Cantina Urbana, a Milano è arrivato il vino in città

Cantina Urbana, a Milano è arrivato il vino in città

di Jacopo Cossater

Quello delle urban wineries è fenomeno che si è sviluppato soprattutto negli Stati Uniti d’America a partire dall’inizio del decennio scorso. Realtà produttive la cui sede si trova all’interno dei confini cittadini che possono fare affidamento su un network di fornitori dello stesso Stato ma non solo: grazie alla possibilità di trasportare le uve in ambiente refrigerato non è in fondo così problematico vinificare in una palazzina della periferia di San Diego invece che all’interno di una cantina “immersa nel verde” della Ramona Valley, giusto per citare una delle aree vitivinicole più vicine alla città californiana.

Una modalità produttiva che, anche se non dichiaratamente, si ispira al fenomeno dei birrifici craft: stabilimenti a volte anche molto piccoli nati e sviluppati nei suburbs, dove il prodotto è pensato per un consumo perlopiù locale. Soprattutto luoghi in cui è possibile toccare con mano il processo produttivo senza doversi spostare per chilometri e chilometri. Stabilimenti in cui fermarsi per una degustazione, per una cena, per un evento: non è un caso che la grande maggioranza delle cantine urbane americane offra anche servizi di ristorazione in linea con le tradizionali taproom della birra.

Un fenomeno tutt’altro che trascurabile che conta decine e decine di realtà in tutto il mondo, USA in testa. Non solo però: da pochi mesi ha aperto a Milano Cantina Urbana, la prima realtà di questo tipo in Italia. Incuriosito dal progetto ho raggiunto al telefono Michele Rimpici, la persona che l’ha ideata e realizzata.

Ah guarda, ci ho pensato la prima volta un paio d’anni fa mentre visitavo la Brooklyn Winery. A proposito, è vero che loro producono vino ma figurati, il loro core business è quello dei matrimoni“, dimostrazione di quanto le cantine urbane siano anche luoghi di aggregazione al di là del solo aspetto produttivo. “Un progetto che mi ha affascinato da subito e che mi è rimasto nella testa per molto tempo, e poi se da una parte sono innamorato del vino dall’altra non sono un vigneron, era difficile immaginarmi da un giorno all’altro indossare i panni del vignaiolo hipster.

Michele Rimpici

Cantina Urbana è in Via Ascanio Sforza, poco dopo Sadler, lungo il Naviglio Pavese. “Il posto l’ho scoperto per caso, una sera ero lì vicino per un evento e ho visitato il locale che poi avrei preso. All’inizio ero spaventato dalla distanza dalle zone più centrali della città, poi piano piano ho realizzato che dovevo fare una cantina e non un locale. Un posto spazioso ma non grande, questa in fondo è una realtà artigianale, almeno nei numeri. Considera che abbiamo una dimensione potenziale di 150 hl, a pieno regime dovremmo arrivare a produrre 10/15.000 bottiglie.

L’approccio è duplice. Da una parte acquistiamo vino e creiamo un blend in base al risultato che vogliamo ottenere. Siamo una cantina in città, non possiamo produrre vini a denominazione di origine, siamo quindi obbligati a lavorare su quello che vogliamo ottenere, in questo contesto è difficile immaginare di imbottigliare vini di chiara identità territoriale. Dall’altra acquistiamo le uve e vinifichiamo qui in sede. Quest’anno, per noi il primo, abbiamo fatto 2 pigiature, una alla fine di settembre con delle varietà dell’Oltrepò e una all’inizio di ottobre con uve venete.

Michele prima di Cantina Urbana gestiva Signorvino, sempre a Milano. “In tutti questi anni nel mondo del vino ho costruito relazioni che adesso sono molto utili, specie con i produttori che oggi sono nostri partner. La cosa più bella? I complimenti dei vignaioli stessi, quelli che hanno capito la diversità di questo progetto rispetto a qualunque altra produzione.

Cantina Urbana Milano

Oltre allo sfuso i primi vini a uscire saranno i Tranatt in versione bianca, rossa e rosata, vini frutto di un nostro blend. Il nome si ispira ai “trani” milanesi, locali che hanno fatto la storia della città e in cui venivano serviti vini tagliati chissà come, spesso anche allungati con l’acqua. A quelli affiancheremo dei monovarietali che si chiameranno Meneghino, vini più semplici, ideali per avvicinarsi alla varietà utilizzata. Di sicuro l’anno prossimo usciremo con un bianco a base di garganega e un rosso a base di cabernet sauvignon, abbiamo preso le uve da un ragazzo che in campo lavora benissimo e che è anche biologico (i vini non lo saranno, noi non siamo certificati). Infine più avanti usciremo con i Naviglio, la nostra linea più ambiziosa, interamente vinificata a Milano, stiamo lavorando con 8 anfore e credo possano venire fuori cose interessanti.

Quello che è certo è che il nostro target di riferimento non è il super appassionato, quello che conosce denominazioni, produttori, vini. Ci rivolgiamo a chi si avvicina a questo mondo con curiosità, figurati che spesso chi ci viene a trovare ci chiede con sorpresa, senza spirito polemico, dove siano i vigneti, come facciamo a fare il vino senza la nostra uva. Io rispondo sempre che se un conferitore può fare 50 chilometri per portare le uve alla sede della cantina sociale allora può arrivare anche qui da noi a Milano. Oddio, sempre che non lo tamponino prima.”

[immagini: Mourad Balti]

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

7 Commenti

avatar

Michele A. Fino

circa 2 mesi fa - Link

Bel pezzo e interessante tendenza, caro Jacopo. Dopodiché, per una banalissima questione di igiene linguistica, chiedo: perché chiamare vignaiolo un vinificatore? Non è che chi trasforma le uve in vino sia per forza un Vignaiolo e in questo caso certamente non lo è. Ma sicuramente, chi trasforma l'uva in vino è un Vinificatore e così, secondo me, va chiamato.

Rispondi
avatar

Jacopo Cossater

circa 2 mesi fa - Link

Grazie Michele, naturalmente hai perfettamente ragione. Nel pezzo però -riportando le parole di Michele Rimpici- ho fatto riferimento al fatto lui non volesse appunto improvvisarsi vigneron e abbia quindi deciso di aprire Cantina Urbana. Ho riletto il post e non mi sembra di chiamarlo vignaiolo, o forse ho capito male.

Rispondi
avatar

Michele A. Fino

circa 2 mesi fa - Link

Grazie della risposta. Ho visto che è lui a definirsi così, ma siccome è un'espressione del tutto scorretta avrei visto bene magari una proposta di rettifica, anche tra parentesi magari. C'è perfino Bruno Vespa che si dice Vignaiolo e, by the way, Ha Più ragione dell'intervistato nel farlo! :-)

Rispondi
avatar

Jacopo Cossater

circa 2 mesi fa - Link

Aspetta, non vorrei ci stessimo *incartando* e forse nel pezzo ho riportato male il concetto: lui non si è definito vignaiolo, ha detto che non si vedeva nei panni del vignaiolo (sottinteso: se avesse deciso di andare a produrre vino chissà dove invece di aprire Cantina Urbana).

Rispondi
avatar

Samuele

circa 2 mesi fa - Link

Un fenomeno, perme, strano da capire e commentare. Il bello della visita ad una cantina sta anche nel farsi dei km per poter vedere da dove vengono le uve che poi diventano quel vino che ci piace. In questo caso le uve vengono da chissà dove e vengono poi vinificate in un capannone a Milano. Non è la stessa cosa di un conferitore che comunque porta le uve ad una cantina sociale del territorio, mi sembra un paragone un po' forzato. Diverso è il caso delle birrerie dato che praticamente sempre le materie prime vengono da fuori. Spero che comunque serve a smuovere la curiosità delle persone in modo che poi vangano in campagna a vedere come lavoriamo in vigna e in cantina.

Rispondi
avatar

Michele

circa 2 mesi fa - Link

Ciao Samuele, Sono Michele di Cantina Urbana. Ti rispondo per invitarti a farci visita. Per onor del vero, non siamo un capannone e le uve non vengono da chissà dove. Ma sono frutto di un network fatto di professionisti e viticoltori. Non pretendiamo di sostituirci alle gite in zone vinicole, te lo dice uno che ha girato qualsiasi zona vitivinicola d’Italia. Siamo quello che siamo, una Cantina in città, e facciamo il vino con il massimo della passione e professionalità. Se ne avrai voglia, le nostre porte sono aperte. Un saluto, Michele

Rispondi
avatar

Carlo Cuomo

circa 2 mesi fa - Link

fenomeno attualissimo il vinaiolo urbano hipster, segnalo anche la Winery parisienne fatta da colleghi di master. >http://winerieparisienne.fr/ Sono riusciti ad integrare il processo a partire dall'uva , la sfida importante è stata appunto, trovare le vigne!

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.