Apprendere è un po’ rubare. Iniziamo da questo Telos Bianco 2015 di Tenuta Sant’Antonio

Apprendere è un po’ rubare. Iniziamo da questo Telos Bianco 2015 di Tenuta Sant’Antonio

di Gianluca Rossetti

Apprendere è un po’ rubare. L’etimologia (sicuro?) lo suggerisce: prendere per, allo scopo di, in direzione di. Ma in sé non basta. È l’elemento psicologico che identifica il reato. L’intenzione fa l’azione: se nel prendere intendi rubare, la fattispecie è dolosa. Io non partecipo a incontri, seminari, tornei di degustazione, sfide a colpi di bottiglie mascherate per migliorarmi. Lo faccio per essere peggio di come sono. Diventando ladro.

Carta moschicida a sottrarre mozziconi di dialogo, impressioni altrui, informazioni. Avvolgo nell’idea che mi son fatto del meeting. E solo in coda innesto, alla maiorchina, eventuali argomentazioni. Non è tanto la maieutica cui penso quando vado a questi incontri: poco c’è da tirar fuori (parlo per me, ovviamente). Si configura tutto come appropriazione indebita, furto con destrezza. Ma io me la meno come se avessi trovato un nichelino per strada: inventio res nullius, dico.

E rubo contento.

L’istinto predatorio è fondamentale: non guardo ai maestri come tali, perché vedo vittime da assalire. Memorabile lo stalking cui sottoposi uno sfinito relatore che, dopo dieci ore di seminario, tentava di rilassarsi al bar del centro conferenze, in attesa di un taxi per l’aeroporto. Io lì, come una poiana: “Ti offro un caffè?”. E lo sventurato rispose. Sopportando mille ulteriori domande, richieste di chiarimento, suppliche per un like fuori rete alle mie scelte di bocce e millesimi. L’imprevista tappa aggiuntiva della sua personalissima via crucis didattica. Conclusa così, circa due ore dopo. Ancora seduti al bar. Domanda mia: “Vorresti qualcos’altro?”. Breve pausa. “Sì, un aereo”.

Apprendi dalle persone e dalle cose. Il vino è una di queste. Telos Bianco 2015, Tenuta Sant’Antonio: garganega in prevalenza e saldo di chardonnay. Niente solfiti aggiunti. Pulitissimo, nel colore – oro brillante – e nei profumi: cedro e fiori d’arancio, erba luisa, mandorla amara, menta, salgemma, foglia di pomodoro. Struttura e avvolgenza glicerica ad ingrassare il palato. Acidità e sapidità a sostenere la corsa. Coerente nello sviluppo e persistente. Alcol moderato. Molto buono. Cosa ho imparato da questo vino? Che per quanto mi sforzi di rubare, è l’ascolto la vera destrezza. Si capisce meglio rimanendo in silenzio, senza forzare la mano. Cedendo sovranità quando occorre. Quando le cose lo meritano. Quando le persone lo meritano.

4 Commenti

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Tino

circa 3 anni fa - Link

Mah, non essendo di lingua madre italiana, molte volte faccio fatica a comprendere che cosa vogliano dire alcuni autori qui.
Il vino, mi sembra, è sempre più solo una cosa secondaria.
In questo caso, per esempio, dal testo non sono riuscito nemmeno a sapere da quale zona venga.

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amedeo

circa 3 anni fa - Link

E come darle torto Tino? Ormai la supercazzola regna sovrana...

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Fiorenzo Sartore

circa 3 anni fa - Link

ebbe' certo, poi tra una supercazzola e l'altra uno clicca sul link nel nome dell'azienda e legge "TENUTA S.ANTONIO DI CASTAGNEDI MASSIMO, ARMANDO, TIZIANO E PAOLO - SOCIETA' AGRICOLA
Via Ceriani, 23 località San Zeno 37030 Colognola ai Colli (VR)" (faccina)

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Tino

circa 3 anni fa - Link

Ma certo, mica volevo dire che non riuscivo a scoprire dove nasce questo vino.
Intendevo dire che (per mè, sia chiaro) qualche parola filosofica in meno e qualche parola in più sul vino sarebbe aprezzatissima da parte mia.

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