Chi era Gianni Mura e perché gli dobbiamo tanto

Chi era Gianni Mura e perché gli dobbiamo tanto

di Leonardo Romanelli

L’immagine che rimane nella memoria è quella di Gianni Mura al “Processo del Lunedì”, che non era certo quello di Biscardi, piuttosto un tentativo, durato poco, di far iniziare una trasmissione a mezzanotte per discutere delle partite in maniera meno roboante e più intelligente, di fronte ad un bicchiere di vino. E chi partecipava portava davvero una bottiglia da casa, scelta nella propria cantina.

Vederlo in televisione non era frequente, preferiva esprimersi attraverso la scrittura, avvincente e ricca di sfumature, fosse per descrivere una tappa del Tour de France – del quale è stato un cantore assoluto – come per fare la recensione di un ristorante, mai banale o scontata. Per chi volesse intraprendere la carriera di giornalista sportivo, è un esempio per distinguersi dalla massa, una testa pensante incurante dei condizionamenti, capace di fare collegamenti tra sport e cultura di valore profondo, in grado di schierarsi anche contro l’ordine costituito, una testa non omologata, solitario ma non solo.

I suoi racconti delle tappe del Tour sono stati sempre belli ed entusiasmanti: un tuffo nella Francia meno conosciuta, con una descrizione dei paesaggi, dei personaggi incontrati nei paesi, dei bistrot dove si fermava a bere una birra o sorseggiare un vino, che quasi mettevano in sottordine la classifica della giornata. A dire il vero, la cronaca sportiva era direttamente proporzionale a quanto era successo nella tappa, e lo spazio dedicato ai ciclisti era legato alla loro capacità di aver tenuto alto l’interesse dei tifosi. Ma per lui il Tour rappresentava una vacanza mentale alla quale dedicarsi con gioia mentre definiva un “lavoro” seguire il calcio.

Bravo a dare i voti, ogni settimana, in una rubrica su Repubblica che spaziava dagli sportivi ai politici, dagli scrittori ai cantanti, ed infatti leggere la sua classifica di fine anno era utile per imparare a conoscere un nuovo scrittore, un cantante poco affermato, un artista. Ascoltava e seguiva tutti, non era snob, la sua curiosità gli permetteva di essere a suo agio con il grande campione come con il giovane timido nel quale intravedeva le potenzialità.

Quello che potremmo definire un talent scout, se non fosse che certi termini li odiava alla grande. Definito l’erede naturale di Gianni Brera, aveva un lato meno istrionico, ma come lui riusciva sempre a sorprendere: la sua lettura colpiva perché riusciva a vedere le cose secondo punti di vista diversi dalla massa, bravo nel coglier particolari e stupire per la sua sagacia. In cucina e con i vignaioli non amava dare voti, preferiva raccontare la fatica da loro prodotta nel conservare quella vigna, nel portare avanti una tradizione culinaria, , preferiva le trattorie e i giovani coraggiosi, poco attratto da lustrini e paillettes.

Come Brera è morto all’improvviso, essenziale anche nel suo ultimo atto terreno. In molti apriranno una bottiglia in suo onore e in molto lo dovrebbero fare per quello che ha regalato a questo mondo: cultura ed emozioni.

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Leonardo Romanelli

“Una vita con le gambe sotto al tavolo”: critico gastronomico in pianta stabile, lascia una promettente carriera di marciatore per darsi all’enogastronomia in tutte le sfaccettature. Insegnante alla scuola alberghiera e all’università, sommelier, scrittore, commediografo, attore, si diletta nell’organizzazione di eventi gastronomici. Mescolare i generi fino a confonderli è lo sport che preferisce.

1 Commento

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luis

circa 1 settimana fa - Link

Gianni Mura, grande penna del ciclismo e del calcio, ci ha regalato delle pagine memorabili di giornalismo. Da ragazzo la sua rubrica domenicale su Repubblica, "Sette giorni di cattivi pensieri", era il primo articolo che leggevo. Solo dopo potevo passare alle altre notizie. Anche le sue recensioni enogastronomiche (in coppia con la moglie Paola) erano sempre un piccolo racconto coinvolgente. Ci mancherà molto. Meriterebbe un post a parte quel "processo" di metà anni novanta, condotto dal grande Gigi Garanzini, che resta un unicum nella storia della televisione italiana: bottiglie di vino serie, salumi, formaggi e quant'altro e, se non ricordo male, anche qualche sigaretta. Non ne perdevo una puntata.

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