Breve storia dell’ubriachezza (recensione intimista)

Breve storia dell’ubriachezza (recensione intimista)

di Federica Benazizi

Sin da piccola sono stata sempre molto attratta dalle parole.

Da qualche parte avevo letto: “se le parole sono lo specchio dei nostri pensieri, indagare sul significato delle parole può aiutarci a far chiarezza nei nostri pensieri”.

Con Mark Forsyth condivido la passione per l’etimologia, ma non finisce qui: crescendo la vita mi ha messo di fronte all’ubriachezza. Fare il sommelier mi ha offerto la possibilità di familiarizzare con una vasta cricca di esseri umani dediti all’alcol. Da lì è nata una piccola convinzione: i sommelier e gli osti, pur non firmando il giuramento di Ippocrate, dovrebbero seguire tutti una regola d’oro:

“Non servire vino a chi è già lercio”

Da cui il corollario: “Non servire vino a un alcolista”

Ovviamente per i più inesperti non è facile sgamarne uno ma con un po’ di esperienza anche i più ingenui possono riuscirci. A volte li riconosco dai capillari rotti sul naso e sulle guance, dall’occhio giallo e un po’ bovino e  dal fatto che chiedono insistentemente “quanti gradi fa quel Brunello? e quell’altro?” salvo poi puntare un Amarone, scoprire che non possono permetterselo e uscire a mani vuote diretti verso il più vicino supermercato. A volte sanno nascondersi bene e per sgamarli bisogna prima approfondirne la conoscenza.

Ma proprio perché si tratta di un lavoro delicato (vendere e servire sostanze inebrianti a sconosciuti), ritengo che una riflessione sull’ubriachezza sia indispensabile all’esercizio consapevole del nostro mestiere. Se dovessi scegliere un libro fonte di preziose informazioni sull’argomento e allo stesso tempo piacevole da leggere, da consigliarvi, scommetterei su “Breve storia dell’ubriachezza” di Mark Forsyth.

«Mi piace immaginarmi come una sorta di Sant’Agostino dell’ultimo periodo intento a domandarsi “Cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, so cos’è. Ma se devo spiegarlo a qualcuno, non ne ho la più pallida idea.” Sostituite la parola ubriachezza a tempo e avrete esattamente la mia posizione.»

Forsyth traccia la storia dell’ubriachezza dalle sue origini, nel mondo animale, al suo divenire elemento quasi universale delle società umane.

L’ipotesi della scimmia ubriaca

«Prima di essere umani, eravamo bevitori.»

Una scimmia scende da un albero attratta dall’odore della frutta caduta, semi-fermentata. L’ipotesi della scimmia ubriaca, formulata dal biologo Robert Dudley nel 2000, postula che all’origine dell’evoluzione genetica dell’uomo ci sia proprio il fascino degli odori fermentativi e l’appetibilità dell’etanolo come fonte di energia. L’etanolo, inoltre, stimola i neuroni dell’appetito e induce la suddetta scimmia a incamminarsi in cerca di cibo, con andatura barcollante. L’avventura per il momento finisce qui ed eccovi, per il momento, il risultato:

La storia riprende con una precisa mutazione genetica, avvenuta 10 milioni di anni fa, che ha reso in grado gli esseri umani, diversamente dalle scimmie, di digerire velocemente l’alcol trasformandolo in energia. La capacità di digerire la molecola impertinente, deve aver determinato un vantaggio evolutivo niente male per i nostri progenitori. “E il fatto di aver legato l’alcol alla socialità, bevendo in gruppo” aggiunge Forsyth “ci ha permesso di proteggerci dai predatori.”

Culture asciutte e culture bagnate

«Gli antropologi che studiano l’ubriachezza rimarcano una separazione tra quelle che chiamano “culture bagnate” e “culture asciutte”. Nelle culture bagnate le persone sono molto rilassate riguardo all’alcol. Bevono tutto il tempo, si divertono molto e raramente cadono in preda all’ubriachezza. Nelle culture asciutte avviene l’opposto. Non sono asciutte nel senso che non ne ammettono l’uso, ma sono chiamate così perché sono sospettose nei confronti dell’alcol e adottano regole strette riguardo ai momenti in cui è permesso bere. Ma quando è permesso, si tirano per l’aria.»

Attraverso 18 capitoletti tematici, Forsyth ci racconta diverse civiltà attraverso il loro rapporto con l’alcol. Io ve ne spoilero solo un paio:

Una cultura zuppa non teme la morte: i vichinghi

Il padre degli dei vichinghi, Odino, era anche l’unico dio del bere e del vino. Il suo nome, infatti, significa letteralmente “l’Eccitato”, “l’Ispirato”, in pratica “l’Ubriaco”. Il vichingo medio consumava un sacco d’alcol: di solito le fasce più abbienti bevano vino (di importazione), mentre la stragrande maggioranza birra e idromele. Quando pensiamo ai vichinghi li immaginiamo in battaglia o durante un banchetto, il sumbl, che, ovviamente, precede o segue una battaglia. Una società di guerrieri feroci e festaioli instancabili. Essere in grado di bere velocemente era considerato molto importante tra i vichinghi e, in effetti, non si ha notizia del ritrovamento dei poggia-corni da tavolo. Ma la cosa più interessante da notare è che erano coerenti in vita come in morte:

«La morte ti conduceva al Valhalla, e il Valhalla era un party perpetuo, un sumbl che durava per sempre. C’era Odino ubriaco, c’erano i vecchi amici alla cui memoria avevi brindato da vivo, e c’era Heidrun, la sacra dea-capra dalle cui mammelle sgorga del delizioso idromele. Questo era il paradiso dei vichinghi e nel Valhalla la sbronza dura per sempre.»

Una cultura asciutta non lo è mai del tutto: Gli aztechi

Gli Aztechi avevano leggi severe che proibivano il bere per la maggior parte dei giorni dell’anno.

La pena per chi le violava era quasi sempre la morte ed erano valide per qualunque classe sociale, eccetto che per i vecchi. Eppure possedevano diverse divinità del bere! Fra queste vi era Mayahuel la dea dell’agave, da cui derivava il pulque la loro bevanda alcolica tradizionale, raffigurata con 400 seni per allattare i 400 conigli divini che aveva partorito. Il giorno della festa religiosa dedicata a questi buffi esserini pelosi era permesso bere ad libitum. Ciò dava luogo a un rave di massa con conseguenze gravi quali omicidi, violenze e morti per intossicazione. Poi per il resto del mese non si beveva affatto. Ciò nondimeno, sebbene si concedessero una notte del giudizio ogni tanto, la loro civiltà non aveva mai rischiato di estinguersi.

«Questo sistema poteva funzionare molto bene, sempre che non fosse arrivato qualcuno a conquistarti e a distruggere il tuo calendario religioso, in pratica quello che è successo agli Aztechi. Una cultura asciutta riesce a cavarsela con Venerdi di devasto e Lunedì di sobrietà, ma qualcuno deve pur sapere che giorno è. E quando i Gesuiti ebbero finito con loro, questa conoscenza vitale fu persa.»

Mi dispiace deludervi ma il finale di Forsyth è aperto. Non ci svela il segreto del perché ci si ubriachi!  Per consolarmi ho ordinato una pizza, dato il clima incerto, ho la vaga sensazione che potrebbe essere l’ultima. Mentre la taglio in quattro e scambio due dei 4/4 con i miei coinquilini penso che la sua forma rotonda mi ricorda quella di un orologio. E lo ammetto, non mi divertirei così tanto a mangiarla se non potessi alternare spicchi diversi.  La mia pizza come la mia vita me la godo di più se varia nel tempo. In queste giornate tutte uguali in cui a scandire il tempo, la differenza tra un prima e un poi, tra un passato e un presente, c’è un decreto televisivo, l’ubriachezza è ancor più tabù, forse perché contiene in sé un elemento dirompente del continuum temporale, oltre che dell’ordine sociale. C’è chi parla di un anno diviso in parti uguali di rigorosa alternanza: giorno di sbronza, giorno di postumi, giorno di riflessione e via da capo ma di questo vi parlerò un’altra volta.

P.S.: In questo articolo non si ineggia alla sbronza.

*In corsetto traduzioni dell’autrice dal testo inglese, A short history of drunkennes, Penguin books, 2017

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