L’irresistibile eredità di Wilberforce, un libro da consigliare ai sommelier?

di Andrea Gori

WilberforceDiciamo che è una mezza delusione, sia per i sommelier, che per chiunque sia appassionato di vino. Parliamo di un libro, “L’irresistibile eredità di Wilberforce”, che inizia con “da un sommelier dipende molta della mia felicità“, ed una sontuosa cena annaffiata da due bottiglie di Petrus 1982: potrebbe già guadagnare la nostra immediata solidarietà. E anche quando descrive con macabra dovizia di particolari la discesa agli inferi di un appassionato di vino come tanti (“non sono un alcolizzato, mi piace il Bordeaux!“), per di più programmatore restituito alla vita dopo anni di zombificante lavoro davanti al computer, l’immedisimazione è quasi totale. Peccato che poi, con qualche citazione di Chateau buttati lì quasi a caso, la trama si perda per strada e ci si ritrovi con un romanzo molto superficiale; resta un po’ di rabbia perché idee, e carne al fuoco, ce n’erano assai: la cripta del vino con i suoi misteri, il tempo che cambia in mezzo alle casse di Bordeaux che ci ricordano il nostro girovagare per enoteche e scaffali polverosi, l’amore e la passione per una donna a confronto con le emozioni che una bottiglia riesce a regalare.

Non manca qualche brivido inquietante, con accenno a fantasmi e maledizioni che provano a spiegare il fascino dell’eredità (ma scopriremo presto che proprio eredità non è) ed i bicchieri che si riempiono da soli (cosa che capita di frequente a tutti noi, immagino). Insomma, per le prime 200 pagine il libro ci garba e non poco, peccato che poi si dissolva in un finale sconclusionato e terribilmente pessimista e, beffa delle beffe, con un sentito ringraziamento a Robert Parker “i cui scritti mi hanno consentito di immaginare i tanti vini che non potevo permettermi di comprare“.

Miglior epitaffio al libro non poteva esserci.

Aggiornamento 23 Giugno

A Franco Ziliani  (che cita Intravino ma dimentica di linkarci) il libro è piaciuto un sacco; quindi la mia recensione è dispiaciuta anche di più. Rimane una domanda, se gli era piaciuto così tanto, come mai ha aspettato proprio oggi a scriverci su?

Con affetto, Genio Bambascioni.

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Paul Torday
L’irresistibile eredità di Wilberforce
Traduzione di Luca Fusari
Pag.314, euro 17,50

(Da IBS o da Feltrinelli )

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

7 Commenti

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giorgio

circa 9 anni fa - Link

Del tutto d'accordo. La storia avrebbe potuto volare più in alto, viste le premesse, ma poi tutto si riduce a un vino che sa di tappo.

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Franco Ziliani

circa 9 anni fa - Link

"caro", si fa per dire, Bambascioni (vede che dopo "prezzemolino" ho coniato per lei un'altra calzante definizione: quale sarà la prossima? l'ho già in mente...) il caso vuole che il libro abbia finito di leggerlo la scorsa settimana, che nel frattempo abbia avuto altre cose da scrivere, e che il progetto di un post, pardon, di una recensione seria (concetto che forse le sfugge) di questo bel romanzo fosse finita, come tante altre cose, in stand by. Devo comunque ringraziarla perché la lettura della sua balbettante prova di scrittura critica (consiglio: prima di recensire un libro, provi a capirlo e poi prima di azzardarsi a scrivere si legga un po' di scritti di Bo, Pampaloni, Contini, Falqui, Solmi, ecc. così forse capisce cosa sia la critica letteraria) mi ha dato l'uzzolo, come dite in Toscana, per dare a Torday quello che é di Torday e dire che L'irresitibile eredità di Wilberforce merita di essere letta (e capita), checché ne dica, il sor Bambascioni... Ed ecco il post, pubblicato proprio oggi, per stare sulla "notizia", il giorno dopo al suo...

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Nico

circa 9 anni fa - Link

Secondo me e' una mezza delusione per i monomaniaci, per quelli che si aspettano di trovare un romanzo sul vino. Invece e' la storia di un uomo, della sua solitudine, della sua passione che diventa un'ossessione. Ottima letteratura

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Francesco Gaziano

circa 8 anni fa - Link

Caro Andrea, ho finito da poco di leggere il libro. Ad una prima degustazione ho avuto la sua stessa impressione (anche perché, questo romanzo, tutto fa tranne che invogliare all'avvicinarsi al vino - non si vuol mica morire come Wilberforce, no?). Eppure, come un buon vino (anche se ne capisco poco), mi ha colpito per il retrogusto, per quello che mi ha lasciato dentro e per quello che piano piano mi svelava (e ho compreso che a volte è più importante quanto scritto tra parentesi che quello che viene esposto nella frase principale). E qui, per necessità, devo fare un po' di spoiler (come si dice tecnicamente sul web quando si rivela il finale, quindi chi non ha ancora letto il libro si fermi qui). Ad esempio ridurre tutto ad una autodistruzione per la ricerca e per l’amore per il vino è riduttivo: è la ricerca dell’amore che gli è stato negato da ragazzino che conduce Wilberforce all’auto distruzione (o al ricongiungimento con quello che egli ritiene essere il padre?) La cantina non contiene vini ma è l’eredità, il legame con la famiglia che egli non ha avuto (orfano adottato da una famiglia in realtà disinteressata). Ed è bello che la cantina acquisti sempre miglior luce (ossia contenga sempre più vini e sempre più pregiati) per Wilberforce mano a mano che egli rafforza il legame con Francis. Perché, diciamocelo, Wilberforce di vini non sa nulla, non ha esperienza, non ha avuto tempo di imparare veramente. E non è certo la dipendenza dall’alcool a fargliela apparire sempre più ricca (quando da sobrio gli era sembrata invece piuttosto disordinata, malridotta e giudicata, da chi ne capiva, piena soprattutto di brodaglia). No, è la ricerca di radici, di amore paterno, di una eredità che gli rende sempre più bella e accogliente quella cantina (anche un ritorno nel ventre materno?). Perché, ricordiamocelo , anche ogni scarrafona è bella a fijo suo. La metafora della cantina già da sola basterebbe a farne un libro profondo e ammaliante ma non si può scordare la descrizione della decadente società benestante inglese, né il profilo dolce e romantico di Catherine, né la fine / inizio / inizio della fine con cui si conclude il libro. Insomma questo libro secondo me merita una sua seconda degustazione.

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Andrea Gori

circa 8 anni fa - Link

devo dirti che anche a me ripensandoci a freddo mi ha fatto una impressione diversa, molto più inquietante e sottilmente commovente. Rimane un po' di delusione per le tante chicche enoiche che potevano infarcire il libro, ma in assoluto forse rendono il libro più universale e coinvolgente.

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