di | ven 30 nov 2012 ore 8:39
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doccia fredda

Come non fare le cose in Italia. Il pessimo esempio dell’iscrizione all’albo dei vigneti in Alta Langa

Giovanni Arcari ha fondato Terra Uomo Cielo insieme a Nico Danesi e questo è il suo punto di vista su una spiacevole situazione accaduta in Alta Langa.
Premessa: l’amore per i metodo classico e le Langhe mi ha spinto a collaborare con un produttore di Monforte d’Alba desideroso di produrre Alta Langa. Purtroppo, niente è facile come appare e la storia che segue è molto semplice e demotivante. C’è un disciplinare cui attenersi e noi lo seguiamo alla lettera. Il produttore acquista il terreno, ci pianta le uve giuste (7500 piante a Serravalle Langhe, tra pinot nero e chardonnay) e poi fa la richiesta di rivendicazione alla denominazione Alta Langa del vigneto stesso. Di qui in poi, il disastro.

Prima doccia fredda, dopo una settimana: il Consorzio di Tutela Alta Langa Metodo Classico ci comunica che “le iscrizioni all’albo dei vigneti atti a produrre Alta Langa DOCG sono chiuse“. Chiediamo spiegazioni e ci tocca ingoiare il rospo. Ecco infatti altre brillanti dichiarazioni dello stesso Consorzio:  “..in sede consortile si sta operando per aumentare la superficie vitata destinata a tale produzione. Lo si farà attraverso un’autorizzazione “mirata” a nuovi impianti nella zona di origine, in modo da privilegiare i progetti, la cui produzione viticola abbia già una specifica destinazione che non vada a inflazionare il mercato delle uve. L’obiettivo è di avere più bottiglie sul mercato per contare di più”. Apprendiamo di questa apertura solo il 5 settembre scorso, casualmente.

Beh, ottime notizie direte voi, in quanto noi dobbiamo rivendicare solo un ettaro, abbiamo il progetto e la destinazione che vogliamo dare a quei 100 quintali di uva è molto chiara: un bel metodo classico artigianale. Dai, è fatta.
Macché! Quelli fatti siamo noi, perché il Consorzio non ci comunica nulla e veniamo a conoscenza del bando solo lo scorso 24 ottobre quando è apparso sul sito di Coldiretti –anche loro non propriamente dei fulmini- e scopriamo che l’apertura dello stesso riporta come data 2 agosto. Perché? Il bando scade oggi ma il problema sostanziale è un altro. Sapete con quali criteri verrà aumentata la superficie vitata? In sintesi: se vendi uva agli imbottigliatori industriali vai bene, se compri una terra, la pianti e coltivi un sogno non vai bene per niente.

Il modello a punteggio, infatti, attribuisce “punti diritto priorità” in maniera discutibile.
Per avere 7 punti –cioè il massimo- bisogna essere “Imprenditore agricolo professionale che già produce e/o commercializza vino spumante metodo classico o socio conferente di cantina cooperativa che già produce vino spumante metodo classico. Per avere 5 punti, “Azienda o Imprenditore agricolo professionale che già possiede vigneti con caratteristiche agronomico-ambientali conformi al disciplinare della DOCG Alta Langa, ma che non hanno l’idoneità alla rivendicazione, e che possiede un contratto almeno quinquennale con un trasformatore della DOCG Alta Langa che garantisce il ritiro totale delle uve”. 3 punti, invece, se “Azienda o Imprenditore agricolo professionale che, a seguito di un diritto in suo possesso, impianta nuovi vigneti destinati alla DOCG Alta Langa e che possiede un contratto almeno quinquennale con un trasformatore della DOCG Alta Langa che garantisce il ritiro totale delle uve”. Per “Azienda o Imprenditore agricolo professionale diverso dai punti precedenti”, invece, solo 1 miserrimo punto. Agghiacciante! Noi chiaramente 1 punto, il che si traduce molto facilmente: una nuova azienda NON puo’ produrre Alta Langa.

Perché si regolamenta il mercato dell’uva invece d’incoraggiare l’ingresso di nuove figure che potrebbero arricchire il territorio? Perché in Alta Langa c’è tutto quest’interesse ad acquistare uva e a non avere nessun altro tra i piedi? Chi ci guadagna? Questo sistema puzza di porcheria.

Giovanni Arcari

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35 commenti a Come non fare le cose in Italia. Il pessimo esempio dell’iscrizione all’albo dei vigneti in Alta Langa

  1. Pingback: Alta Langa: continuiamo ad affrontare i problemi, anche su Intravino | TerraUomoCielo

  2. avatar FRV

    Già la denominazione alta langa é un progetto commerciale (DOCG addirittura) scandaloso. Tutto il resto é pressapochismo italiano che non ha paragoni. L’Alta langa é una denominazione che non dovrebbe esistere, soprattutto se prodotta con le solite uve (chardonnay e pinot). Che fantasia

  3. Quando il modello è marcio, quando il modello è lo standard, quando le persone crescono con quel modello, quando le decisioni le strategie le regole dipendono da quel modello restiamo meravigliati dell’eccezione e non della regola. Questa regola è certamente distorta dal buon senso. Ma il buon senso è quella cosa che è oramai scomparsa da anni. Il problema di fondo è che il buon senso non viene più insegnato e le coscienze sono da anni tenute sotto sedativi o sottoposti ad elettroshock da continue onde di paura da parte di radio, televisione, giornali e persino internet. E’ assolutamente giusto denunciare pubblicamente queste follie. Altrettanto giusto non scandalizzarsi per tutelare la propria salute…. e comportarsi da ammutinati per invertire la rotta della nave. La vedetta in testa d’albero dice che stiamo navigando sempre più in mezzo agli iceberg e la superficie di acqua navigabile è oramai un elemento veramente raro. Gli iceberg ci sono dappertutto. E’ il modello sociale, culturale, criminale che li crea e li clona e li adotta come fossero la normalità.

  4. buongiorno,
    dando una rapida occhiata al sito del Consorzio Alta Langa, scorrendo l’elenco soci, spiccano i nomi di Martini & Rossi, Enrico Serafino (Gruppo Campari), Fontanafredda, Gancia, Banfi, Tosti. Tutte aziende piccoline e che nel panorama vinicolo italiano contano poco. Giusto?! Credo che alcune considerazioni possano venire di conseguenza…
    Saluti

  5. avatar FRV

    Carso , per esempio. Comunque le Langhe hanno già un patrimonio viticolo invidiabile e l esigenza dell alta langa non era necessaria. Soprattutto per chi sta a Monforte

    • Certo, il Carso…
      Uno che sta a Monforte potrà fare quello che vuole e magari non per necessità ma il desiderio di confrontarsi?
      Poi il tuo parere è rispettabilissimo, ma il post parla d’altro.

      • avatar FRV

        Io ho espresso il mio punto di vista sulla denominazione. Come qualcun altro. Se poi volessero piantare Merlot in langa non sono affari miei ma non parlate di terroir almeno.

        • Guarda che non stiamo parlando di “terroir” (non sto a chiederti cosa intendi con quel termine perché ho paura che si possano citare territori dove pare che la vite si sia piantata, legata e messa in formazione a vigneto da sola) stiamo parlando della politica che governa il sistema vino, in questo caso dell’Alta Langa che non è molto diverso da altri territori.

          • avatar FRV

            Non ci capiamo e comunque puoi rispondere anche a chi ha citato le aziende che operano (ed hanno voluto) l alta langa. La Nas-cetta , favorita, Arneis sono autorizzate in Alta langa?

        • se piantassero Merlot sarebbe un darmagi

  6. Ecco un lampante esempio di quella che e’ la situazione attuale in Italia e in Europa. In questi giorni si sta combattendo fieramente per mantenere lo status quo riguardo ai diritti di reimpianto, che la UE ha previsto di liberalizzare dal 2015. Questo non riguarderebbe le DOC o DOCG, ma solo i tavolo e gli IGT, ma ugualmente, Federdoc in testa (che per l’appunto si dovrebbe occupare di DOC) e’ scattata una rivolta contro ogni tentativo di introdurre elementi di liberalizzazione. Per le DOC/G la situazione e’ diversa, e sono le province, sentiti i produttori, a blindare gli albi e a gestirne le eventuali aperture con criteri arbitrari, che possono essere creati ad arte per favorire chi si vuole.
    Personalmente trovo questa situazione in linea con il resto dell’Italia, ovvero qualunque liberalizzazione e’ osteggiata dalle relative lobbies, con la scusa solita che “e’ per il bene comune e per il bene del consumatore”. Il quale consumatore, e in modo particolare quando si parla di vino, ci abbocca quasi sempre.
    La realta’ e’ che si vogliono tenere alte le barriere all’ingresso a certe professioni, favorire le rendite di posizione, mantenere lo status quo. E questo quasi sempre a scapito del consumatore che si trova a pagare beni e servizi piu’ scadenti e piu’ cari.
    Ma finche’ lo dico io da solo o con poco seguito di qualche collega qua e la’, conta poco, se cominciano a capirlo anche i cittadini consumatori allora le cose possono cambiare.

    • Il fatto è proprio questo Gianpaolo e sono totalmente concorde con te nella denuncia dell’intero sistema.

  7. Siamo consci di chi manovra.. non vedo cosa devo rispondere, musigny ha scritto una cosa corretta.
    Si, i vitigni che citi si possono piantare e possono essere utilizzati nella misura di un 10% per la produzione di Alta Langa.

    • avatar FRV

      Appunto 10% per vitigni locali e 90% per quelli internazionali, sommati a ciò che hai scritto (abbominevole -non il tuo scritto ma il consorzio-) , la DOCG, fanno capire che senso abbia la denominazione. Quello che tu hai scritto è giusto conoscerlo, non criticavo te in questo, ma certe DOC/G mi lasciano perplesso

      • Quindi anche la docg franciacorta (100% vitigni internazionali) non ha senso?
        Bene, bene.

  8. Premesso che sono parzialmente d’ accordo con FVR che ha esposto un pensiero condivisibile (in soldoni, si crea una DOCG da spumante in terra da rosso, giusto per cavalcare l’onda del successo della bollicina italina, quindi, a mio parere, corretto il termine denominazione commerciale e non di tradizione).

    Resta il fatto che sia SCANDALOSO che la politica del vino vada a favorire dei mega produttori, praticamente delle industrie multimilionarie, a sfavore di piccole realtà che vogliono fare dei prodotti di qualità, con personalità e passione, e che hanno bisogno di sostegno.
    E’ davvero demoralizzante: perlomeno, coerenti con la politica generale.

    • Cito: “la politica del vino vada a favorire dei mega produttori”
      A che ci serve la “politica del vino”, la politica del formaggio, la politica del calcestruzzo, la politica del trasporto aereo? A niente, a noi, mentre a gestire un sistema chiuso, fatto di rendite di posizione, ovviamente serve bene.
      Il vino, come tutto il resto delle attivita’ economiche, non ha bisogno delle “politiche”, ma solo di regole, chiare e condivisibili. C’e’ un territorio, c’e’ un disciplinare, questo deve bastare. Se il disciplinare e’ fatto male si cambi, ma non si puo’ continuare a tollerare il fatto che sia chi sta dentro un sistema a regolare e decidere chi puo’ entrare o no. E questo vale per tutto. Sorpresi che la nostra economia non funziona?

      • Io citerei un paio di produttori che se ne sono “sbattuti” del disciplinare e della “politica del vino” e han fatto vino da tavola a costo di essere liberi di lavorare come vogliono.

        • Gia’, ma anche li’ chi conta nel mondo del vino ha fatto le cose per bene. Se fai Vino da Tavola, anche se fatto tutto al 100% con le tue uve, non puoi scrivere “prodotto integralmente da uve proprie” e neanche “prodotto e imbottigliato all’origine”, ma semplicemente “imbottigliato da”, come se tu fossi un semplice imbottigliatore che va in giro ad acquistare rimanenze di cantina. Inoltre non si puo’ scrivere la varieta’ sulla bottiglia, cosa che penalizza tantissimo sul mercato in mancanza di una denominazione. Insomma, il pacchetto funziona proprio bene.

    • La Langa è terra da rosso, l’alta Langa è una cosa totalmente diversa: camminare i vigneti da cui arrivano le uve che Sergio Germano usa per i suoi bianchi e le sue bollicine potrebbe essere d’aiuto alla comprensione del perché, per l’appunto, si faccia quel tipo di vini.

  9. Giò fai così,:
    Nico, Ferdinando e te fate il miglior Metodo Classico del Piemonte (per iniziare, per fare il migliore del mondo avete tempo) fuori dalla Docg (che peraltro è sconosciuta e cialtronesca) e a culo tutta la burocrazia.
    Kampai

    • Frac,
      noi ci proviamo e l’obiettivo è proprio quello! :-) Venerdì prossimo facciamo il tiraggio della barbera che rifermenterà solo con il suo mosto… hai ragione nel dire “a culo tutta la burocrazia” ma credo che certe cose vadano portate all’attenzione di tutti in quanto vergognose

  10. a me avevano raccontato esattamente il contrario, che finito il blocco totale si sarebbero privilegiati i produttori imbottigliatori, perché questo avrebbe portato prestigio alla denominazione e quindi in fondo favorito anche gli industriali (cosa a mio avviso vera). Potrei capire un punteggio aggiuntivo per l’agricoltore che già produce e commercializza vini in bottiglia, per non favorire imprese senza radici e magari velleitarie. Ma così mi pare proprio un’allucinazione, da non crederci.

    • Non ci sono regole Maurizio, ogni consorzio puo’ fare come vuole, ed e’ una aberrazione che secondo me e’ anche contraria agli elementari principi di liberta’ di impresa e concorrenza. Qui si parla di lobbies che fanno solo gli interessi, nulla a che vedere con gli interessi generali.

    • Ciao Maurizio,
      naturalmente abbiamo tutta la documentazione necessaria a sostenere quanto ho scritto.. Se ti serve te la invio. Quando l’ho vista sabato scorso con Jeremy, volevamo non crederci

  11. Giovanni, io non ci vedo nessuna vergogna in tutto ciò. Ovvio che conoscendo te e Ferdinando so quello che vorreste fare (e qui scatta la vergogna, vero) ma se guardi il quadro da fuori devi anche capire che si sta cercando di non produrre uva non destinata cercando di tenere alto il valore dell’ uva. Sai estremamente meglio di me che cosa è successo con la venuta dei grandi gruppi nella zona del prosecco o franciacorta o moscato Asti.. Il problema serio è che decreti così penalizzano sempre chi vuole fare bene. Spero vivamente ci sia un analisi “caso per caso” e che riusciate a rivendicare.

    • Perdonami ma guardando il quadro da fuori, ti spiego perché non funziona.
      Se ci sono tre aziende che acquistano tutta l’uva presente per un totale di 10000ql e domani il mercato crolla e decidono di ritirarne solo 5000, il prezzo dell’uva cala drasticamente e ci sarebbero eccedenze a creare inflazione. Chi stabilisce i prezzi dell’uva, chi coltiva o chi acquista? Sono gli stessi che mentre il mercato tira ti incentivano a piantare e quando molla, o ritirano meno o la pagano meno.
      Pensa se invece il controllo di quei 5000ql fosse suddiviso tra 10 produttori che imbottigliano per se stessi 15 mila bottiglie a testa..

  12. Io penso che il più grosso rischio in questo caso sia quello di trasformare un tema delicatissimo di civiltà giuridica nel solito conflitto partigiano e moralistico fra grandi produttori industriali commerciali e piccoli produttori artigiani territoriali.

    A me pare infatti che la questione si assai più generale e che prescinda dal fatto che più o meno occasionalmente oggi si privilegi questo anziché quello.

    E’ legittimo decidere, nell’amministrazione di un bene collettivo e pubblico come l’accesso ad una DOC/G, che alcune tipologie di soggetti economici siano privilegiate rispetto ad altre?

    Se domani cambiasse la composizione quindi l’orientamento politico del Consorzio, sarebbe legittimo concedere l’iscrizione all’albo ai piccoli produttori artigianali negandola contemporaneamente ad un grande produttore industriale, con l’esplicita intenzione di discriminare fra le due tipologie di soggetti economici?

    La libertà è fatta di queste cose, la mia sensazione è che una risoluzione come questa violi i principi essenziali del libero mercato tanto quanto quelli della società liberale.

    Ovviamente non mi sfugge che si tratta sostanzialmente del solito ritrarsi dal merito per appoggiarsi alle garanzie, secondo l’ottica bancaria italiana: il credito te lo do non se hai capacità e idee per far fruttare il denaro, ma se hai un immobile da mettere a garanzia.

    Qui però non si tratta di soldi privati di una banca privata, qui si tratta del bene pubblico per eccellenza nel mondo del vino, la Denominazione di Origine. Non c’è in gioco solo il buon costume nella gestione delle risorse economiche, c’è in gioco il principio stesso della libertà di iniziativa economica, quello della libera concorrenza.

    • Quoto, però attenzione perché “l’orientamento politico del consorzio” non cambia perché non cambieranno mai i soggetti che ne fanno parte.
      Più produci, più imbottigli, più terra possiedi e maggiore è il peso del tuo voto nelle decisioni che contano come questa. I CDA dei consorzi sono fatti prevalentemente dalle aziende più grandi..

      • Purtroppo è vero. Ogni azienda dovrebbe valere come un voto, ma è utopia.

    • Come giustamente dice Giovanni, i Consorzi non sono organi democratici, e non lo sono per legge, in quanto i voti vengono “pesati” in rapporto alla produzione. Questo naturalmente e’ comprensibile e persino giusto, quando il consorzio e’ un associazione volontaria che nasce per tutelare i propri associati. Ma nel momento in cui al consorzio vengono affidati compiti di “poltica vinicola” (ed ho gia’ detto quello che penso su questo aspetto), e quindi diviene istituzione vera e propria che ha giurisdizione su tutti gli attori di quella filiera legata alla denominazione (i famosi “erga omnes”), associati o meno che siano, allora queste forme di creazione del consenso cominciano a stridere e non poco, e diventano leve per manovrare il potere dalla parte di chi conta di piu’, con l’appoggio dello Stato che invece dovrebbe essere controparte che garantisce l’accesso al libero mercato per tutti gli imprenditori, con minori barriere e minori concentrazioni di potere e limitazioni della concorrenza.
      In piu’ si ricordi che una denominazione e’ un bene collettivo di tutta una comunita’ e non solo dei produttori.
      Un sistema molto zoppo, che nella migliore tradizione italiana e’ pieno di regole, in teoria tutte giuste e tutte belle, che in realta’ servono a chi le crea e chi le puo’ manovrare. Ed e’ cosi per tutti i consorzi.

  13. Pingback: How To Not Get Things Done in Italy by @TerraUomoCielo (@Intravino) « Do Bianchi

  14. Per l’autore dell’articolo: il D. Lgs. 61/10 e il Decreto 16/12/10 hanno abolito l’Albo dei Vigneti. Gli albi sono rimasti validi fino alla vendemmia 2010, sono già due anni che la base dati del vigneto Italia è rappresentata dai singoli schedari vitivinicoli regionali.

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