Associazione Ambasciatori del Gusto: il controcanto di Valerio M. Visintin

Associazione Ambasciatori del Gusto: il controcanto di Valerio M. Visintin

di Redazione

Pubblichiamo questo articolo di Valerio M. Visintin, firma del Corriere della Sera col blog Mangiare a Milano. A reti unificate.

Lo scorso mercoledì, nella Sala Cavour del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, un manipolo di cuochi, col contorno di altre figure del mondo gastronomico, ha sancito un patto solenne. Presente e benedicente, il ministro di casa, Maurizio Martina.
Stando alla lettera, si è trattato dell’atto costituivo della Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto“La prima associazione che riunisce l’eccellenza della ristorazione italiana in un’unica realtà aggregativa con l’obiettivo di far sistema”.
Per chiarire cosa significhi “far sistema”, gli associati hanno indicato una decina di punti programmatici all’interno del loro statuto.

Cito qualche stralcio:
– Sostenere, coerentemente con le proprie finalità, le azioni delle Istituzioni volte alla valorizzazione e alla promozione della cucina italiana.
– Rafforzare la cultura e la consapevolezza delle potenzialità del patrimonio agroalimentare italiano.
– Studiare e promuovere percorsi di riconoscimento che tutelino il consumatore.
Certo, volendo trovare il pel nell’uovo, manca “Favorire e sostenere la promozione della lotta del Bene sul Male”.
Ma, tra ovvietà e vaghezze, non c’è nulla di apertamente eccepibile.
Quel che non torna è tutto il resto.
CLUB PRIVÉ
Non si tratta di una associazione aperta a chicchessia. Siamo di fronte a un club privé, esclusivo e divisivo. Chi sta fuori, dovrà pregare per entrare. Poiché si accede attraverso un meccanismo para-massonico di esame e presentazione. Dice lo statuto:
– L’ammissione degli Associati Ordinari avviene su proposta di almeno un Associato Fondatore e previa presentazione della domanda di ammissione, sottoposta a deliberazione del Consiglio Direttivo.
PAOLO MARKI
Non occorre il microscopio per ravvisare la perfetta sovrapposizione tra questa “Ambasciata del gusto” e Identità Golose. Gli chef presenti all’appello sono gli stessi. Così come quelli esclusi. Ma è soprattutto la figura di Paolo Marki a legare assieme le due entità, poiché è a capo di entrambe. Anche se si è scelto la poltrona di vice presidente, lasciando lo scranno più alto alla cuoca Cristina Bowerman, per cavalleria o per calcolo d’immagine. La neonata associazione si dichiara nobilmente “senza scopo di lucro”. Ma il baraccone di Paolo Marki non ha limiti mercantili e non è certo dedito alla beneficenza. Ora che il Nostro è investito anche di una rappresentanza collettiva, con benedizione ministeriale, ha la facoltà di curare i propri interessi giocando su due tavoli.
LA CRITICA GASTRONOMICA
Nell’elenco degli “Associati benemeriti” figurano alcuni miei colleghi, citati per cognome e nome come nei casellari giudiziari: Bolasco Marco, Cozzella Eleonora, Cremona Luigi, Grignaffini Andrea, Pignataro Luciano, Raspelli Edoardo, Tonelli Massimiliano, Vizzari Enzo.
Ciò configura un evidente conflitto di interessi. Come può un critico gastronomico partecipare alla vita associativa di un gruppo di cuochi, che sono l’oggetto del suo giudizio? Quale attendibilità avranno questi illustri signori quando dovranno emettere una pagella sul ristorante di un loro confratello o, addirittura, del loro presidente? La distinzione tra il ruolo del critico e quello del ristoratore non è un ghiribizzo ideologico: è l’architrave di una professione alla quale non può mancare il suggello della credibilità.

“Fare sistema” è un’espressione odiosa nella sua ambiguità populista. Ma può avere un senso, se non la si sventola per contrabbandare sottobanco un altro titolo del lessico politico: “fare inciuci”.
CONCLUSIONI
Poche decine di cuochi d’alto bordo non rappresentano né l’immagine, né le istanze, né la sostanza commerciale della ristorazione italiana. Che conta oltre centomila insegne. Molte delle quali invischiate nelle sabbie mobili della crisi economica o nella rete della malavita organizzata.
Ma una iniziativa volta al bene comune è sempre ben accetta. Purché le premesse siano limpide e trasparenti, come non appaiono in questa circostanza.
La stima che nutro da sempre nei confronti di Maurizio Martina mi induce a sperare in una cauta retromarcia. Anche se il danno è stato già fatto, elargendo nobiltà istituzionale e ministeriale a un’associazione non soltanto privata, ma soprattutto markiata da un coacervo di conflitti di interessi.
Analoga speranza di ravvedimento confido in alcune delle figure che vedo malauguratamente cooptate in questa iniziativa.  Penso principalmente al professor Davide Cassi e a Edoardo Raspelli.  Ma anche ad altre persone serie, come  Max Bergami, Andrea Grignaffini, Massimiliano Tonelli. A tutti loro ricordo (ma spero sia un esercizio superfluo) che le finalità ideali possono essere lodevoli; ma non serve che lo siano se riprovevole è il metodo.
E forse dovrei, tra i destinatari di queste preghiere, aggiungere qualche cuoco. Ma preferisco non fare nomi per non porre limiti alla Provvidenza.

 

Valerio Massimo Visintin

[Credits foto: Agrodolce]

5 Commenti

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Vittorio Cavaliere

circa 3 anni fa - Link

Avevo imparato che non vi è limite al peggio , scopro invece che esiste il peggio del peggio , ora i conti tornano , è molto più chiaro quel accanimento a far passare un Markiettone per beneficenza , sospendo la scrittura perché non riesco a frenare il vomito , resisto solo un istante per gridare con forza : Grande Valerio M.Visentin !

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Sergio

circa 3 anni fa - Link

un affare del genere smascherato ... dal critico mascherato! mah?

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Morrisoff

circa 3 anni fa - Link

Ma fantasitco!!!

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francesca

circa 3 anni fa - Link

Hai perfettamente ragione, ho visto molto da vicino, purtroppo i meccanismi. E ne sono rimasta disgustata. E' davvero confortante sentire finalmente una voce che viene allo scoperto.

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Alesio Piccioni

circa 3 anni fa - Link

Sembra solo l'ennesima conferma che continuiamo a fare delle cose senza senso, se non quello di creare un altra Lobby (che una volta si chiamavano Sette) che sicuramente attingerà a qualche fondo senza produrre alcun effetto positivo. In Italia dobbiamo ripartire dai prodotti, dalle aziende produttrici, sono quelle che mancano, non i cuochi. Poi cerchiamo di capirci, per fare un piatto con un food cost 3 e venderlo a 30 bisogna vivere in un contesto di Elite, situazione in cui mi pare che questo paese non si vive da molto tempo!

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