Conosciamo i VUM, vignaioli urbani mistici

Conosciamo i VUM, vignaioli urbani mistici

di Sabrina Somigli

Sono sempre più convinta che il vino si racconta da solo in bocca e non ha bisogno di tante parole prima, semmai qualcuna dopo si, volentieri. Poi ci sono eccezioni, come in questo caso, in cui il vino ha i connotati di una esperienza mistica a tutti gli effetti, a partire dalla sua nascita, cha val bene raccontare.

Siamo a Empoli, ridente centro urbano facente parte della città metropolitana di Firenze, affacciato sull’Arno; qui  i Medici avevano i loro magazzini, e sfruttavano il fiume che lento si avvia verso la foce pisana, per il trasporto delle mercanzie.  Empoli non è luogo dalla bellezza trascendentale, né ha vini da estasi mistica, ma a parte questo può vantare una esclusività: la prima bollicina Toscana da clos.

La vigna sorge in pieno centro cittadino, e credo sia una delle poche vigne ad avere un indirizzo preciso con tanto di numero civico: viale della Repubblica 125. Qui trovate il cancello di accesso, il resto della vigna non è visibile a occhio nudo perche circondato da mura: un esempio perfetto di clos, come quelli famosi d’oltralpe, spesso curati da monaci cistercensi. In questo caso la proprietà è della curia fiorentina e la vigna sorge adiacente alla chiesa-convento di Santa Maria a Ripa, dove a operare sono i frati carmelitani scalzi. Questo era infatti l’orto dei frati, parte del quale adibito a vigneto. Foto di inizio secolo scorso ritraggono la vigna, da cui si stima una età media delle viti di 70-80 anni, ed un pergolato vitato che corre lungo il muro, con esemplari di oltre 100 anni. Un ettaro totale il clos, poco più di mezzo ettaro la superficie complessiva vitata.

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La vigna è stata presa in gestione da 4 predestinati; il parroco di Santa Maria a Ripa racconta infatti di aver ricevuto molte richieste di affido per quella vigna, ma si era sempre rifiutato di cederla, perché i “richiedenti” non gli avevano mai ispirato fiducia.

Quando invece si sono presentati: Simone Chiaramonti, Sandro Alfaroli, Matteo Aquilini e Roberto Giannetti, empolesi doc, non frati e nemmeno parrocchiani, il divino si è manifestato: al parroco sono piaciuti fin da subito e gli ha ceduto il tutto in comodato d’uso. Era il 2017.

O cosa avranno questi eletti di così speciale? Si definiscono dei VUM, vignaioli urbani mistici; Roberto agronomo di professione è responsabile della parte agronomica di Clos Santa Maria, Simone enologo presso una nota cantina dei colli fiorentini è il cantiniere designato a questo progetto, Sandro oste di un noto wine bar è la forza motrice, le braccia prestate alla viticoltura entro queste mura e infine Matteo che da addetto alle telecomunicazioni, potrebbe lanciarsi in un dialogo diretto con l’Altissimo via fibra o cavo, per diffondere il verbo di Clos Santa Maria.

La vigna era abbandonata da anni, racconta Roberto, –L’intervento iniziale non è stato semplice, per ripristinare attraverso la potatura i capi a frutto corretti e sopportabili dalla pianta. Per il resto noi non interveniamo con nessuna lavorazione sul terreno, ma facciamo solo qualche passaggio se necessario con solfato di rame, spruzzato a mano con la pompa in spalla-; “do il ramato” in sintesi. La vigna è mista a sangiovese, trebbiano, malvasia e varietà locali; le fallanze rosse sono pian piano rimpiazzate con esemplari di Bonamico, varietà toscana un tempo diffusa nelle campagne pisane.

Ma veniamo al vino: 29 Vino Arcaico, vino spumante.

È un vero vino da vigna, ovvero ottenuto con tutte le uve della vigna, bianche e rosse, vinificate tutte insieme  in grandi mastelle da 500 litri.

Quando il mosto-vino raggiunge la gradazione zuccherina tale da permettere lo sviluppo delle atmosfere necessarie per un vino spumante, si procede manualmente all’imbottigliamento. Tappo a corona e cantina dove affina. La cantina è ricavata dai sotterranei del convento dove un tempo veniva allestito il presepe, con tanto di cartello a parete a documentare: luogo suggestivo  oltreché fresco perfetto, dotato pure di cripta del santo. Ve lo dicevo che c’era del misticismo che si taglia a fette!

Qui il vino fa il suo corso e porta a termine la fermentazione, sviluppando bollicine e atmosfere da spumante. Si tratta perciò di un metodo ancestrale a tutti gli effetti, ma la scelta di non chiamarlo ancestrale, bensì arcaico, per non portarsi dietro vizi e pregiudizi del caso è più che mai condivisibile.

Segue remuage manuale, che si esplica sottoforma di energiche sciabordate di ciascuna bottiglia a cadenza regolare. In Toscana il coup de poignet sta per una bella sciaguattata; ritorniamo alla nostra lingua quando rende bene il concetto.

La sosta in punta avviene con le bottiglie capovolte in grandi ceste; per l’eliminazione delle fecce raccolte nel collo, altro che bagno in azoto, qui al limite è un bagno in acqua ghiacciata di notte, la notte della sboccatura. Che avviene rigorosamente la notte più fredda di febbraio, all’aperto, all’ombra del campanile, sotto lo sguardo propiziatorio di una madonnina in ceramica bianca e blu; tutti e 4 a sboccare le bottiglie.

Grazie al freddo becco di febbraio, (e forse della madonnina santa protettrice), si confida in un degorgement a la volée in cui voli in terra la minor quantità di vino spumante possibile.

Il nome è 29, ovvero la durata massima, calcolata in minuti, di una bottiglia una volta aperta. Durante la visita posso testimoniare una durata di parecchio inferiore ai 29 minuti.

Ogni sorso è diverso nei 29 minuti limite in cui il vino rimane in bottiglia.

Come se ad ogni livello della bottiglia si stratificassero componenti con peso diverso e capaci di dare profumi e aromi in bocca sempre differenti. La bollicina è fine, la spuma è abbondante; al primo bicchiere i sentori sono di melone, cenni di pesca, mandorla. In bocca il trebbiano non lesina a mostrarsi con la frutta secca e l’ammandorlato evidente. Il secondo bicchiere è già meno frutto e più espressione di erbe aromatiche. La grinta del sorso non molla. Sarei voluta arrivare al terzo bicchiere ma non c’è stato verso.

Finito, seccato in barba a ogni misticismo.

Ed erano passati poco più di 15 minuti.

9 Commenti

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Francesco Fabbretti

circa 2 mesi fa - Link

Ho una domanda che non trova risposta e così giro ai lettori il mio dubbio: qual'è lo scopo di una recensione di un vino che probabilmente non berremo mai per esiguità della produzione. Ho notato che questo blog non è nuovo a questa pratica e tutto sommato leggo anche con piacere le descrizioni (forse, a mio avviso, un po' troppo entusiastiche) ma davvero mi sembra che talvolte ci si ammali del morbo del "se non è poco e strano non lo filiamo"...sbaglio?

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sabrina somigli

circa 2 mesi fa - Link

Salve Francesco, credo sia importante parlare di progetti come questo che prevedono il recupero e la salvaguardia di un patrimonio storico come una vigna urbana. Esiste anche una associazione internazionale che raggruppa alcuni dei vigneti cittadini del mondo, a partire da Clos Montmartre https://urbanvineyards.org/chi-siamo-vigne-urbane/?lang=it Sull'approccio "se non è poco e strano non lo filiamo", siamo d'accordo invece: è un atteggiamento antipatico

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Francesco F, invece io apprezzo questi articoli perché ci parlano "sempre" di vino ma attraverso realtà particolari e non molto diffuse che attraggono il lettore in cerca di novità, di diversità. L'articolo è pregevole perché in poche righe c'è storia, geografia, antropologia culturale e... anche tecnica. E c'è brio... effervescenza... anche nella narrazione. Che, caro Francesco F, non confonderei con l'ESALTAZIONE, caratteristica stilistica molto frequente negli articoli sul vino. E che a me non piace. __ Saluto cordialmente Sabrina S. e Fabrizio F.

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marcow

circa 2 mesi fa - Link

Scusa, Francesco e non Fabrizio.

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Francesco Fabbretti

circa 2 mesi fa - Link

marcos infatti il mio era e resta un dubbio

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Roberto Giannetti

circa 2 mesi fa - Link

Ciao a tutti, provo a dare una risposta come produttore VU(M). Rispetto al mercato globale siamo dei piccolissimi, quasi delle nullità come produzione, ma nel nostro piccolo stiamo crescendo piano piano cercando di rendere fruibile il prodotto a più persone possibili. Il bello di questo articolo e di altri simili, è che ti portano a contatto con realtà mai pensate e mai sentite che magari ti fanno scattare la molla per provare a recuperare terra all’incuria, a strappare un oliveto abbandonato al taglio per fare legna, a dimostrare che in città si può fare agricoltura e non solo parcheggi. Diciamo che tengono viva la fantasia e ci fanno sperare in un mondo migliore dove la natura è rispettata e “venerata”. Un abbraccio a tutti e vi aspettiamo in vigna.

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Luca Miraglia

circa 2 mesi fa - Link

"...rendere fruibile il prodotto a più persone possibili". Vuol dire che viene già commercializzato? E se sì, solo in loco oppure in qualche enoteca vicina o tramite distributore? E infine, allo stato attuale di quante bottiglie stiamo parlando?

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Roberto Giannetti

circa 2 mesi fa - Link

Ciao Luca, al momento stiamo uscendo con qualche centinaia di bottiglie reperibile in locali di zona oppure direttamente in vigna quando presenti (sui social indichiamo il giorno della settimana in anticipo). Non abbiamo distributore vista l’esigua produzione. Per altre info non esitare a contattarci. A presto.

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Bepp

circa 2 mesi fa - Link

Anche a me quest'articolo e` piaciuto molto. Anzi apprezzo maggiormente articoli grazie ai quali scopro realta`/progetti/etc... di cui ignoravo persino l'esistenza. Se poi non riusciro` mai a bere un sorso di questo vino pazienza pero` intanto mi ha fatto conoscere un pezzettino in piu` di questo mondo. E poi chi lo sa magari in futuro se dovessi passare da quelle parti facile che cercherei di informarmi per passare a trovarli ed assaggiare il loro vino. Complimenti per il lavoro di recupero (e all'autrice per l'articolo) e buona fortuna per il futuro Beppe

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