Come nasce un tappo di sughero

Come nasce un tappo di sughero

di Leonardo Romanelli

Prima dell’uva, la raccolta che conta è quella del sughero e andare a vedere quello che succede nelle sugheraie e poi nella fabbrica fa un certo effetto. L’invito mi arriva dalla Cork Supply, azienda fondata in Nord America ma che ha stabilimenti in Portogallo, più di 500 dipendenti e membro fondatore del WWF-Global Forest&TRade Network-Iberia, il cui scopo è quello di fermare il disboscamento illegale e promuovere un utilizzo responsabile della foresta e la sua conservazione, oltre a garantire e supportare protezioni per la flora e la fauna selvatica.

L’attenzione è anche rivolta agli agricoltori del settore del sughero e delle loro famiglie, attraverso azioni di sostentamento considerata la pesantezza del lavoro svolto. Dentro un tappo di sughero ci sono lavoro, fatica, passione, professionalità, tecnica, precisione.

È incredibile come in dimensioni tanto piccole si possa concentrare un insieme così grande di tradizione, esperienza e tecnologia, che trasforma un impegno antico di secoli in un prodotto frutto della ricerca, pensato e realizzato per garantire a chi lo usa uno standard di sicurezza e qualità molto elevato.

Tutto inizia con la ricognizione che si fa all’inizio della primavera, per effettuare una stima sulla qualità e la quantità di sughero che si può ricavare dagli alberi (Quercus suber), appartenenti alla famiglia delle querce. Sguardi, carezze, una specie di gioco di seduzione e di intesa tra la pianta e chi dovrà spogliarla. Per tutta la bella stagione poi e sulla base delle severe norme che ne regolano la raccolta si snoda l’avventura dell’estrazione che non deve danneggiare l’habitat in cui cresce l’albero da sughero.

La sughereta si anima di suoni, rumori, voci: sono quelle dei lavoratori specializzati nella decortica, gli estrattori o scorzini. Usano solo la loro accetta, quasi sempre artigianale, la loro forza e la loro esperienza: non c’è mezzo meccanico o tecnologico che possa sostituirli. È il lavoro di chi ha per compagna la fatica e per amica l’esperienza, di chi conta, oltre che su se stesso, sull’affiatamento con l’altro estrattore con cui opera sull’albero. E se l’accordo è perfetto, trovano un senso i graffi, il sudore, le imprecazioni, il caldo.

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L’albero viene spogliato del suo vestito, con la delicatezza che l’amore per il proprio lavoro sa dare ma che solo le mani sanno trovare, con la forza che le stesse mani – capaci, ruvide, scure per per il sole, ma gentili, quasi affettuose – vanno a scovare al bisogno. Stando ai fianchi opposti della quercia, gli scorzini effettuano con precisione alcuni tagli senza danneggiare lo strato sottostante al sughero, il fellogeno, chiamato la mammina.

Se infatti il sughero è come un cappotto, composto da cellule morte, di anno in anno rinnovate, e quindi non più indispensabile per la sopravvivenza dell’albero, il fellogeno è la pelle della quercia, che rigenera le cellule e in cui scorre la linfa, che porta nutrimento dalle radici alle chiome. L’operazione successiva è il distacco delle plance: prima col retro dell’accetta si deve colpire, in gergo bussare, la plancia lungo tutta la verticale dei righelli, poi il manico dell’accetta, che ha l’estremità sagomata a cuneo, viene infilato nelle aperture e usato come leva per ottenere il distacco del sughero.

Attenzione e sensibilità sono, al pari dell’accetta, gli strumenti indispensabili per prendere le plance, che poi i raccoglitori ammucchiano e portano sulle spalle fino al più vicino punto accessibile da camion o trattori. Sono lavori quindi molto impegnativi, ai limiti della resistenza fisica, a temperature elevate e disturbati dagli insetti: e occorre tener presente che spesso le sugherete si trovano in terreni scoscesi. Uno sforzo quasi epico, ma che affascina per la sua capacità di dare grande soddisfazione, ancestrale nei modi e nello spirito, utile a dare sensazioni primordiali che ormai pochi hanno il privilegio di poter sentire. E il cui risultato è frutto quindi di un sapere antico e naturale – quello delle mani che obbediscono all’esperienza – che si coniuga successivamente nella tecnologia utile a definire il prodotto.

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Le azioni successive sono poi quelle della stagionatura, che può durare sei mesi, la bollitura quindi il taglio delle cortecce alla lunghezza corrispondente al tappo e la fustellatura del tappo stesso. Non c’è spreco poiché quello che rimane viene macinato per i tappi in agglomerato. I lavori successivi riguardano essiccatura, rettifica, lavaggio, trattamento Innocorck per diminuire il rischio TCA, quindi timbratura, stampatura a piacere, umidificazione e trattamento con paraffina.

Medito molto di più quando prendo il cavatappi per aprire la bottiglia di vino, il gesto diventa meno meccanico e più attento.

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Leonardo Romanelli

“Una vita con le gambe sotto al tavolo”: critico gastronomico in pianta stabile, lascia una promettente carriera di marciatore per darsi all’enogastronomia in tutte le sfaccettature. Insegnante alla scuola alberghiera e all’università, sommelier, scrittore, commediografo, attore, si diletta nell’organizzazione di eventi gastronomici. Mescolare i generi fino a confonderli è lo sport che preferisce.

2 Commenti

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Gigi

circa 4 settimane fa - Link

Post bellissimo, scritto in modo avvertibilmente sentito e appassionato

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Paolo

circa 3 settimane fa - Link

Assolutamente vero, davvero molto interessante

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