Champagne Jacquesson in verticale e tutte le leggende sulla “muselet”

Champagne Jacquesson in verticale e tutte le leggende sulla “muselet”

di Emanuele Giannone

Attenti: la lettura di un blog del vino è indizio grave e preciso di etilismo. Il fatto che siate qui a leggere è prova indiziaria della vostra incontinenza nel bere. Se siete altresì attivi sui social e commentatori engagé, il profiling vi svela: dove vi collocherete? Tra gli analfabeti funzionali? I narcisi bocca d’oro? I fellatori di eno-star? I polemisti grossi di fegato e secchi di palle? Forse tra i neomelodici strimpellatori di giudizi estetici sui vini del quore, quore grande grande che trabocca amore e batte forte forte, sistole e diastole, sovente marciapiede?

Ora vi chiedo: riuscite ancora ad aprire un libro anziché bere e battere, o quanto meno a sprimacciare distrattamente un libriccino anche mentre bevete e battete, una brossurina, un paperback? O a scrollare un digitale? Va bene tutto fuorché Scanzi, Fusaro e i listini distribuzione. È dura, lo so, però provateci. Potete farcela. Per quanto vi sembri assurdo, al mondo esistono ancora persone che bevono e leggono senza battere. Io ne conosco una che si chiama Luca.

Luca Dresda nasce a Roma pochi mesi prima dell’uscita di Freak Out! È scrittore, attore e si guadagna da vivere come adattatore per il doppiaggio. Ha vissuto di sogni. Tra i quali trasferirsi a Buenos Aires. Vino, viaggi e vocalità sono le v che preferisce. Ha pubblicato Dateci del lei (2005), Residence (2011), Titoli di coda (con Andrea Marcelli, 2013), Quattro passi più uno (2017). La sua viva passione per Jacquesson, corroborata da una vena smodatamente filantropica e da un evento importante da celebrare, lo ha motivato a comporre un’opera verticale in Cuvée Maggiore Settima e a diramare inviti per l’esecuzione. Io ero tra gli invitati. Ne sono derivate una storia e una bevuta memorabili; la seconda, per giunta, a esornare una mangiata non da meno.


LA STORIA (di Luca Dresda)


A: Maestro! Maestro!

Il piccolo e ormai quasi decrepito assistant de cave salì le scale della cantina a due a due e entrò urlando in cucina, mentre lo Chef si stava gustando la Cacasse a cul nu, il piatto povero dell’autarchica valle della Mosa.

A: Maestro! 

Arrivò trafelato.

C: Lo vuoi capire che non devi correre? 

A: Maestro, mi ascolti. 

C: Lo so. Non hanno retto.

A: Al contrario. Sono ancora tutti intatti. 

Lo Chef si fermò un attimo e guardò il suo aiutante come fosse la prima volta.

C: E allora…?

A: Ma sta per succedere. 

I due non si erano mai capiti troppo bene a parole. Erano due uomini d’azione che comunicavano molto meglio attraverso i gesti ripetitivi della loro arte, ereditati da generazioni di artigiani come loro.

Lo Chef riprese a mangiare come se si trovasse nuovamente da solo. Ma, all’improvviso, un fragore sordo fece sobbalzare il tavolaccio in legno e rischiò di rovesciare la caraffa col vino nouveau.

A: Ecco. È successo. 

– – –

Quando arrivarono in cantina, lo spettacolo che si trovarono davanti era quasi apocalittico. Neanche durante la Guerra dei Nove Anni si era visto uno sfacelo di quel genere.

C: A volte anche i migliori propositi portano a un disastro.

Non avrebbe più pronunciato una parola, lo Chef, fino al giorno in cui, osservando un carico di fiaschi trasportati dai monaci di ritorno da Santiago de Compostela, gli venne l’idea che avrebbe rivoluzionato tutta la produzione di vini agitati della regione e del mondo intero. Erano passati sei lunghi anni. E questo numero sarebbe rimasto impresso per sempre nell’animo e nel fulcro stesso dei vins de bulles.

– – –

La storia e la leggenda si mescolano da quel momento in un modo tale da rendere impossibile qualsiasi ricostruzione attendibile. Come in tutte le questioni relative ai vini rifermentati in bottiglia, la storia vuole che sia sempre il frate Pierre Pérignon ad avere fatto il primo passo o la prima scoperta. E la versione ufficiale resta ancora quella più comunicata, nonostante tutti gli appassionati dovrebbero ormai conoscere i fatti relativi ai frati benedettini (lo stesso ordine di Pierre) di Saint Hilaire e della Blanquette de Limoux nata verso il 1530. O quelli che riguardano gli inglesi, che, sempre nel ‘500, dopo lo sbarco di re Enrico VII Tudor, rivale di Riccardo III, eroe della Guerra delle Due Rose, diedero slancio e splendore alla regione della Champagne, lavorando alla prima formalizzazione del vino rifermentato in bottiglia nel 1570, vent’anni prima dell’abate più celebrato.

Anche nel caso della Muselet, gabbietta spesso dura, rigida e difficile da aprire, unica soluzione al disastro causato dalla pressione di 6 atmosfere all’interno delle bottiglie più pregiate del pianeta, che non si sa quante volte si sia spezzata nelle nostre mani rendendo il procedimento tutt’altro che poetico, realtà e mito si fondono in modi che al momento risulta difficile districare. Ma torniamo al 6, numero ricorrente, cifra dalle tante interpretazioni. Chi di voi non ha contato quanti giri, mezzi giri per la precisione, dovete far fare all’anello di fil di ferro della gabbietta per rimuoverla? Provateci e la vostra vita non sarà più la stessa: 3 giri completi. 6 mezzi giri.

Provate a contare i mezzi giri della muselet di uno Champagne o di un Trento doc, o di un Sekt, o anche di un ‘prosecchino da matrimonio’. Vedrete che saranno sempre 6. Un numero standardizzato? L’equilibrio perfetto (6-6=0) tra le atmosfere interne e la forza di resistenza della gabbietta? Direte voi che negli anni è stata trovata questa soluzione ed è restata per sempre uguale a se stessa. Forse. Anche perché, aggiungerete, i produttori di muselet al mondo sono pochissimi; una in Italia è quasi monopolista nel nostro paese, ed è a Ivrea. Dicono del prodotto: “Ce ne sono davvero di vario tipo. Ci sono quelle prodotte con filo in acciaio dolce galvanizzato, laccato nero, rosso, blu, marrone, verde oliva, oro e trasparente, con o senza cappellotto. Ci sono le gabbiette per spumante, per birra o per sidro. Ci sono quelle con due fili, a cintura libera, e con un filo solo, a cintura fissa.” Ma tutte, per essere aperte, ti costringono a 6 mezzi giri. Non si scappa.

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La leggenda più in voga dice che con questo numero Pierre Pérignon volle celebrare il suo paese, la Francia. (F: la sesta lettera de l’alphabet). Ma se non è stato lui a inventarla, dobbiamo cercare altrove. Sei, viene dal latino e dal parallelo greco “sex” che avrebbero una radice comune con le parole sexus e sexis, rispettivamente. Si voleva forse alludere al legame tra champagne e seduzione? Non solo, nella smorfia “sei” indica “quella che guarda per terra”, la “pucchiacca” (o fodero infuocato), il sesso femminile. Qualcuno voleva suggerire che la bollicina regina del mondo fosse una bevanda femminile o forse creata per conquistare, ammansire, blandire il sesso femminile? Sei è anche la sufficienza, il voto che permette di essere promossi. Ma escluderei questa allusione a tanta mediocrità.

Un’altra interpretazione ci riporta in qualche modo al mondo del nostro abate: dio (per chi ci crede) creò il mondo in 6 giorni. Poi si riposò (Di sabato e non di domenica. Il termine ebraico sabbath vuol dire, appunto, riposo). Stappandosi uno champagne Dom Perignon. Ma c’è anche la versione dietrologica: 6 è anche il numero che rappresenta la stella a sei punte, spesso anche indicante la stella di Davide. C’è qualche teoria cospirazionista che parla di un tentativo del popolo eletto di conquistare il mondo attraverso lo stordimento degli altri popoli col vino rifermentato in bottiglia, cosa che tra l’altro fa pensare alla conquista di Cartagine da parte dei Vandali di Genserico, mentre i romani festeggiavano chissà cosa, ebbri di felicità?


LA MORALE DELLA FAVOLA


La Cuvée 700, chardonnay per oltre la metà e i due pinot a saldo, viene elaborata con il solo mosto fiore di uve dai tre Grands Crus e dai due Premiers Crus della maison di Dizy, ovvero Avize (CdB), Oiry (CDB), Aÿ (VdM), e, rispettivamente, Dizy (VdM) et Hautvillers (VdM). La sua concezione riflette l’intento di rispettare il carattere del millesimo anziché la regolarità di un goût Jacquesson da riproporre anno dopo anno e rappresenta quindi l’antitesi rispetto ai sans année. La stessa aggiunta di vins de réserve si informa alla ricerca di maggior complessità e non corregge le caratteristiche dell’annata. La vinificazione è in legno e quasi sempre senza filtrazione, come si conviene, secondo i produttori, a un Grand Vin de Champagne. La maturazione di 4 anni sui lieviti si prolunga fino a 9 per la versione Dégorgement Tardif cui, come spiegano Jean-Hervé e Laurent Chiquet, giovano tanto la doppia durata dell’affinamento, quanto il conseguente ritardo nello choc ossidativo della sboccatura: “Il vino (D.T., ndr) è molto maturato, ma assai poco evoluto; ha incrementato la sua complessità senza invecchiare in alcun modo”.

Il numero che identifica la Cuvée riflette quello di produzione iscritto nei registri d’imbottigliamento: a partire dalla cuvée numerata 1 del 1898, fino ad arrivare alla 728-esima nel 2000, l’anno in cui i due Chiquet presero il timone dell’azienda rilevata nel 1974 dal padre, e da quella a seguire. Il fatto che Jacquesson assegni alla 700 il ruolo di vino di vaglia è testimoniato anche dalle scelte rispetto ai Lieux-dits. Così i produttori: “Alcune delle nostre parcelle hanno rivelato tipicità e qualità tali da spingerci a imbottigliarle separatamente, ma non sempre, né a qualunque costo. Da un lato, l’annata deve essere di qualità tale da esaltare il carattere di ciascun terroir; dall’altro, essendo la Cuvée 700 priorità del Domaine, non sarebbe ammissibile depauperarla della qualità espressa da specifici Lieux-dits. Ad esempio, il magnifico Dizy Corne Bautray 2011 non è stato imbottigliato separatamente a beneficio della Cuvée n° 739, per l’equilibrio della quale risultava indispensabile.


LA BEVUTA (Luca Dresda, Emanuele Giannone)


N° 741 (2013)
E – Fresco e verticale con fiori bianchi, renetta, lime, lardo, sfalcio e un cenno di miele in profondità. Bocca essenziale nello sviluppo aromatico e di acidità citrina, veemente, sontuosamente ornata dal perlage finissimo e cremoso. Per un’annata ritenuta contradditoria – primavera fredda e grandinate estive hanno portato a un ritardo nella maturazione e nella vendemmia, quest’ultima la più tarda degli ultimi 20 anni – uno champagne di grande equilibrio ancorché ritratto in una notevole compressione aromatica, dinamico e di mirabile nettezza in allungo, con vaghi cenni di agrumi e gesso.

L – Tra i miei ricordi, questa nuova annata è la più disgiuntiva, punge, attacca, è affilata, acuta, anche se non bisogna lasciarsi ingannare; ha la cazzimma di Porthos e la freddezza nobile di Aramis. È uno sciame meteorico invernale, una geminide. Fa pensare a una sottile e fragilissima lastra di marmo che copre una sostanza ricca e forse solo temporaneamente ibernata. In attesa del momento giusto, esce una classe un po’ altezzosa e allo stesso tempo nervosamente atletica che stupisce. La meno riconoscibile e la più tendente alla gessosità che spesso si va cercando in uno champagne (anche no, dico io). Il perlage è invece il suo. Solletica, carezza, sfiora e porta a mèta tutto il suo carico. Moschettiere.

N° 740 (2012)
L – Del 740, invece, ricordo l’uscita un po’ low profile. Era il classico viandante errabondo in cerca di accoglienza. Il classico principe fiabesco che si svela solo al caldo di un camino e della generosità umana. Ha raggiunto in un solo anno una integrità che stupisce. Salta con nonchalance tra le bucce di mandarino e di arancia amara per tuffarsi poi in una salinità quasi fossile, il percorso della sua acidità mira anche alla frutta esotica, con la morbidezza della Feijoa; si sente maggiormente la presenza di lieviti e di una delicata pasticceria da tè. Esemplare per come convincono i suoi argomenti. D’istinto, l’ho definito Arpa. Forse arpeggiante.

E – Da un’annata giudicata eccezionale, con una selezione naturale anticipata a causa del gelo e della grandine invernali, seguita da un’estate esemplare per condizioni di maturazione, una versione di freschezza ancor più istante, più espressa e già complessa nel bouquet che sfoggia agrumi di varia sorta, kiwi, menta, pepe bianco, cardamomo, molluschi e gesso, con una presa tattile diffusa ed elegantissima, delicata e ferma al contempo, la traccia minerale e la freschezza chiarissime, che percorrono l’intero sorso e lo accompagnano a un lungo finale cailloteux e agrumato.

N° 739 (2011)
E – Una partita giocata sulla difensiva e poi vinta: contro il clima, che presentò un inverno umido e rigidissimo, una primavera calda e secca con intermezzi di gelate, un’estate fredda e piovosa e, solo verso la fine del ciclo di maturazione, condizioni favorevoli. Aperto e maturo nei profumi di frutta e fiori. Dei tre è il meno riservato, il più spesso e largo nelle sensazioni al palato, molto piacevole e generoso nell’impatto ma risoluto, quasi veloce nello sviluppo che non regala l’ornato di sensazioni finali dei primi due.

L – Come all’uscita, sembra sfumato, lievemente scolorito, poco volenteroso. Non ha una definizione chiara. Tu dici: “dei tre è meno riservato”, a me sembra svogliato, che non si applica. Ci lascia paradossalmente a bocca aperta in cerca di maggiori indizi. Richiama i tipici caratteri di panificazione e di mineralità della linea 7XX, ha elementi di tostatura e di maturità che non sembrano voler donare molto. A un secondo tentativo di assaggio, si capisce che non è stata una nostra disattenzione, ma che è così, orgogliosamente leggero e distante. Stilita.

N° 738 (2010)
E – Altra annata problematica per l’andamento climatico: inverno e primavera freddi e poco piovosi, inizio d’estate equilibrato ma prosieguo caratterizzato da temperature inferiori alla media e piogge frequenti, torrenziali in agosto, con il conseguente proliferare delle muffe. A determinare la qualità dei vini è stata la rigida selezione delle uve. Qui ha pagato in pieno (e coinvolto soprattutto i pinot, così che la quota di chardonnay è maggiore rispetto alla media): naso eccentrico di cera ed erbe, arancia amara, fave e mollusco. Bocca “facile” e senza cascami, sapida e nervosa, essenziale, sferzante, di grande personalità.

L – Forse qui siamo un po’ più divergenti che nelle nostre note degustative precedenti. All’uscita aveva tutte le caratteristiche per marciare bene, per rincorrere vini convincenti come il 735. 736 e 737 erano state poco nitide, da rivedere, stranamente chiuse. Si poteva solo scommettere sulla loro eventuale grandiosità futura, ma dicevano poco in quel momento. Qui, invece, ero tornato a godere pienamente con la caratteristica finezza dei sentori, tra fiori di montagna e lime. Anche oggi resta gradevole, libidico, è ricco e votato al piacere. Paga forse, se proprio vogliamo, in termini di complessità e di persistenza. Si vede che ha già dato molto. Ma il gioco delle quote ha ben compensato quello che poteva essere un vino nato rachitico. Geisha.

N° 737 (2009)
L – Qui siamo invece su un discorso inverso. Come forse era prevedibile, il tempo ha giovato enormemente alla materia. Si presenta subito con un biglietto da visita di arancia candita, gelsomino giallo, girasole, riempie naso e bocca senza stancarli, è pastoso, con una nota minerale di supporto che ha trovato la sua giusta collocazione. Torna con note più calorose, affettuose, di erbe aromatiche, ginepro, maggiorana e si accompagna con un morbido pane di mais. Ci sono modi diversi per sedurre e soddisfare, questo è più: mediterraneo.

E – Dopo un inverno secco e molto freddo, una primavera temperata ma molto piovosa e con diffusa presenza d’oidio. L’estate calda e secca è di soccorso, l’autunno a sua volta favorevole perfeziona il quadro di quella che la Maison giudica una grande annata, con uve perfettamente mature e di soddisfacente acidità, a integrare la quale interviene il saldo di vins de réserve, in particolare dei freschissimi 2008. Naso di creme, agrumi canditi, fieno e pepe, bocca gaudente e placida, cremosa, larga nell’incedere e chiusa da un lungo finale agrumato e sapido.

N° 736 (2008)
E – Esordio incerto con primavera fredda, piovosa e con varie gelate, estate asciutta, fresca e ventilata con fioritura a rilento e modesta presenza di oidio. Settembre fresco, ventilato e secco, non molto soleggiato. Dopo gli assaggi della primavera successiva alla vendemmia, i Chiquet scrivono così: “… i migliori vini mai prodotti dalla nostra generazione. Potenza, complessità, materia, mineralità sono la giusta ricompensa tra la congiunzione di un’annata eccezionale e gli sforzi di anni passati a perfezionare le nostre tecniche viticole e di vinificazione.” La 2008 è piena e profonda al naso, molto riservata, lenta a schiudersi su lievi note floreali, di burro e minerali cui si aggiungono più tardi limone ed erbe. La bocca riflette la profondità del naso e la rilancia in presenza, concentrazione e potenza, ha freschezza saettante e una traccia sapida a condurre lo sviluppo in un allungo poderoso, sa di agrumi, resina e pietra.

L – Ora, non vorrei fare il bastian contrario, ma qui trovo che l’eccesso di solidità, di materia compatta, gli impedisca ancora oggi di esprimersi. Per quanto possa ricordare il percorso dei grandi bianchi francesi, dieci anni dovrebbero bastare per renderlo quanto meno godibile. Ma forse il mio disappunto è solo dovuto al fatto che non ho in cantina un’altra bottiglia per riassaggiarlo tra (per lo meno) cinque anni o più. Minerario.

N° 735 (2007)
E – Di nuovo un’annata di follie: inverno caldo (il più caldo dal 1960) e primavera in guisa d’estate, entrambi con ingenti precipitazioni, seguiti da un’estate poco calda e punto solatia. L’oidio fa festa, la botrite è regina di luglio. Ci si difende eroicamente fino a tardo agosto, quando la situazione meteorologica migliora e la maturazione si compie. E di nuovo, da annata erratica un vino emblematico: fine, sottile, umbratile ed eccentrico nei profumi di erbe amare, felce, radici, sauermilch, salagione e maracujà. Sorso inaspettatamente ronde, tutto maturità e materia, ben sostenuto da freschezza ingente e sapidità infusa.

L – Folle l’annata e folle il naso. Va dal caglio al frutto esotico, dalle spezie dolci di legno a note di sottobosco muschiate, dalla salamoia al polline, dai sali da bagno al lemongrass, spiazzandoti a ogni tentativo di carpirne gli elementi principali. Respirando cambia continuamente e ti stupisce con effetti speciali che forse non riescono a coinvolgerti quanto vorrebbero. Una delle mie delusioni della serata. Il 735, all’uscita, era stato certamente uno dei più solidi sia come piacevolezza che come espressività che come classe. Uno dei 7XX da me più bevuti negli anni. Un colpo di fulmine che vorrei tanto poter attribuire alla bottiglia sfortunata. Giostraio.

N° 734 (2006)
E – Inverno freddo, primavera mite e piovosa, estate perfetta in principio e sciagurata in agosto con un settembre benevolo a riequilibrare le sorti, quand’anche a costo di una rigorosa selezione delle uve. Naso evoluto di radici, muschio, ghisa e lavanda; bocca delicatamente speziata e morbida con note di canditi, fumé e zafferano, guidata in progressione dalla freschezza di riserva.

L – È certamente un vino piuttosto evoluto, nonostante il naso tradisca una certa delicatezza di approccio. Eppure resta tattilmente delicato, pieno di raffinatezze. Rimanda ai sentori dei vini conciati, ai funghi, alle vecchie cantine borgognone. Ha tutto per eccellere e gli manca forse solo un po’ di nerbo. Resta sospeso come alla sua uscita. Incompiuta (di Schubert?).

N° 733 (2005)
E – Andamento climatico abbastanza favorevole, culminato in un settembre assolato fino alla vendemmia. Acidità leggermente inferiori alla media ma comunque intorno ai 7 gr/l. Il naso difetta inizialmente in nitidezza, poi va declinando terriccio, corteccia, cedro e pasticceria. La bocca è serrata e sapida, ricca di richiami ad agrumi dolci. Vino declive, dalla dinamica ancora godibile se non altro per la bolla fine nonostante l’età. Evoluto. Il faut que jeunesse se passe

L – La grande delusione. Un vino nato eccellente, che sembra non avere retto agli anni. Per me ingiudicabile. Scommetterei sulla bottiglia sfortunata.


LA MANGIATA


Variegata, chiacchierata ed epicurea, conviviale e intervallata da frequenti sedute in fumeria, rilassata, assai poco engagé e per nulla instagrammatica. Amicale e privata, per nulla social, cosicché sarebbe ozioso riferirne nel dettaglio e con velleità da soirée gourmande per sbandieratori di Rosenthal e Zalto. Una cosa, tuttavia, va citata: gli gnocchi con il lattume di tonno, delicatezza e prelibatezza da far flabellare esterrefatte le ciglia di tutti, chi per la bontà, chi per la sede anatomica. Googlare per credere. Chi è stato o è di casa a Favignana, Palermo o Ortigia, sa già.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

5 Commenti

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Montosoli

circa 9 mesi fa - Link

Fate promozione dei metodo Classico Italiani.....e smettetela con questi Champagne! In Francia fanno lo stesso....Franciacorta a tutta forza 👍 Buon Natale

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Littlewood

circa 9 mesi fa - Link

Ho capito che siamo in area di ritorno all' autarchia ma nn mischiamo la pula col grano x favore!

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Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

Ma lei scrive a nome del Ministro dell'Interno, o è proprio il Ministro dell'Interno sotto pseudonimo?

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Montosoli

circa 9 mesi fa - Link

Cadere in basso....e molto facile...ma rialzarsi e piu difficile. Buona Fortuna !

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Emanuele

circa 9 mesi fa - Link

Quello della catabasi, in effetti, è uno sgradevole ma inevitabile effetto del nostro essere primati. Ma, ahimé, tutto questo gli aplotassidi non possono comprenderlo.

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