Cotti | Apologia dell’enoteca in cui diventare bevitori consapevoli. E uomini

di Giovanni Corazzol

Mio padre è nato a Milano nel 1948. Come tanti nati poco dopo la guerra, ha vissuto innumerevoli esistenze, una delle quali l’ha riportato, troppo giovane, nel paesello da cui suo padre era partito per fare fortuna. Ciò nonostante, ha avuto il tempo di vivere o quantomeno di imprimersi addosso, una milanesità che ne ha connotato carattere, giudizi, gusto.

Allora, frequentava un locale, divenuto poi storico bastione enologico milanese,  che si chiama Cotti o meglio dal Cotti. Sta nel cuneo formato da via Solferino e via Castelfidardo. Mi ci ha riportato, poi, in un sottinteso amarcord, condiviso con un figlio troppo adolescente. Dal Cotti, avvolto nel fumo blu delle sue Nazionali semplici, ha passato gli anni giovanili, quelli tumultuosi, quelli della formazione. E come un’oca selvatica di Lorenz, anche lui tra quei tavoli, ha ricevuto un imprinting.

Sì perché dal Cotti avrà certo ascoltato e discusso forte di cose grandi, “da diventare uomini grossi come alberi” (Diavolo Rosso, Appunti di Viaggio, Paolo Conte, 1982), ma ha soprattutto bevuto, bevuto i vini rossi che arrivavano a Milano negli anni Settanta, prima che Giacomo Bologna ciurlasse nella barbera o che la freisa, da umile vino mosso delle tavole operaie, divenisse parente bohémien del nebbiolo.

Bere quei vini, farlo da giovane uomo, nella Milano di quegli anni e in un luogo come l’enoteca del signor Cotti, ha inciso su mio padre così profondamente da condizionarne le scelte successive, tanto nella vita quanto tra le carte dei ristoranti. Ed è avvenuto in modo così paradigmatico che io, antropologo della domenica, non ho potuto esimermi dal tratteggiare una purissima teoria sul ruolo che i luoghi del buon bere, ed in particolare i loro tenutari, possono ricoprire nelle prime delicatissime fasi di apprendimento di giovani, innocenti, vergini, bevitori di aranciata (quale io ero fino all’altro giorno).

Non v’è dubbio alcuno, infatti, che ben più di libri sul vino, guide, web 2.0 o degustazioni, la prima fondamentale educazione al buon bere venga impartita in luoghi fisici venerabili, da maestri luminosi. Lì, chiusi entro pareti liquide che conservano bottiglie ordinate, il nostro istinto di bevitori intelligenti viene costruito, lì apprendiamo che bere bene è meglio che bere tanto ed è lì che preferiamo spendere denari per un buon bicchiere di vino piuttosto che per la vodka al melone.

Ne consegue che il tenutario ha un compito importante, socialmente utile, infinitamente sottovalutato. Che sia piccolo bar di paese o il Cotti negli anni Settanta, questi sono luoghi entro cui si formano piccole, magari infinitesimali, ma persistenti consapevolezze di sé e del mondo. Trovo ingiusto soprassedere sulla qualità minima del bicchiere di vino servito in questi contesti. Una mescita disgraziata, distratta o addirittura truffaldina provoca conseguenza che fatichiamo ad immaginare nitidamente, ma ne provoca. Quell’uomo lì, dietro al bancone, ha una bella responsabilità e tanta discrezionalità per esercitarla.

Penso a questo da anni, mi ci arrovello, e sono arrivato alla conclusione che si presti poca attenzione agli aspetti sociologici del bere, all’educazione dei giovani. Poi piangiamo gli eccessi, sempre troppo tardi. La de-neurizzazione di intere generazioni di giovani bevitori va fermata prima che la coscienza soffochi nel porn groove (cosa?) di Immanuel Casto. Ecco.

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Giovanni Corazzol

Membro del Partito del progresso moderato nei limiti della legge sostiene da tempo che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza.

10 Commenti

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Vincenzo Reda

circa 9 anni fa - Link

Bravo Giovanni! S'impara a bere nei posti giusti e in compagnia delle persone giuste e l'osteria (piola, in piemontese) è per certo un posto giusto.

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Mario Crosta

circa 9 anni fa - Link

Io sono del 52 e dal Cotti andavo solo a comprare vini, perche' la mia osteria preferita era prima a Crescenzago, poi a Pioltello, poi a Lambrate, a Melegnano, insomma altri tempi ed altre belle bevute. Andate dal Cotti, milanesi, che troverete vini introvabili altrove ed a prezzi buoni. ma anche a N'Ombra de Vin dal Corà, in largo San Marco (zona Questura).

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Alberto

circa 9 anni fa - Link

Che bei ricordi che ho anche io da Cotti. In rete ho trovato anche questo piacevole ritratto http://www.aislombardia.it/interviste-e-protagonisti/886-luigi-cotti-un-passo-indietro-e-due-in-avanti.php

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stefano

circa 9 anni fa - Link

Grazie a Giovanni Corazzol per aver evocato dei bei ricordi. Sono anch'io del '52 e frequentavo il Cotti soprattutto per compare cartoni di buon vino a buon prezzo (sì, allora ce n'era!). Vorrei ricordare che il valore aggiunto del Cotti era l'essere frequentato a tutte le ore dai tipografi del vicino Corriere della sera: aristocrazia operaia, gente battagliera che era una miniera di aneddoti anche rudi. La gente giusta con cui bere un bianchino.

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anonimo

circa 9 anni fa - Link

siete vecchi

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Mario Crosta

circa 9 anni fa - Link

... e come tutti i vini buoni, invecchiando miglioriamo! Siamo mica briosi, freschi, vispi, frizzanti come te ed i lambruschi.

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paola rovedo

circa 9 anni fa - Link

Il tuo pensiero corre filato, e si fa leggere fino in fondo. Convengo, Giovanni, sull'importanza del ruolo di oste, anche senza prenderne in considerazione gli aspetti letterari.. che so, quelli del confidente sornione e almeno apparentemente saggio... e molti altri, certo. Mi pare che la sostanziale differenza, oltre alla professionalità che (aimè per troppo ottimismo) do per scontata, sia nella personalità dell'uomo... o della donna dietro il bancone. E' di questa, ultimamente, che noto carenza. Che sia per quella cosa che sempre più spesso si dice? Che il vino stia andando troppo "di moda"? E si sa, le mode si mettono addosso, mica richiedono sanguigna e profonda passione... basta mettere qui un bouquet, lì un persistente, più avanti un tannico... e il sommelier è fatto, no!?!?!? E che male c'è, anche se così fosse. Ma io, e non sono particolarmente datata, ho nostalgia di luoghi sacri come l'enoteca di cui parli, di calici che fanno uscire fiumi di parole, e di quella sensazione impareggiabile.... quella che ti fa sentire l'unico spettatore... come solo un vino "che ha il suo perchè" sa dare. E in giro per wine bar ed enoteche, ultimamente, mi capita sempre più raramente...

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K-pax

circa 9 anni fa - Link

chapeau!

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Adriano Anglani

circa 9 anni fa - Link

Il ruolo dell'Osteria e dell'Oste è stato sicuramente importante per le generazioni alle quali si riferisce Giovanni (sono nato esattamente nello stesso anno di suo padre), temo purtroppo che oggi i nostri giovani crescano troppo spesso mal consigliati da "baristi" improvvisati, prodighi di improbabili cocktails super alcolici e non guidati da vecchi Osti dispensatori di saggezza enoica e di vita.

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Mario Crosta

circa 9 anni fa - Link

Forse a Roma no, forse a Milano no, ma in tante citta' d'Italia io di giovani ne ho visti parecchi nelle osterie. Nelle metropoli sono spariti perfino i circoli delle bocce, ma siamo lo stesso campioni mondiali di bocce perche' dove i circoli ci sono si fanno anche i turni... di notte! Vorrei segnalarvi il tipo di osteria moderna, ma osteria vera, di quelle che appunto collegano la tradizione con i tempi nostri, che piace a me. ne ho trovata tempo fa una esemplare a Schio, a pochi passi dal Duomo: Due Spade. http://www.winereport.com/winenews/scheda.asp?IDCategoria=18&IDNews=1234

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