Cosa abbiamo bevuto a Ferragosto, more or less

Cosa abbiamo bevuto a Ferragosto, more or less

di Redazione

Una redazione seria e con le idee ben chiare ti da subito le dritte migliori su cosa bere a Ferragosto. Queste, invece, sono le bevute della nostra redazione, praticamente un groviglio inestricabile di “cosa berrò” e “cosa ho bevuto”.

“Ho portato sul traghetto il Cremant d’Alsace 2016 di Pierre Frick, riesling al 100% con volatile spinta, da bere nei bicchieri di carta del traghetto. Va bene, è riesling: naso buono, per quel poco che si riesce a capire dal bicchiere; mela, pesca e una manciata di sale in bocca disordinata; ma che ci vuoi fare. A vent’anni, col sacco a pelo, è una bevuta memorabile.” (Sara Boriosi)

“Molte delle birre prodotte da Brewski, autorevolissimo birrificio svedese, mi ricordano il reef di una chitarra con il sole ancora alto. Roba da occhiali da sole, tanto divertenti quanto sfacciate. La Mango Hallon Feber è un’American Pale Ale realizzata con una copiosa aggiunta di mango e di lamponi, fruttatissima e amarissima, potente senza (ovviamente) eccedere in calore, cremosa nel corpo e pungente nell’agrume, specie sul finale. Una delizia, ti fa venire voglia di salire sulla prima tavola da surf disponibile. Per rimanere in Italia che bello il nuovo locale aperto a Civitanova Marche anche da MC-77, si chiama Grammi Litro e ospita una parte piuttosto rilevante della produzione del birrificio di Caccamo (Macerata). La Mild The Gap è un grande classico, a ragione da sempre una delle loro birre più note: una Mild di chiara ispirazione inglese tutta nocciola e caffè, leggermente affumicata e di straordinaria beva, giocata su vari strati di sapore di malto. Grande equilibrio e altrettanta soddisfazione.” (Jacopo Cossater)

“Cena prenotata al Blanca, 2 stelle Michelin. Paura e delirio. Mangiare e bere bene a NYC, per chi non lo sapesse, richiede un discreto portafogli: le opportunità abbondano, ma i prezzi non invitano al consumo enoico fuori casa. Quest’anno, dunque, propenderò per una cena a base di cocktail, o magari sarà l’occasione giusta per affidarsi al sommelier e stappare una qualche bottiglia a stelle e strisce, provando a schivare certe pipì di gatto neozelandesi o certe spremute di legno californiane.” (Lisa Foletti)

“Dopo i lavori forzati per mare, mi spiaggerò su un lido pontino con ambizioni da ombrellone, mottarello e peroncino. La mia fidanzata e la legge morale dentro di me scongiureranno appena in tempo questo svacco. Io ci metterò il Bellone (Cacchione) de I Pampini e il Sassocarlo di Fattoria di Bacchereto; lei non so ma per ingannare l’attesa mi ha proposto di stappare due cose: il Volnay 1er Cru Les Caillerets di uno che non dico perché fortunosamente sfuggito alle grinfie dei grifagni distributori nostrani, cailloteux comme il faut pour un Caillerets; e un vino di Gevrey-Chambertin, località assimilabile a Padiglione, frazione di Anzio, distante un chilometro da dove trascorreremo le ferie auguste e nettamente superiore all’altra per evidenza di cocomeri e fragole, che crescono lì come qui ma che a Gevrey maturano magicamente nel sottosuolo in compagnia di cassis e maggiorana e salamoia. Dal sottosuolo finiscono tutti per insaporire il goloso, terroso 2012 di Philippe Pacalet.” (Emanuele Giannone)

Tenute di Castellaro, Lipari Bianco Porticello 2017 (moscato e carricante): affilato, lime e scorza d’arancio, menta, salvia e lantana, dalla bocca succosa e aromatica, di sostanza con richiami di senape e finale intriso di sale e sole. Su I Bucatini alla Milanisa, bucatini conditi con sugo di estratto di pomodoro, acciughe, alici fresche, uve passa, pinoli, finocchietto selvatico e muddica atturrata di pane nero di Tumminia da I Cucci Bistrorante, Palermo. Tenuta Paratore 1903, Etna Bianco 2017: incenso, sambuco e ribes bianco, susine e pepe, dalla bocca agile, nervosa, sapida e dal finale di timo e salvia mentolata. Su linguine all’aragosta da Nino a Letojanni (Taormina). Girolamo Russo, Etna Bianco Nerina 2017: robinia e glicine, talco e ostrica, confetto, menta e salvia, bocca fine di polpa, sostanza e leggiadría, sapido e quasi salato alla fine, con un dolce ritorno di frutto, lungo e distinto, pesca e lime. Su Pesce ed Etna, gamberi e frutti di bosco della montagna Golden Rooseberry prosciutto Nebrodi tritati, mirtillo, uva spina, mora, lampone, ovulo dell’Etna, piatto di Giovanni Solofra, chef al St George Restaurant di Taormina.” (Andrea Gori)

“Mi aspettavo i 40 gradi del solito, rovente, ferragosto sotto le due torri e invece pare che la città verrà spazzata dai monsoni. Non fai in tempo a metter su il fuoco per la grigliata sui colli che ti casca in testa l’ira di Zeus in tutta la sua sfolgorante potenza. E’ proprio per far fronte a questo costante stato di incertezza, ho deciso di puntare su una delle poche certezze che mi rimangono in fatto di bollicine nostrane: il Franciacorta DosaggioZero Rosè di Colline della Stella (alias Andrea Arici). Senza nessuna esitazione penso che sia una delle migliori espressioni di pinot nero italiano spumantizzato in rosa. Il millesimo è il 2015 che, in due parole, vuol dire potenza e carattere. Il naso è un’esplosione di frutti rossi, crosta di pane e pietra bagnata. La bocca è estremamente coerente: frutto succoso, carnoso, acidità affilatissima e sale. Chapeau. In fondo anche per affrontare una bufera ci vuole un tocco di… classe.” (Alberto Muscolino)

“Si parte per il Golfo di Napoli e il programma è bell’e pronto: si beve leggero e senza impegno. Focus: biancolella. E invece no, perché incrocio Bajola e si apre un mondo complesso e indimenticabile. Solo tremila bottiglie per il prezioso micro-progetto di Francesco Iacono che fa della vinificazione in vigna uno dei tratti distintivi. Vermentino, viognier, incrocio manzoni, malvasia delle lipari, sauvignon blanc, per sei mesi sulle bucce nel palmento. La 2014 è stratosferica e spazza via ogni questione relativa a certe macerazioni che appiattiscono e uniformano. Il vino esce letteralmente dal bicchiere per sprizzare vitalità e freschezza, prima di riempire la bocca con tutta la polpa degna dei migliori orange e chiudere su terziarizzazioni eteree che fanno sognare. Capolavoro. È ufficialmente aperta la caccia alle altre annate.” (Graziano Nani)

“Sul mio nido d’aquila in coppa all’Engadina Bassa il vino è da dimenticare in qualità e/o prezzo (a meno di pagar tasse nel Canton Zugo), e la birra, sgargarozzabile poco meglio di una banale Peroni. Per farmi perdonare dalla truppa intravinica, in un giorno di pioggia sono calato in Vinschgau (val VINOsta dovrebbe ben chiamarsi), e adesso in camera riposano tre cartoni assortiti di vernatsch, blauburgunder, zweigelt, fraueler, weißburgunder, riesling, etc., etc. Appena si torna in padania, finisce l’astinenza ferragostana.” (Thomas Pennazzi)

“Io sono a dieta per cui a Ferragosto solo acqua della fonte, naturale ghiacciata. Poi caffé come se non ci fosse un domani, succhi di frutta, meglio se ananas, qualche centrifuga e tisane senza ritegno alcuno.” (Leonardo Romanelli)

“Sicomme la birra non ha territorio, mi somiglia. E chi si somiglia si piglia. Dopo Giovanni senza terra, ecco le quattro proposte di un apolide per una bevanda senza patrie che però curiosamente, quando il termometro supera i 30¤, la piazza sotto la coda a tutti a qualunque latitudine. Dalla Scozia, la black ipa di Tempest Brewing, bella carica di alcol (7% e dispari), sentori tostati e luppolatura strong. Whiplash è il birrificio irlandese che firma la ”Embrace the daylight” , can beer con quattro malti e quattro luppoli (non sia mai che uno rimanga senza). Buona. Nota a margine: grafica pazzesca. Santirene di B94. Birra al miele di timo. Salentina di Cavallino, Lecce. Un birrificio che lavora da dio. Segnatevelo. Yellowbelly dark red ale. Provata perché consigliata dal mio publican di fiducia, uno che non a caso ospita l’unica tappa sarda dello Zwanze day.” (Gianluca Rossetti)

“Mi hanno regalato due cartoni di chardonnay barricatissimo e dolce. Ho tentato diversi esperimenti chimici e scoperto la soluzione del problema: lo farò fuori con ghiaccio, limone e cozze. Per rifarmi berrò a canna un vino rosé da urlo che non posso nominare perché lo fa la mia amica e cliente Marianna Annio di Pietraventosa.” (Antonio Tomacelli)

“Sembra che qui sul litorale pontino venga a piovere proprio a Ferragosto. Nessuna carbonella a sfrigolare, quindi, nessuna pennichella postprandiale nel mare poco salubre di ricordi d’angurie. Ma il Ferragosto senza sole è pur sempre Ferragosto. E ciò che conta è che sia leggero, divertente e in buona compagnia. E il vino, anche lui, dev’essere leggero e divertente e di buona compagnia. “Vah Joo”, va giù che è un piacere, non richiede particolari posizioni yoga per essere compreso, né si vuole dar arie di mistero rimandando la soluzione del rebus alla prossima uscita in edicola. Merlot e sangiovese in stampatello da Cantine Avignonesi. Poi, dopo un rosso un altro rosso ci sta sempre bene: Vermentino Nero di Terenzuola. Non l’ho ancora mai bevuto ma sono certa che sarà in linea con la leggerezza di questo Ferragosto inedito e bagnato. Ne sono certa perché me l’ha consigliato Stefano Pollastrini e se su questo litorale pontino c’è un faro vero, quel faro è Stradivarius, l’enoteca sua.” (Samantha Vitaletti)

1 Commento

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Stefano Cinelli Colombini

circa 1 anno fa - Link

A parte Samantha, mi date i brividi. Che San Giovese vi protegga, ma a voi serve l’esorcista.

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