Crosby, Stills, Nash e Qvevri

Crosby, Stills, Nash e Qvevri

di Alessandra Corda

RADUNI
14 agosto 2019, ore 14:57, guido di routine verso il mio lavoro.
Radio Freccia passa una di quelle cose che “io non ero ancora nata”: Crosby, Stills & Nash, Long time gone (1969). Si celebrano i giorni di 50 anni fa a Woodstock (o meglio a Bethel). Se mi chiedi dove si trova questo posto non lo so neanche di preciso, ma non importa, quello che conta è che quei giorni hanno sfondato il muro del tempo, sono repertorio su Youtube, come i documentari Istituto Luce. Patrimonio dell’umanità tutta, cultura immateriale universalizzata insomma, come i miti. Il testo della canzone supera la retorica pacifista, e regge bene dopo decenni. Denso tutto, parole e musica. Non ci si chiede neanche se sia stato un inno alla situazione contingente. Di fatto è ancora molto potente a distanza di cinquant’anni, portandosi dietro il timbro e lo stile di quel momento. A dirla spiccia, un vintage che ha ancora lo strano fascino della controcultura. Anche quelli nati molto dopo ne intuiscono il carisma e beneficiano, forse inconsapevoli, degli effetti del fenomeno Woodstock. Cosa c’entra questa premessa con il vino sul quale galleggiano queste impressioni? Direttamente nulla. Inconsciamente molto. Prendi un vino rosso prodotto in Georgia dai monaci nel monastero di Alaverdi (anno di fondazione 1011): sembra lontanissima l’affinità se disponiamo le cose in sequenza logica, storica o culturale. Se, invece, lasciamo correre quella parte universale che riguarda l’essere umani, le due cose gravitano nella stessa dimensione.

MARANI
Come per gli intensi giorni di Woodstock, i vini in kwevri (o qvevri), “suonati” insomma con quello stile, rappresentano una specie di controcultura enologica: affinamenti nei marani, (tipiche cantine con le grandi anfore interrate), con tempi lunghi, lunghissimi di macerazione. Li ami o li rifiuti perché, come quelle registrazioni di Woodstock dal vivo, non sono perfetti nell’esecuzione. Allo stesso tempo stimolano un cambiamento tornando proprio alle origini della storia umana legata al vino. Chi è arrivato molto tempo dopo, ha cominciato a beneficiarne o semplicemente a rifletterci su, evitando se possibile la deriva pop di una cosa nata rock per necessità ed esperienza millenarie. E resta quello il modo per approcciarlo, questo Saperavi 2013, mandando in frantumi i dubbi a proposito di una tendenza temporanea. Faccio volentieri a meno di un compito assaggio rituale per questo vino concepito come alimento, masticabile direi. E ci si lasci pure andare a un’esperienza gustativa che rimanda al bisogno primario di provare ebbrezza. Come la musica, senza filtri, dritti alla sostanze eterea delle cose. Altrimenti, non mi spiego questi cortocircuiti sensitivi fra un brano di 50 anni fa, passato alla radio un torrido pomeriggio estivo, e un vino che ha viaggiato il tempo. Un rubino polposo tinge il calice a lungo. Confettura di prugne, radice di liquirizia, china. Attacco asciutto, tannino vigoroso che si gioca fiero la partitura decisa dalle morbidezze. Finale lunghissimo, materico e goloso. Un rosso da lungo invecchiamento, che resta però inviolato dalla speziatura dei legni. Outsider sorprendente nel mondo dei più noti georgiani vini ambra.

Alaverdi Monastery Marani, Saperavi 2013 – 14% vol.

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