Corso accelerato sui vini della Valle d’Aosta con 3 bottiglie e 2 ciceroni

Corso accelerato sui vini della Valle d’Aosta con 3 bottiglie e 2 ciceroni

di Redazione

Francesco Morresi è autore del più grande pezzo mai pubblicato sul ciauscolo e laureato in giurisprudenza pentito. Questo è il suo secondo articolo e se vi piace lo promuoviamo.

Siete mai stati in Valle d’Aosta? Io ci sono stato per la prima volta pochi giorni fa a sciare, una settimana a Gressoney, Gressoney-la-Trinitè per essere precisi, frazione di un paesino di montagna: 1.400 metri sul livello del mare e meno di quattrocento anime; neve, tanto freddo e la incombente presenza del Monte Rosa alle spalle a farti sentire un piccolo granellino di sabbia.

Ma partiamo dal casello autostradale di Pont-Saint-Martin, perché proprio lì c’è stato il primo contatto tra me e il vino di questa regione, semplicemente guardando fuori dal finestrino e vedendo quello strano disegno sul monte: uno schema geometrico, da fondo valle la prospettiva impone due sole dimensioni, linee orizzontali e brevi segmenti verticali si intrecciano senza ordine apparente, un quadro cubista con la montagna come romantica cornice. Gli vado incontro ipnotizzato, ma che diavolo è? Proseguo sulla strada, giro i primi tornanti e finalmente capisco: sono vigne, belle vigne, piantate a pergolato.

Valle

La pergola valdostana, tecnica di allevamento antica che grazie a sante mani ha potuto resistere secolo dopo secolo. Terrazze di terra strappate alla montagna e fissate da primitivi muretti a secco; una struttura in grado di immagazzinare calore durante il giorno e rilasciarlo alle piante durante la notte permettendo una particolare doppia escursione termica durante la notte (caldo-freddo-caldo-freddo). Sopra ogni muretto stanno delle colonnine, sono gli appoggi per il reticolato di travi di legno lungo cui corrono le piante di vite, piante che in questa regione hanno spesso più di un secolo di vita, anziane e nodose. Nel complesso queste pergole disegnano un labirinto confuso, scalini e mulattiere intricandosi collegano le diverse parcelle, spesso piccolissime e nascoste. Un paesaggio unico, un monumento al dio Bacco e al sudore di questi contadini.

Tutto questo me l’ha spiegato Paolo Maria Viganò, un brianzolo che in un modo o in un altro ha a che fare con questa valle da quando è nato. A diciotto anni ha deciso di trasferirsi in pianta stabile a Gressoney ed a ventisei ha aperto il suo locale: Castore e Polluce, un po’ cocktail bar un po’ enoteca con cucina. Paolo, oltre ad essere un punto di riferimento per tutti gli assetati che passano dal paese è anche corsista AIS e dotto esploratore delle cantine di questa valle.

Valle

Entro nel suo locale dopo una giornata passata a cadere sulle piste da scii, zoppicante e infreddolito. Lui è al bancone e parla con un’altra persona, strofinandomi le braccia per ritrovare temperatura vado verso un tavolo e dopo essermi guardato attorno chiedo la carta dei vini. “Non ho una carta dei vini, cambiano sempre, se mi segui in enoteca capiamo che ti va di bere”. Beh, non potevo chiedere di meglio.

Timidamente gli dico che so poco e niente dei vini valdostani e Paolo mi tranquillizza: “non sei né il primo né l’ultimo, proveremo a fare un po’ di chiarezza, ti va di iniziare con un bianco?”. Annuisco ammutolito. Prende una bottiglia e mentre mi versa il primo bicchiere mi spiega che la Valle d’Aosta va divisa in almeno tre zone quando si parla di vini: Alta, Media e Bassa Valle, tre territori diversi tutti lungo il corso della Dora Baltea (affluente del Po che taglia la regione da nord-ovest a sud-est); “partiamo dall’Alta Valle!”

Maison Vevey Albert, Blanc de Morgex et de La Salle DOP 2018, vino pulito ed elegante, sottile come l’aria di montagna che dà fiato ai vigneti più alti d’Europa, 1.300 metri s.l.d.m. (fun fact: l’altitudine ha anche preservato questa zona dall’invasione della fillossera di fine ‘800, permettendo tra queste valli piante franche di piede, caso più unico che raro nel vecchio continente). 100% da uve di prié blanc, unica bacca bianca autoctona valdostana. I fratelli Vevey, un forestale ed un veterinario che hanno imparato a fare il vino da loro padre, ed hanno imparato molto bene.

Dal bancone del locale sento dei passi venire verso di noi, è la persona con cui Paolo parlava prima che entrassi, “vieni Alberto.” E così conosco anche Alberto Levi, sommelier e relatore AIS; se prima mi sentivo un pochino sprovveduto adesso mi sento semplicemente ignorante e con faccino mesto gli stringo la mano, per fortuna Paolo spezza l’imbarazzo: “adesso ti facciamo un bel corso accelerato sui vini della valle d’Aosta” e guardandosi tra loro iniziano a ghignarsela.

“Petit Rouge?” chiede Alberto a Paolo, “ci stavo arrivando, un Torrette, che dici?” “Hai quello di Elio Ottin?” “Eccolo!” Ed è così che scendiamo nella media valle: Ottin, Torrette Superieur Vallée d’Aoste DOC 2018, 80% petit rouge, 10% fumin e 10% cornalin. È una piccola produzione estremamente interessante: dieci mesi di fermentazione in tini di legno da 30hl e altri quattro mesi di affinamento in bottiglia. Ogni anno circa 5000 bottiglie di un vino silvano; lamponi, rovi e sottobosco, la fotografia del contorno della vigna.

Ottin

Finisco il secondo bicchiere e continuando a scendere lungo la Dora Baltea arriviamo in bassa valle, territorio compreso tra Arvier e Pont Saint Martin, fino al confine con il Piemonte insomma. Qua i pergolati sono ovunque e danno rifugio al vitigno più diffuso di questa zona: il nebbiolo picotendro. Alberto mi spiega che a produrre picotendro sono rimaste solo quattro realtà in bassa valle: due cooperative e due privati, stop, ed io assaggio Pianta Grossa, 396 Aesculus Hippocastanum, Valle d’Aosta DOC Nebbiolo, 2018, 90% nebbiolo picotendro e 10% altri vitigni autoctoni tra cui fumin, vien de Nus, neyret e freisa. Vino proveniente da un vecchio vigneto dove convivono i diversi vitigni che compongono questo blend. Coraggiosa la scelta di non far passare un nebbiolo per del legno, la vinificazione e il lungo affinamento esclusivamente in acciaio lasciano così esprimere senza veli le specificità ed i profumi di un nebbiolo tanto valdaostano quanto non convenzionale. Davvero notevole.

PiantaGrossa

Finisco il terzo bicchiere, mi alzo e saluto i miei inaspettati due ciceroni che tranquilli se ne tornano al bancone. Fuori è scesa la notte e con essa le temperature, accelero il passo verso l’albergo.

È vero, non è facile trovare vini valdostani fuori dalla regione. Delle circa due milioni di bottiglie che si producono ogni anno almeno il 70% rimane nei confini regionali per soddisfare la sete dei pochi locali e dei molti turisti mentre gran parte delle restanti vola all’estero. Inoltre un vino valdostano costa di più rispetto ad un concorrente nazionale e non tutti capiscono il valore (e prezzo) della fatica di questi contadini: le pendenze in vigna arrivano fino al 40%, ogni forma di meccanizzazione del lavoro è impedita ed a tutto questo va sempre aggiunto il grande rischio agricolo che può rappresentare una gelata tardiva in aprile. Ma perché cercare un vino di questa regione allora? Perché non farlo? Fidatevi, non c’è solo da sciare in Valle.

Francesco Morresi

8 Commenti

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Egidio

circa 3 settimane fa - Link

L'articolo è veramente ben scritto: fresco, vibrante di emozioni, vivido di immagini e colori. Viene descritta con semplicità ed umiltà, quella che potrebbe essere l'esperienza di un viaggiatore che, per la prima volta, visita la Valle. Il lettore viene accompagnato dalle parole dell'autore, alla scoperta delle meraviglie dei luoghi proposti, passo dopo passo, rendendo possibile esperire al meglio questo percorso multisensoriale. Grazie alla potenza delle descrizioni e della narrazione, sembra di essere presentì nei luoghi, assaporandone i gusti ed i profumi; il lettore viene invogliato ad andare a visitare quei posti, progettando una vacanza ricca di aspettative.

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Enrico Angeletti

circa 3 settimane fa - Link

Trovo questa escursione attraverso i sensi di Francesco, un modo per vivere in prima persona i luoghi, gli odori ma anche le sensazioni e gli incontri, sento la sua vena romantica e la passione riguardo ad un mondo antico, un modo fantastico per dare voce a piccole realtà che resistono alle correnti quotidiane di un mercato uniformante e spietato; realtà che restano fedeli ai codici degli avi, alla loro saggezza e al loro fascino. Ecco francesco toglie la polvere da quelle che sembrano vecchie cristallerie e si rivelano diamanti purissimi attraverso i suoi racconti. Complimenti

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Sam

circa 3 settimane fa - Link

Questo articolo è ben scritto perché non cerca inutilmente frasi articolate con linguaggio ricercato che a mio parere in molti casi non fanno altro che allontanare il lettore dal senso di ciò che viene scritto. Bravo!

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Josè Pellegrini

circa 3 settimane fa - Link

Come si deve parlare di vino? Francesco lo sa!

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Livio

circa 3 settimane fa - Link

C’è tutta la passione e l’entusiasmo di un giovane che già la sa lunga di vini e cucina! Complimenti, mi viene voglia di andare in val d’Aosta

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elle

circa 3 settimane fa - Link

se piace il nebbiolo di donnas, segnalo il Barmet della cantina dei produttori di donnas. gran beva a costi ragionevoli. bell'articolo, complimenti.

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Ale

circa 3 settimane fa - Link

Mitico Paolo Viganò.

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Paolo Viganò

circa 2 settimane fa - Link

Splendido articolo, scritto incredibilmente bene e trasbordante di emozioni. Complimenti, ma sopratutto grazie caro Francesco per come hai raccontato la nostra Valle D’Aosta. A presto

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