Ca’ de Menta e lo spirito della barbera in tre varianti

Ca’ de Menta e lo spirito della barbera in tre varianti

di Graziano Nani

Mi piace tanto la barbera e questa di Ca’ de Menta mi piace ancora di più. Lo trovo un vitigno naturalmente contemporaneo, senza dover forzare la mano perché assuma questa connotazione. La sua ruvidezza, la sferzata acida e una certa impronta selvaggia conducono nelle direzioni verso cui un certo tipo di mondo pare stia andando, perlomeno osservando quello che le persone chiedono sempre più nelle enoteche delle grandi città.

Proprio in un locale di Milano di nome Vinello, grazie ad Alessandro, ho incontrato per caso la Barbera del Monferrato 2017 di Ca’ de Menta. E mi ha subito stregato. Il tratto distintivo dell’acidità arriva come una frustata. È un succo intenso e fremente. Dinamico, cambia istante dopo istante. Pizzica e punge con una speziatura che pungola e dà ritmo alla bevuta. Fosse una band, la spezia è la batteria. Profumi vinosi e di visciola, gli spigoli e le asprezze che vuole chi cerca e chiede i cosiddetti naturali. Ma il tutto è perfettamente a fuoco, solo molto intenso, come in una foto dai colori un poco saturati. Provoca, guizza, schiaffeggia, pure il tannino incalza senza asciugare per davvero, piuttosto in controtempo dà ulteriore ritmo. Rullata finale, poi chiusura, né lunga né breve. Tra quelli che ho assaggiato, il mio vino preferito della cantina.

Altra storia la Barbera del Monferrato Superiore 2014. Prima era solo acciaio, qui entra in gioco il legno, un tocco leggero da botti vecchie trattate ogni anno per essere tutto tranne che invadenti. Escono fuori i bicipiti del vitigno, temprati dall’apporto del legno che dà tono alla struttura. È una barbera espressiva, saporita, l’acidità non scompare ma si fonde con la polpa dei frutti di bosco neri e le terziarizzazioni di cuoio e cacao amaro. Un tocco morbido che non guasta, un tannino gagliardo ed evoluto, un piatto di selvaggina che non mangio da troppo tempo e si materializza davanti ai miei occhi.

Munfrà 2013, DOC Piemonte. Il più scapigliato fra i tre, alla barbera si affianca un 50% di dolcetto per una sensazione complessiva terragna e un po’ punk. Non vive crisi d’identità. Al contrario si distacca dalla prima etichetta nitida, definita, mettendo in scena un tratto che va totalmente, e forse volutamente, nella direzione opposta: una splendida e romantica torbidezza. È proprio la sua trama scalciante e il suo animo sovversivo quello che mi colpisce e piace di più. Fra i tre è il più dinamico, quello che cambia più volte dopo l’apertura, il migliore nell’arte della trasfigurazione e proprio per questo il più sorprendente.

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Graziano Nani

Frank Zappa con il Brunello, Hulk Hogan con il Sassella: per lui tutto c’entra con tutto, infatti qualcuno lo chiama il Brezsny del vino. Divaga anche su Gutin.it, il suo blog. Sommelier AIS, lavora a Milano ma la sua terra è la Valtellina: i vini del cuore per lui sono lì.

2 Commenti

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Claudio Ferrucci

circa 3 mesi fa - Link

E pensare che proprio questa mattina pensavo a quanto sarebbe bello leggere un nuovo articolo di Intravino sul Barbera.

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graziano

circa 3 mesi fa - Link

Bene Claudio mi fa piacere! Spero tu abbia presto occasione di assaggiarli.

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