Cercare per tracce le origini e i luoghi del vino

Cercare per tracce le origini e i luoghi del vino

di Pietro Stara

Ritengo sia utile, ai fini del rilevamento della percezione sociale in epoca medievale della qualità di un vino e del suo legame con il territorio e ai vitigni d’origine, per quanto nominalmente sempre variabili ed imprecisi, l’approccio utilizzato da Anna Maria Nada Patrone: la ricerca per tracce. Le aree maggiormente vocate vengono indagate dalla studiosa attraverso alcuni indici, come i micro-toponimi, la collocazione dei beni ecclesiastici e l’esame dei canoni in natura: «Proprio intorno ad Alba ed Asti, terre di vini famosi, ad esempio, ma anche intorno a Novara e Vercelli, sono frequenti già dal X-XI secolo microtoponimi piuttosto significativi, quali “inter vites, inter vineas”: ad esempio, nel secolo XIII è ricordata la chiesa eremitana di S. Giovanni “intus vineis” nel borgo novarese di S. Agabio e alla metà del secolo XIV un oratorio sulla collina sopra Barolo era intitolato a San Pietro “de vignoliis”.

Anche la collocazione degli enti monastici può essere significativa al riguardo dell’impianto di viti e di produzione di vino di qualità, poiché, frequentemente, le consuetudini monastiche imponevano la messa in opera di aree destinate alla viticoltura per produrre vino puro e schietto adatto agli usi liturgici.

[…] Nell’area pedemontana possiamo ricordare, come esempio paradigmatico, che molti enti monastici tesero a possedere beni terrieri sulle colline intorno ad Alba, Asti, Ghemme e Berclema per poter avere vino buono, migliore di quello prodotto ‘in loco’. […] Nelle zone individuate come produttrici di vini migliori, si trovano inoltre sovente donazioni in natura ad enti signorili, laici ed ecclesiastici, contenenti precise indicazioni del cru da cui doveva essere tratto il vino da offrirsi. […] Ugualmente nei contratti di locazione posteriori al secondo ventennio del sec. XIII, periodo in cui si diffonde la conduzione indiretta della terra a viti (vigna o alteno che fosse), è spesso presente una clausola ben precisa secondo cui il proprietario del fondo pretende che il pagamento del censo in natura avvenga con vino preparato con l’uva proveniente da una determinata vigna; talvolta si aggiunge una seconda clausola secondo la quale – nel caso di un’annata sfortunata – il fittavolo possa sostituire questo vino con altro proveniente da altri impianti viticoli, ma della stessa qualità. […] Nel 1378 il vescovo di Vercelli, signore di Masserano (località dove oggi si produce il Doc Spanna) si faceva versare dalla popolazione locale diciotto botti di buon vino come fitto della baraggia e del bosco di Saluggia. Pure nella zona del vogherese, dove si dovevano preparare ottimi vini, simili per qualità a quelli dell’Oltrepò pavese, il priore della chiesa di san Bobone nel 1283 nell’investitura di una vigna richiese come fitto la metà “tocius vini quod exierit de dicta vinea ad torcular”».

Un altro elemento relativo alla qualità dell’impianto vinicolo deriva, indirettamente, dall’imposizione nei contratti di affitto di coltivare la vite su terreni esposti a Sud, Sud-Est: «Intorno al 1290 si registra una serie di accensamenti a privati da parte dell’abbazia di Staffarda. La regola generale era quella di dare a disposizione di ogni privato due giornate di bosco nel territorio di Saluzzo, con l’obbligo di coltivarne una giornata a vigna, mettendola a coltura entro cinque anni dall’assegnazione. L’altra giornata doveva rimanere a bosco, in modo da poter fornire i pali e le pertiche (le brope) necessari per formare i sostegni ai filari delle viti. Viene inoltre notato il fatto che le due giornate di terreno sono sistemate in una disposizione diversa: una è situata “in adrit”, cioè disposta prevalentemente verso Sud o verso Est, quindi meglio soleggiata e più adatta alla coltivazione della vite, l’altra è “in enversegno”, cioè verso Ovest o verso Nord, in posizione peggiore e meno soleggiata, quindi più adatta al bosco. Queste denominazioni restano ancora oggi nel dialetto piemontese per indicare la disposizione delle terre e dei vigneti: “adrit” (diritto) e “nvers” (rovescio)».

Seguono poi le descrizioni di alcuni dei vitigni più importanti del Piemonte medievale, oltre al già menzionato nebbiolo: se fino al XVI secolo non si hanno notizie dell’uva dolcetto, anche se non si può escludere la sua presenza sotto altro nome, sembra invece che, almeno dal XIII secolo, fosse conosciuta l’uva barbera, già ricordata da Pietro de’ Crescenzi come uva grissa, costituita da acini ovoidali ricoperti da pruina grigiastra, nominata poi anche da Gian Battista Croce come grisa. Diversi autori (Aldo di Ricaldone) fanno derivare il nome “barbera”, che compare per la prima volta ufficialmente nel catasto di Chieri del 1514, da alcuni cognomi di proprietari terrieri che hanno in uso questo vitigno come Barbero, Barberio, Barberis; altri ancora (Antonio Guainerio nell’Opus plaeclarum) dal vino di berberis, che è un succo fermentato di uvaspina. Altri vitigni citati di sovente nell’ampelografia del Piemonte medievale sono il barbixinus, il barbesino, fatto coincidere con il grignolino, ma che rimarrà nel Novecento con il nome di Barbesino soltanto nel Monferrato casalese come assemblaggio di grignolino, freisa e barbera. Un’uva, che oggi è rinomata per produrre uno dei migliori bianchi piemontesi, l’Arneis, in epoca medievale viene poco apprezzata tanto da essere intercalata nel piantamento alle uve di nebbiolo o alle uve di moscato: si riteneva che il suo profumo potesse attirare gli uccelli per risparmiare così le uve più pregiate Al contrario le uve di moscato (moscatellum-nuscatellum) si affermano a partire dal XIV secolo nella produzione piemontese, con un incremento costante nella produzione a partire dalle richieste di implementazione della produzione: «Ad esempio, a Serravalle d’Alba, nel secolo XV, venne imposto a tutti i proprietari di vigneti di piantare nei loro terreni ogni anno un certo numero di viti di Moscato. Anche nello Statuto di La Morra la “vitis moscatelli” è annoverata tra le piante delle quali si desidera incoraggiare nuovi impiantamenti».

Se ci sono uve che mantengono inalterata la loro fama nei secoli, come il nebbiolo, altre la acquistano in tempi molto distanti, il ricordato Arneis, mentre altre ancora scompaiono dal basso Piemonte, legando così alla loro estinzione anche il collegamento con il territorio d’origine: è il caso ad esempio del vino Greco assai diffuso nella zona di Canelli (AT) intorno al 1200 o della vite Lambrosca, antenato dell’odierno lambrusco, che sembra aver vita nel Piemonte medievale del 1200 dal cognome dei Lambrusco signori di Acquosana. Nel 1700 Chevalier de la Plaigne, nel suo trattato sui Vigneron Piemontais, menziona il vitigno Lambrusca, di buona vigoria, facile a prodursi, soprattutto se appoggiato ad alberi, da cui si ricava un vino generoso, saporito e di buona durata. E ancora a fine Ottocento, a proposito del mandamento di Incisa Belbo (comprende 4 Comuni, popol. 8113 ab.) diversi autori riportano che in quel territorio bagnato dal Belbo e dai torrenti Gemella, Rianazzo e Gallareto, con campi, praterie e vigneti si producono vini eccellenti, “specie moscatelli e malvasie, barbèra e lambrusco molto ricercati”.

Un altro fattore determinante nella propagazione dei vitigni più rinomati, sia in sostituzione di quelli esistenti sia in relazione alla creazione di nuove piantate, è l’incremento delle expense hospicii: «L’incremento delle expense hospicii per il vino stimolò la produzione, la diffusione dei vitigni più rinomati, la creazione di nuove vigne. Suggerì insomma la messa a punto di una vera e propria “viticulture princière”. Il tratto immediatamente percepibile di tale orientamento è la cura nel diffondere i vitigni più pregiati e nel rinnovare i ceppi delle vigne. Viene potenziata e sviluppata soprattutto la coltivazione del moscatello, del Bearne e del nebbiolo. Nel 1320-21 si piantano “caponos de moscatello et de Belna” nella villa di Pascherium montis a Pinerolo e l’operazione viene rinnovata nel 1322-23. […] Ma che cosa significa esattamente “fare una vigna”? Il dubbio che sorge legittimamente dall’interpretazione di dizioni come questa scompare quando ci si trova di fronte alle attestazioni esplicite che riguardano Bricherasio. Qui, nella propria azienda del Molare, il principe introduce trasformazioni consistenti a partire dal 1327-28. Viene piantata “de novo” una vigna di circa 30 sapature e altrettanto “de novo” viene piantato un alteno “in terra domini”. Entrambi vengono circondati da una siepe (boçolata) e da un fossato largo 3 piedi (1 metro circa). L’anno successivo una vigna “antiqua ibidem apud Molare” è ripiantata con vitigni di nebbiolo (vites de nubiolio) portati dalla non lontana Castiglione. Grazie agli investimenti di Filippo, Bricherasio potenzia così di molto la propria capacità produttiva: non per nulla è la castellania le cui rimesse di vino all’hospicium aumentano più rapidamente nei primi decenni del Trecento».

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

1 Commento

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patrizia

circa 3 mesi fa - Link

Articolo bello e interessante. Spero ce ne siano altri.

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