Appunti disordinati di viaggio in Irpinia

Appunti disordinati di viaggio in Irpinia

di Redazione

Riceviamo e pubblichiamo un nuovo contributo di Leone Zot. Ricordiamo i suoi precedenti post: Viaggio in Cina. La storia del vino cinese e un enologo italiano in vigna, oltre a Il vino della Georgia dall’A alla Z e il più recente Del perché mi piacciono i vini naturali.

“Hirpus Harpe Tahè Kyuì”
[I lupi combattono per la libertà]

L’irradiamento delle tribù indoeuropee nella penisola italiana ebbe come strumento un rito di propagazione, il Ver Sacrum. Quando la terra iniziava ad essere poca e gli abitanti molti era il momento di dividere la popolazione. I nati in primavera venivano consacrati agli dei e affidati ad un animale guida affinché li conducesse a fondare una nuova comunità in terre lontane. Così le tribù Sannite affidarono ad hyrpus, il lupo, la nuova generazione. Il lupo li portò sulle sue montagne dove la Dea Mefite li accolse rendendo fertile la terra con le acque dei fiumi Calore, Ofanto e Sabato. Si diedero il nome di Irpini. Il legame con le genti Sannite rimase forte, e quando venne il momento i Tori e i Lupi si allearono contro l’espansione guerriera di Roma. Fu grande l’umiliazione che imposero all’esercito romano alle Forche Caudine (321 a.c.). Guerrieri spogliati delle armi e fatti sfilare seminudi tra lo scherno dei vincitori. Ma Roma pragmatica, imparò e alla fine si prese tutto.

Ad Aquilonia nel 293 a.c. gli Irpini furono ricacciati sulle montagne. Nuove genti arrivarono e si mischiarono e la coltivazione della vite, già praticata da tempo, venne organizzata secondo le nuove esigenze politiche che avevano il loro centro a Roma. Tito Livio¹ narra la deportazione dei Liguri Apuani che ostacolavano l’avanzata romana a nord, nei territori dell’Irpinia e precisamente nei campi Taurasini (180 a.c.). Montanari e nemici di Roma Irpini e Liguri con il tempo si mischiarono. L’arx Taurasia era una dei 21 pagus in cui si erano suddivisi gli Irpini. Proprio questa area rientra oggi in una delle tre DOCG Irpine: il Taurasi prodotto con uva Aglianico. Gli uomini e le piante viaggiano insieme nutrendosi a vicenda. Questa pianta è giunta in Irpinia assieme agli uomini con cui tuttora coabita. L’etimologia del nome è controversa. Il disciplinare² recita due possibilità. Una legata alla città di Elea sulla costa tirrenica della Lucania da cui deriverebbe Eleanico. Una seconda derivata da Ellenico trasformato in Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia l pronunciata gli nell’uso fonetico spagnolo. Al di fuori del disciplinare si pone Riccardo Valli³ con uno studio rigoroso sulle fonti letterarie che non si allinea a queste due ipotesi. Secondo Valli l’origine dell’equivoco che pone l’equivalenza Aglianico/Ellenico nasce nel 1592 quando lo studioso napoletano G.B. Della Porta pubblica un’opera in cui associa l’uva elvola, di cui parla Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia⁴, con l’uva ellenica. Associazione che non appare giustificata da nessun legame né terminologico né di altro tipo. A ciò, aggiunge, che è glottologicamente impossibile la mutazione EllenicoAglianico poiché morfologicamente la trasformazione delle e in a non è giustificata. Ed è rilevante osservare che l’aggettivo Hellenicus in latino non esiste, esiste invece Graecus. Ad oggi la prima citazione letteraria del termine Aglianico risale ad un documento del 1520 dell’Archivio Caetani, in cui si cita una maxaria del Conte Giulio Antonio d’Acquaviva d’Aragona, situata a Napoli sulla collina di Poggioreale “arbustata e vitata con viti latine aglianiche”, citandolo come vitigno latino e non greco.

L’aglianico non è una uva facile e in Irpinia pare aver trovato un suo Terroir specifico. Per diventare Taurasi deve passare almeno tre anni di invecchiamento di cui uno in botte. Il tempo leviga il tannino e ne deriva un vino potente e ruvido come l’Irpinia.

Adiacente alla zona del Taurasi si trova l’area del Greco di Tufo DOCG. In questa area si situa il comune di Tufo che nel luglio 1861, da poco proclamata la nascita del Regno d’Italia, fu luogo di una rivolta antisabauda⁵ ad opera di un gruppo di soldati riparati sulle montagne. Questi uomini nascosti tra i boschi si organizzarono e il 7 luglio scesero in paese urlando “Si fotta Vittorio Emanuele e pure Garibaldi”. Guidati da Don Ciccilo dal folto mustachio erano ben decisi a farsi dare le armi da tutti coloro che le custodivano. Attaccarono il posto di guardia dove bruciarono il tricolore. Poi la casa municipale e la casa del Luogotenente della Guardia Nazionale, dovunque requisirono armi e beni. Don Ciccillo era gentiluomo e firmava una ricevuta a tutti coloro cui sottraeva fucili e pistole per evitare che venissero accusati di collaborazione con gli insorti. A casa del Supplente Giudiziario non trovarono armi e si presero il vino. Risollevato lo Spirito se ne andarono ringraziando e cantando. Il manipolo si sentiva padrone del destino. Armati e pieni di vino issarono il vessillo borbonico sul campanile della chiesa facendo falò dei simboli del nuovo potere sceso dal Nord. Ma passata l’ebbrezza, l’amara realtà riapparse violenta. La Guardia Nazionale D’Altavilla accorse a ristabilire l’ordine deturpato. E come sempre fucilazioni e processi posero fine alla rivolta. In queste vicende, celate alla memoria collettiva dal cono d’ombra dei monumenti del Risorgimento, si organizzò quel sentimento di esclusione e rancore che ancora oggi serpeggia nel Sud Italia. Pochi anni dopo, nel 1873 il deputato radicale lombardo Antonio Billia nominò “Questione Meridionale” questo fenomeno.

A Tufo nel 1866, appena spenti i fuochi della rivolta, si accese la fiamma dell’industria mineraria che iniziò ad estrarre Zolfo, prodotto di fossilizzazione di organismi marini tramutatisi in materia inorganica. E’ in questo mare pietrificato che affondano le radici le viti di Greco di Tufo. Gli autori latini lo chiamano Aminea Gemina Minor, facilmente identificabile grazie al caratteristico grappolo bifido identificato dal termine Gemina (doppio, gemello). Questa uva non è un soggetto facile, come l’aglianico e come gli Irpini. Il grappolo è compatto, la buccia sottile, è sensibile alle crittogame ma da essa si estrae un vino bianco con una grande acidità che gli permette di essere temperato dal tempo.

Il Fiano di Avellino è la terza Docg Irpina. L’area di produzione, come ci indica il disciplinare, fu descritta dal Frate Scipione Bellabona nel 1642 nella sua opera “Raguagli della città di Avellino”. In essa si legge: “In quel luogo, e quasi in tutto il territorio d’Avellino si produceva il vino detto Apiano, do’ Gentili Scrittori lodato, e tanto in detto luogo, quanto in questa Città sin hora vi si produce, e per corrotta fauella chiamato Afiano, e Fiano; il nome d’Apiano, dall’Ape, che se mangianolluve, gli fu dato”⁶. La Vitis Apiana che seduce le api con la sua dolcezza è citata già in autori latini come Plinio il Vecchio e Lucio Giunio Moderato Columella. Ma la profumosità di queste bacche è oggi identificata con le varietà di moscato e non con il fiano. Una tesi generalmente accettata di Murolo, studioso di enografia campana, afferma che le Viti Apicee⁷ sono giunte in Irpinia trasportate dagli abitanti della città Greca di Apia che colonizzarono questi territori con le loro vite e le loro viti. L’indagine sull’etimo spesso genera sentieri che si biforcano e che conducono in territori diversi e non sempre si giunge ad una conclusione univoca ma piuttosto ad uno spettro di possibilità. La prima citazione letteraria del Fiano la troviamo nel XIII secolo, nei registri di acquisti della corte di Federico II di Svevia dove si menziona un ordine di “tre salme per tipo di Greco Grecisco e Fiano”. Federico II radunò attorno a sé artisti e poeti e ancora oggi ne troviamo memoria nei sonetti della Scuola Siciliana. Questi poeti si sfidavano a corte in singolar tenzone lanciandosi rime affilate. Terminata la tenzone era il vino che riportava la pace dello Spirito.

Negli anni 40 la catastrofe della guerra portò allo spopolamento dell’Irpinia e alla emigrazione. Gli Irpini come molti altri abitanti del sud Italia si sparpagliarono nel mondo a cercare sostentamento per la loro vita. La Questione Meridionale inconsapevolmente, riutilizzò l’antico strumento del Ver Sacrum annidato nell’inconscio collettivo, per irradiare la gioventù a fondare nuove famiglie in altri luoghi.

Anche le piante furono coinvolte nella catastrofe. La filossera arrivò anche in Irpinia facendo strage di vigneti. Dopo la guerra rimanevano solo 2 ettari di Fiano registrati. Era quasi scomparso. La coltivazione ripartì grazie all’intervento di cantine come Mastroberardino che sollecitò i contadini a coltivare Greco, Aglianico e Fiano e a conferire le uve alla loro cantina. Con il tempo molti conferitori si sono tramutati in vignaioli.

L’irpinia è una terra che trema, gli edifici precipitano, le vite cadono, le memorie si smarriscono. Il 23 Novembre 1980 alle ore 19.34 arrivò il Terremoto! I paesi scomparsero e con essi molte vite che li abitavano. Gli Irpini diventarono Terremotati e molti se ne andarono nuovamente. A quelli che rimanesero il compito di ricostruire un tessuto di relazioni umane e produttive nuovo. Le vigne sopravvissero al Terremoto e oggi costituiscono uno degli strumenti di uscita dall’antica arretratezza e una possibilità per ricostituire un sistema sociale ed economico, affinché i lupi possano tornare ad abitare sulle loro montagne, tra le braccia dell’antica Mefite.

Vi lascio un piccolo video che raccoglie materiali casuali raccolti qua e là vagando sulle montagne Irpine. Tra questi una breve intervista ad Antonio di Gruttola della Cantina Giardino di Ariano Irpino. Una cantina caratterizzata da una spinta costante alla sperimentazione sui vitigni autoctoni e sulle materie estratte dal territorio circostante. L’argilla locale per le anfore. Castagno, Acacia, Gelso tagliati dai boschi vicini per fare le botti. Uva ricavata da vigne storiche che portano impresse la memoria dei cambiamenti climatici e umani che hanno attraversato l’epoca recente. Un grande lavoro per recuperare vitigni non iscritti al catalogo come la Coda di Volpe rossa e l’Aglianico Lasco. Ma soprattutto una lavorazione tradizionale in cantina, in costante revisione, senza ricorso ad addizioni di nessuna natura. Ne escono fuori dei vini profondi, inattesi, selvatici e restii ad una conoscenza superficiale.


¹ Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro XL

² http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda_denom.php?t=dsc&q=1065

³ https://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=54 

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Libro XIV, par 29

http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Altre/CAMPANIA/0018_Tufo.pdf

http://www.agricoltura.regione.campania.it/viticoltura/disciplinari/DOCG_Fiano.pdf

https://www.youtube.com/watch?v=II1kiAi-ks0

[immagine: Avellino Today]

4 Commenti

avatar

Nelle Nuvole

circa 6 mesi fa - Link

Una lettura molto bella, grazie.

Rispondi
avatar

Leone

circa 6 mesi fa - Link

Grazie a te!

Rispondi
avatar

Salvo

circa 6 mesi fa - Link

Articolo veramente denso di contenuti. L'ho trovato molto interessante.

Rispondi
avatar

Leone

circa 5 mesi fa - Link

Ti ringrazio Salvo

Rispondi

Commenta

Rispondi a Leone or Cancella Risposta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.