Consumi | Ritorno al vino quotidiano? (prima di Slow food)

di Mauro Mattei

Immagine 2La notizia: il mercato del vino è altalenante. C’è chi piange miseria, chi confida nell’export (dato che in Italia non si vende più come una volta) e chi invece si consolida sul territorio (perchè il futuro è a kilometro zero). Qualcuno al contrario, pur non parlandone (in tempi di crisi non ci si vanta), si rafforza a livello commerciale e non sa come sopperire alla domanda. Insomma, ce n’è per tuttti i gusti. Ma, nello spropositato numero di variabili che il mercato ci propone, inseriremmo tranquillamente una certezza. La crescita costante nella vendita di vini sfusi.

Consumo  interno ed export sono i fattori che marchiano inequivocabilmente il panorama vitivinicolo del Bel Paese e significativi, a riguardo, sono i dati delle Fedeagri: si vende più vino. Addirittura nel 2009 le esportazioni sono cresciute di oltre il dieci per cento. Peccato però che, rispetto all’anno precedente, la resa in soldoni di questo movimento vinoso sia sceso quasi della metà. Il colpevole  – se lo si può intendere come tale – è proprio il vino sfuso, che si ritaglia una fetta sempre più importante di questo giro d’affari, coprendo il 20% del totale (una bazzecola se si pensa al trend degli anni 70 e 80).

Insomma, il dato confortante è che si consuma e si esporta. Il punto interrogativo lo posizioniamo invece su cosa alimenta (anche solo parzialmente) questo tran-tran vinicolo. Il problema è il cambio di rotta. Evidentemente, non bastano più i vini intelligenti a sopperire alla mancanza sempre più sovente di pecunia. Si pretende di più. Ancora più marcata è la voglia di risparmio ed in particolare questo aspetto è affrontato da quella parte di mercato che guarda al vino sottolineandone l’aspetto alimentare e facendo passare in secondo piano il lato edonistico. Ma diciamo le cose come stanno: in Italia, lo sfuso non ci ha mai abbandonato. La damigiana è ancora compagna di merende di una larga fetta di pubblico. Non si disdegna l’acquisto diretto dal contadino o dalla realtà vinicola di turno.

Oltretutto, al sud come al nord, molte enoteche accanto agli scaffali ricchi di bottiglie “pregiate” (e spesso impolverate) sfoggiano grandi contenitori per la vendita di vini sfusi (sempre più cheap).  Però attenti, arriva la leggitimazione mediatica e commerciale. Una volta acquistare vini sfusi era out. Se li compravamo in veste privata, lo facevamo il più delle volte di nascosto, consci della bruttezza del gesto. Se li acquistavamo per motivi commerciali, camminavamo constantemente sul filo della frode, della manipolazione e soprattutto dell’anonimato (pensate – pace all’anima loro? – al numero ics di cisterne senza nome che viaggiavano tristemente in lungo e largo, destinazione sconosciuta).

Eppure adesso qualcosa è cambiato. Che lo sfuso stia diventando cool? Lo si intravede in ristoranti affollati e fighetti, rulli schiacciasassi come Eataly lo propongono allegramente e alla  luce del sole (e non sarà raro vedere schiere di sorridenti consumatori col bottiglione in mano pronti alla fila per il lor litrozzo buono, giusto et pulito), addirittura in Europa ed in Nord America ci sono grandi aziende che comprano sfusi italiani per poi imbottigliarli in loco. Ma stavolta, a differenza di qualche anno fa, indicandone la provenienza in grassetto e mantenendone il costo contenuto ed approcciabile. Insomma, che tutto ciò sia il simbolo e la rivalsa del consumo quotidiano, quello vero per intenderci, o che sia un ulteriore dimostrazione di semplice ed obbligata taccagneria?

Mauro Mattei

Sommelier multitasking (quasi ciociaro, piemontese d'adozione, siculo acquisito), si muove in rete con lo stesso tasso alcolico della vita reale.

2 Commenti

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maurizio silvestri

circa 11 anni fa - Link

sul tema sfuso, che oggi è sempe più cool hai ragione, ti segnalo questo contributo importante http://www.porthos.it/index.php?option=com_content&task=view&id=362&Itemid=411

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Francesco Fabbretti

circa 11 anni fa - Link

La questione vino sfuso/imbottigliato risale a più di qualche lustro addietro e presenta molti aspetti complessi che non si possono ridurre, come nell'articolo di porthos (grazie per il link maurizio) a mero vagheggiamento di ritorno ad una realtà che di fatto non è mai esistita, se non nelle menti di chi l'agricoltore non lo ha fatto davvero. In una grande città come Roma l'approvvigionamento di vino sfuso mi sembra dettato semplicemente da ragioni economiche; accostarlo a un trend ideal-bucolico può essere poco più di un gioioso indoramento della pillola. Quando al mercato vedo gente riempire una tanichetta da cinque litri di SOVIGNON IGT LAZIO (sic!) credo che dietro quel gesto si nasconda una realtà ben più seria che parla di un cittadino comune che sempre più difficilmente sbarca il lunario e affoga le proprie difficoltà in un generoso (uno solo?) bicchiere di vino.

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