Chi fu Melchiorre Gioia e perché dovremmo conoscerlo

Chi fu Melchiorre Gioia e perché dovremmo conoscerlo

di Samantha Vitaletti

A volte la Conoscenza percorre vie insolite per insinuarsi dentro di noi. “Mamma, ma dove comincia questo fiume? Mamma, ma dove finisce?” Siamo sulla Tangenziale, proprio sopra l’Aniene, e io mi rendo conto di non saper rispondere né alla prima, né alla seconda domanda. Ma, siccome sono maestra nell’arte dell’arrangiarsi, rispolvero vecchie reminiscenze delle scuole elementari e, senza scompormi, recito: “il Po nasce dal Monviso e percorre 652 km prima di sfociare nel Mare Adriatico”. Mentre sono così intenta a mentire, mi si accende, tutt’ad un tratto, un ricordo. Quella stessa domanda che la mia figlia quasi treenne rivolge a me, la rivolsi anch’io a me stessa tanti anni fa, percorrendo nella notte via Melchiorre Gioia, a Milano.

Si riaccompagnava a casa spesso una cara amica emigrata a Milano e, mentre dal finestrino scorrevano immagini rassicuranti, rassicuranti del fatto che comunque ci fosse vita nel buio, di stazioni di spaccio e meretricio, mi domandavo dove nascesse e dove finisse Melchiorre Gioia. Ma, soprattutto, chi fosse questo Melchiorre Gioia e che cosa avesse fatto di male perché gli venisse intestata una via così. Ché di vie a Roma così lunghe e un po’ equivoche ce ne sono tante, ma almeno tutti sanno che Isacco Newton era quello della Rivoluzione Scientifica e che Cristoforo Colombo era quello della scoperta dell’America.

Vent’anni dopo non posso più resistere al richiamo della Conoscenza e, nella foga dell’apprendere, scarico uno scritto di questo economista, politico ed ex prete pentito. Lo scarico a casaccio, appellandomi al fatto che in realtà sono i libri a scegliere noi al momento giusto. Comincio, quindi, la lettura della Filosofia della Statistica, argomento che fondamentalmente mi attrae quanto l’allevamento degli zibellini. Scorrono le pagine nella noia per me più mortale e più volte sono sul punto di cedere, ma qualcosa, presumibilmente la Conoscenza, mi spinge a non mollare. E fa bene a insistere, la Conoscenza, perché a pagina 88 appare un titolo perlomeno invitante: “Influenza degli elementi topografici sulla vite e sul vino”. Beh, da quel momento è puro divertimento! No, non dimentico che questo tizio è vissuto a cavallo del 1700 e 1800, e che non si prende in giro il vecchio nonno però, però che ridere!

Apprendo, tra le varie cose, a proposito dell’effetto del calore sulla vite, che in Galilea esiste un tipo di uva che dà grappoli lunghi due o tre piedi per cui uno solo basta, con pane e acqua, alla cena di un’intera famiglia. Nella Carolina, invece, il clima è talmente umido che fa riempire le uve di marciume. Ecco, adesso pagherei oro per una bella degustazione comparativa Galilea vs Carolina!

I vini di Bordeaux e di Borgogna superano tutti gli altri vini di Francia perché la vite ama i colli ma soprattutto i suoli leggeri, ciottolosi e magri. Di contro, sono pessimi per la vite i luoghi bassi paludosi e non ventilati. Vabbè, la comparata tra Rossignol-Trapet e aziende dell’agro pontino la salto.

Pare che il clima dolce del Portogallo, della Spagna e di gran parte dell’Italia permettano di lasciar le viti esposte a tutte le vicende atmosferiche, invece quei poveracci che coltivano la vite lungo il Don se la devono vedere con temperature che raggiungono i meno 22 gradi e quindi devono investire molti soldi in coperture di terra e di fieno. Se ne deduce che coltivare la vite in Italia, Spagna e Portogallo sia più conveniente ed economico che farlo lungo il Don.

Tra gli elementi che incidono sulla qualità del vino c’è anche il trasporto: “i vini di Bordeaux migliorano con la navigazione mentre i vini di Borgogna non hanno bastante consistenza per resistere alla navigazione”. Alla navigazione non so, però so di bottiglie prese a Beaune, consegnate al Mail Boxes della ridente periferia sud di Lione, approdate al Mail Boxes di Settimo Torinese, conservate qualche mese in una cantina condominiale della suddetta località, trasportate in macchina a Roma in agosto inoltrato, scortate lungo il litorale pontino fino alla cantina della mia dolce metà e arrivate dopo anni sulla tavola di casa, alle quali la consistenza non manca di sicuro.

Melchiorre si interroga anche sul perché vigne vicinissime tra loro possano dar vita a vini di qualità così diversa gli uni dagli altri. Se lo chiede pensando alla Sciampagna, ma anche e soprattutto alla Borgogna. Rileva, infatti, che il piccolo vigneto di Morachet è diviso in tre parti: Morachet, Cavaliere Morachet e Terzo (si vabbè, sempre prete era stato) Morachet e che i relativi vini si vendono rispettivamente a 1200 franchi il primo, a 800 il secondo e a 400 il terzo. E conclude dicendo che “tra le varie cause topografiche fa d’uopo annoverare l’azione degli strati interni del suolo, senza che qui ci sia possibile dire in che consista”. Melchiorre, io non saprò dove finisce l’Aniene, però ho fatto il Master di Armando Castagno e quindi questa la so!

Il top comunque arriva quando si arriva ad affrontare l’importanza dell’esposizione della vigna e di quanto sia, anche in questo caso, impossibile generalizzare. “Gli ammirabili vigneti dell’Eremitaggio e della Costa Arrostita” si trovano a sud e sono esposti a mezzodì ma anche i vigneti di Epernay sulla Marna o di Verzenay nelle montagne di Reims, settentrionali ed esposti a nord nel luogo in cui “cessa il regno della vite sotto quel meridiano”, sono ugualmente prodigiosi. Secondo Melchiorre tra le cause topografiche che influiscono sui vini ci sono le combes, o ventaroli, dai quali filtra un vento freddo che aiuta i vini a migliorare, “come si osserva a Chiavenna o a Lugano o nel centro dei Pirenei francesi. Il vino del Rossiglione, per esempio, nella sua giovinezza è molto grosso, dà al capo e presenta un colore rosso assai fosco, se ne spoglia, acquista un colore di paglia e matura dopo tre o quattro anni di soggiorno in una cantina della montagna, mentre sarebbero necessari dieci anni nella pianura pria di conseguire simile risultato”.

I vignaioli di Provenza sono fortunati perché possono lasciare che la vite serpeggi al suolo senza vincolo di legami. Si risparmiano così una gran spesa. “Di contro, dove regnano venti un po’ gagliardi, è necessario sostenere in aria la vite”.

Ma il vero scoop è questo: “ad Astrakan i vini sono eccellenti sul luogo ma non si potrebbe trasportarli senza renderli torbidi. Senza questa circostanza, la Russia potrebbe somministrare vino al resto dell’Europa.” Pensare allo scampato pericolo di una supremazia russa pure sul controllo del vino mi fa tirare un sospiro di sollievo e, ormai gonfia di cultura, mi congedo dal Trattato dedicando a Melchiorre qualche bevuta ispirata dalla sua lettura.

Les Copines, 2018 – Jean Louis Tribouley (carignan/syrah). L’ho regalato alle amiche più care perché in etichetta sono raffigurate ragazze allegre e danzanti con un bicchiere in mano. L’ho preso sulla fiducia, perché gli altri vini di questo produttore mi sono sempre piaciuti. E ho fatto bene. Una sferzata di energia, un vino arcobaleno, cangiante, che offre frutti freschi rossi e fiori maturi, mineralità salina e qualche soffio di cuoio e di animale. Evviva il Rossiglione!

Brunello Bramante, 2008 – Luciano Ciolfi. La prima definizione venuta fuori da sé appena stappata questa bottiglia è stata: vino splendido. Laddove per splendido intendo profondo, ricco di sfumature, di profumi e sapori perfettamente integrati, disciolti l’uno nell’altro come gli acquerelli sulla tavolozza di un pittore a fine opera: non li distingui più come entità separate eppure s’avvicinano tanto a un’idea di armonia. Il vino è caldo, avvolgente, l’oscurità del frutto nero, del bosco fitto, è rischiarata dalla luce di un’acidità vivissima, di frutto. Sorso complesso perché ricco, semplice perché generoso. Un vino con sensibilità, di quelli che non evocano solo immagini ma per lo più stati d’animo, mutevoli, come è naturale che siano.

Majas Blanc, 2016 – Domaine de Majas (macabeu, rolle, carignan blanc). Insomma, queste cose è tanto tempo che non le faccio più, per non sentirmi come il sergente Hartman che dice alla bottiglia “tu, palla di lardo”. Non le stresso più, le bottiglie, e forse faccio male perché a volte anche loro, proprio come le persone, danno il massimo sotto stress. Mi era sembrato un vino un po’ chiattone, gonfio e ridondante. Col metodo meditativo, lasciato nel silenzio della cantina, aperto, per quindici giorni è uscita fuori una pesca mista a conchiglia e vitalità e voglia di dire “eccomi, sono pronto!”, tanto sale e qualche abbaglio gessoso ma sempre contenuto, un bel signore, di quelli che si sanno far da soli il nodo alla cravatta e che la cravatta la sanno portare, e con discreta macchinazione te lo fanno notare.

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Samantha Vitaletti

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull'isola deserta, azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l'articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

2 Commenti

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Lanegano

circa 3 mesi fa - Link

Articolo delizioso. Grazie.

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Josè Pellegrini

circa 3 mesi fa - Link

ma che bella storia ben scritta !

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