A Sestri Levante per Triple A Live 2018 gli assaggi sono stati tutti tra il buono e il notevole

A Sestri Levante per Triple A Live 2018 gli assaggi sono stati tutti tra il buono e il notevole

di Fiorenzo Sartore

Lo scenario sul vino naturale targato Velier, durante la rassegna Triple A Live 2018, assomiglia al panorama che si vede da quassù, Ristorante ai Castelli: è rassicurante. A Sestri Levante gli assaggi sono stati quasi tutti tra il buono e il notevole, con qualche notevolissimo. A un certo punto mi sono addirittura messo a cercare qualcosa di scontroso, di meno accomodante, e mi è andata male. Quindi ci sono due possibilità, o i vini che ho trovato erano effettivamente in buona forma, oppure io sto deviando su una piega vin naturista preoccupante. Provo a riportare qualche appunto, cercando di ignorare la seconda ipotesi.

Panorama

L’ingresso alla manifestazione prevede un rito di passaggio. Ritiri il bicchiere all’esterno, ma devi bere un rosso che sta in una caraffa, servito dai ragazzi dell’organizzazione. Se hai il bicchiere segnato dal vino, allora puoi entrare: in realtà non saranno fiscalissimi, ma questo pass insolito mi lascia un po’ stranito. Ma davvero devo fare una roba del genere? Davvero. E allora sentiamo ’sto vino com’è (e intanto penso “certo, lo verso nella prima aiuola che trovo”). Però insomma, ci metto il naso dentro. Buono, vinoso e speziato, mi piace. Ne bevo un po’. Caspita, è molto buono. L’idea di abbandonarlo nell’aiuola svanisce al secondo sorso. Torno indietro, chiedo: ma che vino è? “Il rosso di Bellotti”, mi rispondono. Così il primo assaggio avviene senza che io mi segni da nessuna parte la denominazione e l’annata, ecco, va bene così, è tutto molto coerente con la smaterializzazione del rito dell’assaggio che è in corso da un po’ ormai, niente colore-profumi-sensazioni gusto olfattive, si beve e zitti. E alla fine si dice “ma che buono”.

I ricordi che seguono as usual non sono esaustivi, mi limito a riprendere gli appunti facendo una selezione tra i meritevoli, anche se come dissi pare difficile stavolta selezionare.

Paradiso di Manfredi

Passo da Paradiso di Manfredi (Montalcino), che in questi giorni è stato al centro di alcuni dibattiti con altri del team intravinico – qualcuno ne parlava bene, qualcun altro era meno convinto. Rientro nella modalità canonica di assaggio con il Rosso di Montalcino 2016, che alterna una nota ematica vivida alla marasca, bocca succosa e ricca di fruttini: cominciamo bene, penso. Poi il “Trentennale”, Rosso Toscana 2011 Igt: è un vino che ha richiami iodati, “proprio tintura di iodio” dice il produttore – io, che sono nel mezzo di una terapia che ne prevede l’uso, penso che la prossima volta chiederò al medico di poter annusare la tintura, tanto per ripassare il concetto (noi assaggiatori siamo gente strana). In bocca quel rosso prosegue vivido e teso, tannini spiccati e carattere toscanaccio al punto giusto. Il Brunello Riserva 2010 è flemmatico, ieratico, e ho finito i paroloni. Più fine che intenso, maturo, con tannini ancora ben fieri di esserci.

Čotar aveva una Malvasia 2016 (Malvazija, in realtà) da svariati punti esclamativi sul libello delle note. Fragrante di fiori e agrumi, bocca morbida eppure tesa nella freschezza, prova molto memorabile.

Come spesso accade negli assaggi di Emidio Pepe, il tempo fa la differenza. Tra le cose riuscite bisogna segnalare il Montepulciano d’Abruzzo 2001 in quanto stratificato, e letteralmente in stato di grazia: soffuso e delicato quasi, nel finale il tannino non molla la presa. Ma tutti i vini presenti a quel tavolo per motivi diversi saranno encomiabili, a partire dal giovanissimo Trebbiano 2015, che vorresti dire minerale ma ti trattieni, in realtà è anche più di quello, ha un naso nobile, di frutta bianca ben matura, da mordere.

Giorgio Clai

Molto spiazzanti gli assaggi croati da Giorgio Clai, a cominciare da un Brut Nature appena velato da una tonalità rosa pallido, dovuta ad una varietà di uva che, come il pinot grigio, rilascia quella colorazione. Naso personalissimo, insolito, tra la frutta bianca acerba e gli agrumi, e carattere da vendere, ci sto a lungo sopra e francamente dispiace che finisca. Un altro tavolo al quale segno solo punteggi altissimi, come con la Malvasia Sv. Jacov 2015, con un fantastico naso da crema pasticcera (o almeno quello mi pareva), inebriante, deliziosa.

Tiago Teles

Al tavolo dell’unico portoghese presente, Tiago Teles, avviene uno scambio un po’ lost in translation, un po’ noio volevon savuàr tipo Totò e Peppino:

[produttore] “io non parlo italiano”
[io] “e io non parlo portoghese”
[produttore] “let’s speak english then”
[io] “why not”
[produttore] “italians speak good english I see”
[io] “who, me?”
segue conversazione sui nomi impronunciabili e impossibili da trascrivere, per me, dei vitigni portoghesi utilizzati, e il loro significato. A un certo punto getto la spugna e rinuncio, e già che siamo in vena di esegesi cambio discorso:
[io] “what does it mean Tiago Teles?”
[produttore] “well that’s my name”

Calato il sipario sulla scenetta, resta da dire che il suo Maria da Graça 2016 è un rosso molto intenso di frutti neri e rossi, e tannini forzuti, che insistono brillantemente sul finale. Mi piace molto anche Raiz 2016, bianco salato, con bella acidità di frutto in bocca. (Raiz vuol dire radice, quello l’ho capito).

La Cuvee du Chat

E a proposito di finale, in conclusione come d’uso segnalo quello che per me è un po’ il vincitore morale della mia giornata d’assaggi, chiaramente è un fatto personale ma a me accade sempre così, ad ogni rassegna resta nella memoria un’etichetta sopra tutte, quella che riberrei, e comprerei, che dato il mio mestiere assume un valore aggiunto.

Domaine Lapierre è in zona Beaujolais, Francia – quell’area nota essenzialmente per il nouveau ma voi che siete gente in gamba già lo sapete, dall’uva gamay si tirano fuori rossi molto seri, anche. È il caso di questo La Cuvée du Chat 2016 (proviene dall’azienda satellite di Jean Claude Chanudet), che si inchioda nella mia memoria per la meravigliosa frutta rossa, e spezie appena accennate, con una persistenza lunga e golosa al palato. Un rosso che in enoteca dovrebbe costare poco sotto i venti euro, per me un prezzo centratissimo, in un vino a tali livelli di memorabilità.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

2 Commenti

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Max Cochetti

circa 1 anno fa - Link

Fiorenzo mi hai messo sete :D Belle impressioni, toccherà andarseli a cercare per assaggiarli

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Mattia Grazioli

circa 1 anno fa - Link

La new entry Barbacarlo?

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