Arianna Occhipinti | La mia storia

di Alessandro Morichetti

Ho un debole per i produttori naturali ed ascoltare quella gran pezzo di donna di Arianna Occhipinti che si racconta alla “Giornata della viticoltura sostenibile” di Milo stuzzica la fantasia di chi come me non ha studiato enologia. Sarò mica l’unico a trovare insopportabile un mondo pieno di consulenti per cui “la fermentazione parte solo coi lieviti selezionati, quelli indigeni sono inaffidabili”? Nessun amore per il brivido o snobberia, sia chiaro, solo il piacere di scoprire prodotti caratterizzati, a volte sorprendenti, non omologati. Evoluzione del gusto o meno, il circolo degli appassionati segue questa china molto più dell’accademia.

Ho una sensazione, correggetemi se sbaglio. Da un lato, chi assaggia è curioso di capire e sperimentare senza barriere mentre, dall’altro, chi insegna metodi e tecniche enologiche – ma spesso i produttori stessi – è ancora troppo ingessato in dogmi scientifici (quando va bene) che ingabbiano la tecnica lasciando alla libera iniziativa del vigneron esperimenti di vario genere. Cosa si racconta nei corridoi universitari di fermentazioni spontanee senza controllo della temperatura? La conduzione di una vigna biodinamica è oggetto di corsi monografici o ne parlano al corso di astrologia del dipartimento accanto? Da spettatore curioso, vorrei saperne di più e mai come oggi è in discussione il senso dell’essere agricoltori. Perché svecchiare certi metodi d’insegnamento avvicinandoli a processi che per molti sono ormai quotidiani e affidabili dovrebbe essere un dovere dell’accademia, e mica solo nel vino.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

14 Commenti

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Giulia

circa 8 anni fa - Link

Sto pubblicando sulla mia pagina youtube gli interventi di diversi produttori che hanno partecipato al convegno sulla viticoltura sostenibile. Ho caricato per primo quello di Arianna Occhipinti perchè mi è sembrato uno dei più interessanti. Siccome la stimo parecchio sia da un punto di vista umano che professionale e siccome è un'amica mi sento in dovere di specificare che io non mi sarei mai nemmeno sognata di definirla come "quella gran pezzo di donna di Arianna Occhipinti". E' una produttrice in gamba e basta. E il mio non è femmnismo. :-)

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Alessandro Morichetti

circa 8 anni fa - Link

Il maschilismo di questo sito non si discute. E vorrei vedere che la definivi come ho fatto io, ihih, donna! :-) :-)

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Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

Evviva il maschilismo sostenibile! Mi é piaciuto molto questo intervento video, non solo per la sostanza dei concetti, ma anche per la freschezza con cui venivano esposti. Il fattore umano rientra per me nel concetto di terroir per cui spero di ritrovare la personalità di Arianna anche nei suoi vini che sicuramete cresceranno e matureranno come farà lei, ma la stoffa c'é già.

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Silvana Biasutti

circa 8 anni fa - Link

sarei totalmente d'accordo (senza femminismo, ovviamente), ma c'è scritto "quella gran donna" e mi sembra un apprezzamento alla persona e al suo lavoro!

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Luca Risso

circa 8 anni fa - Link

Si può dire sommessamente che i vini di Arianna bevuti un anno fa circa a Fornovo avevano una volatile secondo me non accettabile se non per le simpatia che ella suscita, e cioè che volendo trovare un esempio di eccellenza nell'enologia vinonaturista, questo non è quello giusto? Luk

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Alessandro Morichetti

circa 8 anni fa - Link

Caro Luca, argomentando civilmente si può dire tutto ;-). Il focus stavolta non è la qualità dei vini del produttore (non discussa né espressa) bensì il paradigma scientifico di riferimento dell'accademia, distante da vini amati, venduti, premiati ma talvolta poco "meditati".

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Luca Risso

circa 8 anni fa - Link

Ho capito, la risposta era un po' troppo implicita. Non si può insegnare l'inconosciuito, nè un consulente può pretendere una parcella per fare un vino con un certo livello di probabilità di presentare dei difetti. Queste scelte encomiabili e lodevoli debbono essere prese in prima persona dal produttore, come Arianna appunto. Luk

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gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

direi che un punto giusto l'hai sollevato: che c...o fanno le facolta' di agraria italiane, numerosissime per altro? Qualche ricerca sul biologico, biodinamico, nulla? Avete mai visto nulla pubblicato o almeno divulgato in qualche convegno? Se si mi piacerebbe reperirlo.

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Fiorenzo Sartore

circa 8 anni fa - Link

con gli standard dell'attuale minculpop avvieranno i programmi tra una decina d'anni, e tra vent'anni avremo gli enotecnici perfettamente preparati sul bio-vinoverismo. nel frattempo andranno di moda (di nuovo) i turbomodernisti rotomacerati in barrique nuove.

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gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

Magari fosse il minculpop, almeno vorrebbe dire che a monte c'e' una strategia, giusta o sbagliata, ma almeno una strategia. Il mio fondato timore - fondato da aver frequentato le facolta' di agraria per almeno una dozzina di anni tra laurea, dottorato, ecc. - e' che non vi sia altro che un mesto vivere alla giornata, senza alcun contatto con la realta' produttiva. Se poi, per puro caso individuale, qualche ricercatore ancora non stordito dal menefreghismo tenta qualche aggancio con il mondo reale, ecco che viene accusato di svendere la liberta' di ricerca alla vile industria, sic.

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Riccardo Francalancia Vivanti Siebzehner

circa 8 anni fa - Link

Personalmente non sono affatto d'accordo con i "turbomodernisti rotomacerati in barrique nuove". Mi sembra un po' pressapochistico fare di tutta un'erba un fascio, dal momento che si parla di persone e che, quindi, possono avere le proprie - salde - idee a prescendere dagli insegnamenti che gli sono stati dati nelle aule universitarie. Io sono uscito da Viticoltura ed Enologia di Pisa e sinceramente nella sua definizione proprio non mi ci rivedo e potrei farle diversi esempi di ex-colleghi studenti molto in linea col mio pensiero, alcuni dei quali - fortuna loro - lavorano in aziende o presso consulenti e altri - ahimè - che ancora non lavorano. cordialmente.

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Carlo Merolli

circa 8 anni fa - Link

In quest'ultima settimana ho avuto modo di assaggiare sia il Frappato 2005 che lo SP68 importati dal mio ottimo collega Fabio Simoncini. Sul Frappato possiamo discutere da qui fino alla fine del mondo ma io voglio solo evidenziare un elemento: vini cosi´ci sono solo in Italia. Sia come vigneto che come vitigno e come - evviva! - mentalitá del produttore. Se hanno un filino di volatile (non ce lo aveva il mio campipne) se hanno un filino di frutta cotta, ebbene: chissenefrega, Non nel senso fascista qualunquista chissenefrega ma proprio nel miglior senso commerciale: trovatevi i clienti che se ne fregano, che lo sanno apprezzare. In Borgogna per vini cosi´ con la merde de poule, il merdocchio, fanaticamente agognato da i produttori paghi fior di euro. La differenza che ci puo´essere da bottiglia a bottiglia nulla toglie al piacere della beva. Il problema ripeto non é il vino che é buono, genuino, gustoso e finanche beverino: il problema é il recensore ed il commerciante. Per vini di qesto tipo va scovato, reinventato il bevitore. Discorso ahimé costoso, lento ed elitario: in compenso la produzione non é enorme e chi aprezza questo Frappato, scova scova, c'é. Magari fuori d'Italia, e ti ringrazia anche che gli hai proposto questo vino.

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Marco

circa 8 anni fa - Link

non voglio parlare dei vini di Arianna. certamente condivido il suo discorso sui finanziamenti europei in Sicilia che sono la "droga" degli agricoltori! ma è anche vero che spesso questi grossi finanziamenti sono legati a grossi investimenti, per cercare di creare un movimento economico agricolo sotenibile e poter dare lavoro a molte persone che non riescono più ad affrontare la vita del contadino! le paghe sono basse e mai garantite! io credo che il vero problema in Sicilia sia proprio nelle cantine sociali, dove l'agricoltore conferisce uve con la speranza che un giorno vengano pagate al prezzo dovuto, per riprendere le spese della coltivazione! ma in realtà queste strutture, fatta qualche eccezione, non garantiscono i pagamenti poichè non hanno una struttura commerciale adeguata di vendita ne di sfuso e ancor meno di imbottigliato! e se chi coltiva uva da conferire alle cantine sociali, dato il mancato guadagno estirpasse e cambierebbe il destino agricolo del proprio appezzamento, con un attività agricola più redditizia?

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maurizio gily

circa 8 anni fa - Link

e' stato recentemente pubblicata su una rivista australiana una rassegna critica su tutti i principali lavori di ricerca pubblicati su biologico e biodinamica in viticoltura nell'ultimo ventennio. Quasi tutti americani, qualcuno tedesco, qualcuno francese, uno turco... naturalmente nessuno italiano. Un lavoro alquanto interessante. Ne parlerò su Millevigne http://periodico.millevigne.it (se non siete abbonati, peggio per voi) e poi il 4 ottobre alla banca del vino a Pollenzo.

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