Dalla Fivi sono tornato con tre nomi, vediamo se li conoscete

Dalla Fivi sono tornato con tre nomi, vediamo se li conoscete

di Pietro Stara

Se dovessi fare un parallelo, improprio s’intende, anche se non così tanto, direi che le trasferte in direzione fiere vinicole assumono gli stessi connotati di quelle calcistiche: alcuni autobus di ultras, segnati dai simboli delle proprie consorterie, raccattano sguardi stropicciati al mattino presto; gruppi isolati di amici salgono su autovetture disposte a deviare per poi ricomparire sulla strada maestra, e quindi, in tempo di chiusura, a tornare a perdersi; imperturbabili idealisti avvinghiati ad improbabili coincidenze andata-ritorno di treni più autobus si prodigano in corse ma perdifiato per non arrivare troppo tardi all’ultimo treno indisponibile. Si va, insomma, per tifare, rimarcare presenze, amicizie, vicinanze, lontananze, conferme e delusioni. In amichevole gemellaggio o in altezzosa e scostante lontananza.

Quella della FIVI si attesta come una delle migliori locazioni spazio-tempo ideate per fiere di media grandezza. Gli spazi sono ampi più di quello che basta per non urtarsi, per guardare senza scapicollarsi, per avvicinarsi o allontanarsi senza dover mostrare pudore. Oppure con lo scopo di incontrarsi per caso fortuito e per scoprire, quando oramai è troppo tardi, che c’erano pure quello e quell’altro che hanno finito tutto già ancora prima di cominciare quella domenica, ma che se lo avessero saputo, magari il prossimo anno, porteranno più roba, anzi affitteranno un cargo, perché no, un aereo privato. Ma poi, per dirla tutta, quella della FIVI è una fiera che, anche nel posizionamento dei banchetti, è volta più a sancire un rigoroso centralismo democratico che una fragorosa appariscenza del sé. Non predominano le sinuose voluttà individuali che emergono in esposizioni di rara potenza, ma uno scomposto quanto efficace posizionamento casuale: quello che conta, insomma, è la comunità degli intenti.

E per primo venne il Molise: Claudio Cipressi, vignaiolo. Un trebbiano, Le Scoste, che mi ha impressionato più che favorevolmente, forse ancor più della pregevole Voira, la falanghina: sapido e agrumato, ben affilato, fiori freschi di campo e una buona persistenza. Il prezioso antipasto di bianchi in attesa del corpulento e raffinato primo-secondo: Tintilia Macchiarossa. Levigato e carezzevole, pieno, di frutta nera e tamarindo: resine ed eucalipto per una lunga chiusura.

Poi così, uno si gira e vede sbucare dal retro di un banchetto, in tutta la sua felice allegrezza, Laura Sbalchiero la quale borbotta che non è lì come pianificatrice assoluta, ma che sta dietro al banchetto dei vini del Castello di Ripa d’Orcia: se vogliamo passare ad assaggiarli le farebbe piacere. E tu che fai? Le vuoi dire di no? Ti è simpatica, è una bravissima organizzatrice e via cantando, anche se pensi che i vini della Val D’Orcia se li bevano soltanto quelli del posto. Ma quanti pregiudizi, che poi sono gli stessi che ti fanno dire: di lì ci passo, di là no; qui mi fermo, di qua no. Mannaggia, ogni volta a combattere contro se stessi. E così stringo calorosamente la mano a Filippo Rossi che racconta.

Un borgo stupendo, che varrebbe fermarsi anche se non producessero un chicco d’uva. Poi i vini: un bianco chardonnay e vermentino, Le Piagge, di fresca e perdurante sapidità. Iniziamo bene. E quindi le due versioni di sangiovese: Ripagrande, che fa solo acciaio e Terre di Sotto, che sosta in tonneaux da 5 hl per 18 mesi e sei in bottiglia. Qui gli occhi si sgranano, almeno tanto quanto il palato. Acciderbolina, per non dire altro. Quando meno te lo aspetti. Sobria ed austera eleganza, frutto e speziatura come si deve. Note evolute per il secondo, prontezza e scaltrezza per il primo. Prezzi entusiasmanti. Poi tre vini in omaggio alla Toscana che toscaneggia: Ripa d’Orcia con syrah, cabernet sauvignon e merlot; Borro delle Streghe solo syrah e Ripensis solo merlot. Tripudio. Chiamo a raccolta un po’ di genovesi dalle braccia corte, ma dal cervello assai fino. Colline che guardano Montalcino e che ne apprendono qualcosa di molto buono.

Invece dai Flaibani friulani vengo condotto a mia volta: la signora Bruna mi tratta bene nonostante l’ora e nonostante sia stato introdotto in maniera spassosa e imbarazzante (tipicamente genovese). Anche per me è tardi, per cui dico ciò che mi è piaciuto di più, ma poi se li riassaggiassi potrei aggiungere altro, senza cambiare idea: inutile nascondere che tempo e gambe forniscono basi, così come le tolgono, alla degustazione. Un pinot grigio ramato ad aprire danze che volgono subito verso lamponi e amarene, seguiti da accenni di mandorla fresca e un ritorno finale di frutta tropicale. Teneramente sapido. Il refosco dal peduncolo rosso accompagna le note di tostatura al naso con piacevolezze di bocca che rimandano inequivocabilmente alla mora selvatica e al ribes nero, il tutto condito da percezioni erbacee non invadenti e un ritorno finale lievemente ammandorlato. Lo schioppettino, mentre recupera i frutti dalla carnagione scura, rilancia in modo ampio e lungo sui chiodi di garofano, cannella e, soprattutto, pepe nero. Merlot e poi il cabernet sauvignon, nelle loro semplici espressività carnali, donano frutti intensi, balsami, cioccolato, spezie ed una compiuta e morbida eleganza.

So che c’era molto di più. Ma anche voi lo sapete già.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

3 Commenti

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mariazzo

circa 4 anni fa - Link

il mercato dei vini FIVI è la cosa più bella mai inventata... anche se il mio portafoglio ha pianto parecchio hahaha. Nel mio piccolo, ho trovato interessanti il Nebbiolo sardo Muscazega, Il sangiovese in clayver di San Lorenzo (non ancora in vendita) e 1000cm3 di Patrick Uccelli (che lo spaccia come vino da tavola, quando invece a me pare un gran bel prodotto)

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Andrea egy

circa 4 anni fa - Link

Flaibani purtroppo non ho avuto il piacere di visitarlo ma lo ricorderò per una prossima occasione. Cipressi ho assaggiato e gradito i prodotti. Ripa d'Orcia li assaggiai lo scorso anno ed entusiasta dell'assaggio, mi sono fiondato al Castello dove ho praticamente acquistato tutti i vini. Da allora sono a scaffale nella mia piccola enoteca. Concordo pienamente nella tua valutazione. Andrea

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Spanna

circa 4 anni fa - Link

Al mercato passo il sabato così hanno ancora le bottiglie da vendere ( sai quella cosa delle partenze intelligenti ...). Mi sono ritrovato in coda a mezzogiorno sotto una boretta gelida perché, che te le dico a fare, non sono l'unico intelligente in questo paese. Come sempre torno a casa con qualche bottiglia ma soprattutto con i racconti, gli sguardi e le mani dei produttori ( ma anche i piedi nudi del fratello di Walter Massa). Quest'anno mi ha colpito la percezione che ho incontrato soprattuto famiglie dietro ai banchetti. Mogli,mariti, figli giovanissimi o trentenni di fianco a padri ancora vigorosi. E' una questione di forti radici familiari la viticoltura in Italia. Così per lo meno il mercato della FIVi mi ha raccontato. E tanti assaggi tra cui pesco i miei due coup de coeur di quest'anno: il Taurasi 2011 di Pietracupa ( ma non faceva solo bianchi?) e il Sagrantino 2010 di Raina che mi ha svelato che tale vino non deve necessariamente essere caricato a pallettoni di tannini .

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