e di particolare perspicacia: “Professione? Muratore? Allora smetta di bere!”. Peccato fosse astemio. Ormai se n’è andato come se n’è andato quest’anno terribile in zona rossa. Un anno balordo che mi ha costretto a riconsiderare la mia conclamata allergia alle masse. John Fante sentenziava con amarezza in una lettera del 1934 indirizzata all’amico Henry Louis Mencken…

Per quello che mi riguarda non simpatizzo con le masse. Le masse esisteranno sempre. Sono formate da sciocchi. Sono necessarie alla società. Se proprio lo devo dire, odio le masse. Ho vissuto con loro e ho sentito il loro fiato sporco e le loro menti vuote. L’istruzione non le tocca. Niente può toccarle. Sono segnate. Che muoiano. Devo farmi gli affari miei, in questa vita, ovvero sopravvivere. Che è un lavoro tremendo. Non mi sporcherò le mani cercando di salvare le masse.

Una posizione politicamente scorretta che ho sempre condiviso più o meno in segreto. Eppure oggi, e non so se sia una contraddizione, mi manca un po’ la gente. Persino quella sgradevole e sciocca che affolla gli stessi luoghi solo perché ci vanno tutti. Mi manca il tizio brillo che ti si appoggia di schiena scambiandoti per un pilastro del bar mentre sorseggi un bicchiere in pace al bancone. Mi manca il tale che arriva dopo una cena pesante a film già iniziato occupando la poltrona in fianco alla tua per conquistarsi di forza il bracciolo. Ma sopra ogni cosa mi mancano alcune e ben determinate persone, il che rende la mia misantropia in qualche modo selettiva.

Anna è una di quelle. L’ho conosciuta per via della nostra insana passione comune. Non è un tipo facile come del resto non lo sono io. Ruvida, pragmatica, solida, talvolta arroccata su preconcetti impossibili da scalfire. Un po’ come mio padre. Ci si scontra e ci si scorna ma per noi il vino rappresenta un perpetuo terzo tempo che ci permette di ripartire ogni volta progredendo di un livello.

Attraverso il vino ci si confronta sulle cose del mondo e della vita per arrivare a scoprire sempre qualcosina in più di noi stessi. Il virus ha eretto un muro che ci separa da mesi, come l’inutile affumicatoio di Henry e Nick Molise, mettendo fine alle nostre scorribande alcoliche. Ammetto di soffrirne, pur nella piena consapevolezza della situazione contingente.

Comunque sia, blocco o non blocco, per Natale abbiamo trovato il modo, eccitante perché un po’ clandestino, di scambiarci due cartoni di buon vino. Nessuna bottiglia in odore di leggenda ma mica vini qualsiasi. Gingilli dal valore simbolico soggettivamente rilevante. Vini che hanno avuto il merito di placare la nostra sete in clausura salvandoci dall’isolamento. Vini che avranno il compito di accompagnarci per mano fuori da questo pasticcio in serenità e letizia.

Riporto per i posteri la macabra parata dei sacrificati alla causa.

Sudtirol St.Magdalener Klassisch DOC “Heilmann” 2018 – Erbhof Unterganzner
Periferia di Bolzano all’imbocco della Valle Isarco. Josephus Mayr è vignaiolo noto più per i suoi Lagrein (leggendario il “Lamarein” da appassimento) che per il Santa Maddalena. Eppure il cru “Heilmann” a base schiava è un grande vino che mi ha emozionato fin dal primo sorso. Eleganza e nobiltà di un vitigno che non ha ancora calcato i palcoscenici che si meriterebbe. Un maggiordomo in livrea che introduce alla serata di gala.

Veneto IGT Rosato “Rosavìa” 2019 – Siemàn
I Colli Berici e le sei mani (“siemàn” in dialetto locale) dei tre fratelli Filippini per un rosato da corbinone in purezza, antica varietà autoctona veneta senza alcuna parentela con l’assonante corvina veronese. Vino biologico ottenuto da fermentazione spontanea in barrique, affinato in damigiana (!!!) e imbottigliato senza alcun trattamento né filtrazione. Solforosa totale 2 mg/lt soltanto, non ho memoria di nulla di simile. Un vino rosa tra più eccitanti bevuti in reclusione. Una punta di selvatico all’olfatto, gusto in perfetto equilibrio sul piano cartesiano, sapido e fresco il giusto nonostante l’annata calda. Un gioiellino. Piacere per la bocca, toccasana per l’anima e i sensi tutti. Come un bacio rubato.

Vino Rosso “Elda” 2015 – Nusserhof
Ancora un Mayr e ancora un Santa Maddalena, anche se formalmente fuori dalla denominazione. Lo produce Heinrich Mayr puntando tutto su qualità e rigore. Schiava in purezza? No, è un blend di  schiava gentile, schiava grigia e schiava grossa (!) proveniente dai 4 ettari vitati dell’azienda. Approccio biodinamico in vigna con basse rese e non interventismo in cantina per fermentazioni spontanee con la sola aggiunta di solforosa. L’ultima annata in commercio (non menzionata in etichetta) è la 2015 e mi ha stregato. Più espressivo al palato che al naso, è vino da bere con un tuffo nelle sue profondità. Classe e lunghezza in soli 12 gradi alcolici. Uno sguardo che  ipnotizza.

Alto Adige IGT “T.N.14” 2017 – Thomas Niedermayr
All’interno della famiglia dei PIWI (viti da incroci resistenti ai funghi), il solaris è a mio parere il vitigno a bacca bianca in grado di dar vita ai vini dalla personalità più spiccata. La versione 2017 dell’azienda Niedermayr (pioniere del biologico fin dagli ‘80), ha dalla sua un’avvincente vena aromatica di polposa frutta gialla alla quale è difficile resistere. Tappo a vite a tenuta stagna per sfidare gli anni. Una bevuta che strappa un sorriso radioso.

Bardolino Classico DOC “Brol Grande” 2016 – Le Fraghe
I vini biologici di Matilde Poggi sono da sempre impeccabili per pulizia e precisione. La sua punta di diamante è il Bardolino “Brol grande” da corvina e rondinella (molinara assente) che nella versione 2016 raggiunge il suo apice qualitativo da che io ricordi. Il “brol” in dialetto locale è un vigneto recintato da un muretto che in Francia si chiamerebbe “clos” con ben altro appeal… Un vino luminoso che ha il sapore di un ritorno a casa.

Emilia IGT Rosato “Ribelle” 2018 – Camillo Donati
Al fianco di Angiolino Maule fin dagli albori di VinNatur, Camillo Donati produce una lunga batteria di vini che rifermentano in bottiglia senza l’inoculo di mosto congelato (né altre sostanze). Il “Ribelle” è barbera rosé naturalmente frizzante da vendemmia anticipata per preservarne fragranza di frutto e acidità. Il risultato è un vino schietto e meravigliosamente godereccio, sincero come il migliore degli amici. Un piccolo miracolo per meno di dieci euro franco cantina. Il compagno più fedele durante il lockdown.

Terre Siciliane Rosato “Rossorelativo” 2018 – Alice Buonaccorsi
Con Rosario Pappalardo da Contrada Crocemonaci in Randazzo ci si era dati appuntamento a “La Terra Trema”, evento enoresistente annullato come quasi tutti nel ventiventi. Sicché ho dovuto sopperire con una spedizione dalle pendici grande vulcano. Il Rossorelativo è un rosato da nerello mascalese in purezza che nella versione 2018 fa della finezza la propria cifra stilistica. Esile se paragonato alle annate precedenti, guadagna parecchi punti in garbo e grazia. Come una carezza.

Bardolino Chiaretto Classico DOC “Essentia Rosa” 2018 – Casaretti
C’è spazio per un secondo vino dalla sponda veronese del lago di Garda. Il Chiaretto “Essentia” dei fratelli Rossi ha colore appena più carico rispetto alla tendenza “provenzale” della denominazione ma mantiene grande tensione e dinamicità. Vino biologico fermentato in legno con i propri lieviti indigeni, caratteristico, scattante  ed elettrico, possiede sapidità e struttura tali da lasciar presagire un’evoluzione in crescendo. Una scossa alle papille.

Toscana Rosso IGT “Sine Felle” 2010 – Podere Casaccia
Dedicato a chi afferma di essere stufo di vini vecchi. La bottiglia che serve a dimostrare che si può tornare sui propri passi e magari, a ragion veduta, cambiare idea. Il Sine Felle 2010 da agricoltura biodinamica, per qualche motivo che ignoro, non è etichettato come Chianti Classico Riserva pur possedendone i crismi. Anni fa il suo creatore Roberto Moretti, professione medico, rispondendo alla mia specifica domanda su quale fosse la differenza tra un suolo in regime biodinamico e uno in agricoltura convenzionale, mi regalò quest’immagine fulminante: “la stessa differenza che c’è tra un uomo in vita e il suo cadavere appena dopo il trapasso”.

Vino Bianco “310” 2017 – Nove Lune di Alessandro Sala 
Da una piccolissima realtà della provincia di Bergamo, avviata dall’intraprendente Alessandro Sala, già presidente di PIWI Lombardia, il “310” del 2017 è frutto di un assemblaggio di varietà resistenti così ripartita: solaris 40%, bronner 30%, johanniter 30%. Vinificazione naturale in barrique per un vino bianco di spiccata sapidità che conquista col suo bouquet erbaceo e un’acidità nervosa che lo avvicina a un vino di montagna. Come dice Alessandro: “da Nove-Lune a No-Veleni il passo è breve!”. Sperimentazione in corso. Se i PIWI sono solo moda lo scopriremo presto.

Vernaccia di San Gimignano DOCG “Carato” 2013 – Montenidoli
La tenuta di Elisabetta Fagiuoli è un piccolo paradiso alle porte di San Gimignano. Il Carato è il bianco più rappresentativo e premiato tra quelli che vi vengono prodotti. Fama del tutto meritata per una vernaccia in grado di prendersi gioco del tempo che passa inesorabile soltanto per noi umani bloccati in zona rosso-arancione. Forte di carattere e di spalle larghe è quello che ci vuole per restituirci calore e conforto. Come l’abbraccio che ci manca.

Wild Sour Ale with Grapes “Bucce” 2019 – Siemàn
Non di solo vino vive l’uomo, ogni tanto una birretta… “Bucce” nasce dalla collaborazione tra i fratelli Filippini di Siemàn (sì, sono gli stessi del Rosavìa) con Giulio Armani di Denavolo, gran maestro della malvasia di candia macerata sulle bucce. Si legge in etichetta: “Abbiamo aggiunto le nostre uve bianche a un blend di birre maturate per 12 mesi in botti di rovere con lieviti indigeni. Le bucce dell’uva sono state lasciate a macerare per 5 mesi”. Dopodiché la rifermentazione in bottiglia. Non proprio una IGA (Italian Grape Ale) quindi. Più vicina a una Cantillon alla frutta, giusto per intenderci. Bevuta non facilissima. Astenersi non avvezzi al gusto sour. Secchissima, citrina, lattica, dritta e dissetante: l’impressione su due piedi è di operare un infanticidio. Da consumarsi entro il 2030! In caso la situazione non dovesse migliorare…

“Non erano soltanto clienti di Angelo Musso: erano, in effetti, i suoi schiavi, angosciati quando il raccolto andava male, poiché il suo vino era come il latte della loro seconda infanzia…” (John Fante – La confraternita dell’uva)

Ecco, volendo chiudere con una nota positiva, il nuovo raccolto pare non sia niente male. Il duemilaventi ci ha regalato un’altra vendemmia che presto mi riporterà sulla strada con Anna e gli altri della confraternita alla ricerca di nuove storie, persone e luoghi in soluzione idroalcolica. C’è almeno una stagione da recuperare. Benedico il vino che ci ha fatto incontrare, benedico il vino che annulla le distanze, benedico il vino che ci aiuta a condividere persino il fantasma delle nostre emozioni.

E ora lasciate che vada a scolarmi i miei due cartoni.

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Nicola Cereda

Brianzolo. Cantante e chitarrista dei Circo Fantasma col blues nell'anima, il jazz nel cervello, il rock'n'roll nel cuore, il folk nella memoria e il punk nelle mani. Co-fondatore di Ex-New Centro di arte contemporanea. Project Manager presso una multinazionale di telecomunicazioni. Runner per non morire. Bevo vino con la passione dell’autodidatta e senza un preciso scopo. Ne scrivo per non dimenticare e per liberarmi dai fantasmi delle bottiglie vuote.

6 Commenti

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Enrico

circa 1 mese fa - Link

John Fante scrittore magnifico e il libro citato La confraternita dell'uva splendido e commovente (ogni volta che lo rileggo piango ripensando a mio padre) per tutti i temi trattati.

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Nic Marsél

circa 1 mese fa - Link

Grazie Enrico, mi hai capito al volo :-)

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Sicuro G.

circa 1 mese fa - Link

Bell'articolo! Davvero, ripasso presto!

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Nic Marsél

circa 1 mese fa - Link

Grazie mille!!!

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Luca

circa 1 mese fa - Link

Articolo stupendo. Letto tutto d'un fiato con grande piacere.

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Nic Marsél

circa 1 mese fa - Link

You made my day! :-)

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