Il vino non è un’equazione matematica. E noi in che lingua ne parliamo?

di Alice in Wonderland

Parliamo di vino. In che lingua? Esiste un codice unico in grado di permettere la traduzione di sensazioni, pensieri e di sensazioni e pensieri insieme in parole? Questa sorta di alfabeto morse universale, ammesso che esista, può essere abbastanza esaustivo da rendere le infinite sfumature di un essere vivente e soprattutto evocativo, proprio come lo sono una poesia o un’opera d’arte, quale il vino è? Oppure, tralasciando le sfumature, che per qualcuno sono solo ridondanza, può esistere un codice unico in grado di rendere un’essenza?

Il vino non è un’equazione matematica. Non è un esperimento che, ad ogni ripetizione, dà sempre lo stesso rassicurante risultato. Tanti linguaggi si adattano al vino. Cercare di conoscerli, apprenderli, potrebbe rendere più soddisfacente non soltanto il parlare “del” vino ma anche il parlare “con il“ vino. Trovare un elemento che armonizzi (e non in senso clerical – leibniziano) questa varietà di lingue, in continuo sviluppo e divenire, potrebbe essere un interessante percorso di ricerca laddove l’obiettivo fosse unitario e chiaro.

La chiave di questa serata conclusiva del Non-Corso è racchiusa in tre parole: identificare, memorizzare, tradurre le sensazioni. Con queste premesse, la serata non poteva non rivelarsi degna della cerimonia di conclusione delle Olimpiadi. Solo che, invece di ballare il Waka – Waka, il nostro mentore per noi ha fatto altro, molto meglio di una mitragliata di fuochi d’artificio:

Volnay 2011 – Maréchal: Un mondo marrone autunnale di noci, humus e foglie. Caldo, accogliente, morbido. Si impossessa della bocca e cerca la posizione più comoda. Più che una canzone, una cantilena: rassicura e accompagna come una ninna nanna.

Volnay Vielles Vignes 2011 – Voillot: Questo vino brilla. Naso da cercare, all’inizio sfugge e non concede nulla. Poi si lascia andare lentamente e spicca il volo. Acuto, fresco, sveglio, snello, dritto. I movimenti sinuosi e le unghie affilate come un gatto nero. Erbe aromatiche, ciliegia con spigoli, note di fumo. Squillante, veloce, ma profondo e infinito, passa con naturalezza dal vetroso squillo del triangolo all’infinito e cavernoso rimbombo del gong.

1er Cru Les Champans 2011 – Voillot: Più irruento di come lo ricordassi, si allarga come un ventaglio, tanto sale, un’ondata di calore che coinvolge tutto lo spazio a disposizione, qualche nota di spezia dolce a rallentare i battiti. Si gonfia come una vena che sembra arrivare a scoppiare ma che a scoppiare non arriva. Un cardio-vino, vino di cuore inteso come centro di emozioni, belle e complicate, ma anche come organo che instancabilmente pompa vita.

Mersault Les Tessons 2011 – Bouzerau: Erbaceo e cerealicolo, fieno, erba secca, pietroso e gessoso. Ma anche terragno, e in qualche modo tannico. Grasso no, piuttosto delicato ed educato, sulfureo e grigio perla. Peccato solo che si spenga presto. E non ripeta.

Mersault Les Pérrieres 2011 – Bouzerau: Naso amaro di erbe in infusione. Bocca saporita e gustosa, avvolgente e rotonda, una venatura di cioccolato bianco. Così resta per un po’. Poi ti scarica in bocca tutta la bacheca con la collezione di minerali, come fosse la pioggia di rane in “Magnolia”. Definito come un profilo greco, procede sicuro con lo sguardo dritto.

Serment 2010 – Poggio Concezione: E’ d’acciaio come Mazinga e allo stesso tempo è tutte le forme vegetali insieme, fresche e secche, soliste e in duetti, in terzetti e cori. Pietra pomice. Bocca piena di frutta gialla polposa e di pietre. In lui si svolge un dramma. Parla una lingua che è tutta sua, ma la voglia di vedere dove andrà spinge a seguirlo con inquieta curiosità. E seguendolo si arriva ad una sorta di Giardino dei Tarocchi, luci, specchi e tasselli colorati. Un vino posseduto da tante anime, ora angeliche, ora nere. Colpisce, già con quel colore così dorato che quasi acceca, cattura, con quel suo modo di mostrare la sua eccentrica diversità, è speciale ma non lo sa. Si esprime in tanti modi, eppure mai ostenta.

Microcosmo 2010 – Az. Agricola Barbera: Un vino proprio bello. Bello come un uomo o una donna belli. Qualcosa di piccante tra fiori freschi e profondità di china. Riappacifica con il mondo, non scuote, non provoca. Lascia che di lui si goda appieno, con la giusta lentezza con cui si legge la pagina di un libro. Caldo di sole e con la luce dentro e dentro il mare. Non un mare da poster, un mare vero, che bagna e lascia segni di sale. Mette in pace e mette pace, fa pensare che Pasqua è vicina e che John Lennon e Yoko Ono si amarono follemente.

Rossobordò 2011 – Marche Rosso IGT – Valter Mattoni: Per costruire una Wunderkammer basta avere il modello giusto: qualche sorso di Rossobordò. Vino circense e multicolore, loquace ed entusiasta. Cacao, torroncino, china e cola, salinità trasparente e cristallina, ciliegia scura succosa. Una carezza di raso lucido, elegante sì, ma non scivolosa come una carezza di seta, questo è un contatto che lascia addosso stilettate di incenso e di sangue. In bocca ancora caldo ed armoniche evoluzioni, cambi di direzione e di passo, non per indecisione, sta danzando qualche danza strana che conosce solo lui e che non vede l’ora di insegnare a te. Un gran colpo di fulmine.

Barolo Villadoria 1993: Sanguigno, carnale e carnoso, concentrato di pomodoro, radici e tè rosso. Peccato che vada via di corsa senza che si riesca a fargli una foto nitida. Resta in mano uno scatto rubato, un ricordo di balsamico di frutto nero e di bacche e una fugace impressione di intenzione seria, ma chi lo sa, troppo di corsa, lo scatto non è solo sfocato, è anche preso di spalle.

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Alice in Wonderland

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull’isola deserta azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l’articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

6 Commenti

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francesco vettori

circa 5 anni fa - Link

Il bello è che ciascuno ha un proprio linguaggio, che non è né una lingua, che ci ritroviamo così e così, e non la scegliamo noi né, tantomeno, un codice, le cui regole sono stabilite una volta per tutte. Pur essendoci quindi circa sette miliardi di linguaggi si riesce, a volte, a comunicare. Sul fatto che il vino sia equiparabile ad un' opera d'arte, in linea di principio non sono d'accordo. L'artista, o il tecnites come lo definiva la tradizione greca, ha un controllo, e quindi possibilità di scelte, maggiori sulla sua opera rispetto al vignaiolo. La variabilità dell'annata, gli elementi "naturali", esemplificano quel che intendo. Se poi si sostiene che il vino venga fatto solo in cantina, il discorso cambia, in peggio. D'accordissimo sulla sottolineatura dei fini: perché oggi si beve vino? Che funzione, personale e sociale, ha? Perché è buono, perché dà godimento sensibile? Bah. Tutto qui, non credo.

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Sulla fallacia dell'equiparazione vino-opera d'arte sono d'accordo. In linea di principio trovo maggiore corrispondenza con il concetto di artefatto (e di artifex). Ne parliamo meglio prossimamente e senza cronometri in agguato? ;-)

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Nelle Nuvole

circa 5 anni fa - Link

Talking of languages... Goddam good post Alice!

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fabio

circa 5 anni fa - Link

Se uno scrivesse nella propria lingua forse non dimenticherebbe le "n" -:))))))))))

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Sisto

circa 5 anni fa - Link

Quando leggo robe del genere sull'assaggio (professionale?) dei vini, mi viene in mente di quella volta in cui feci uno scherzetto perfido. Ad un tizio (di chiara fama) che parla del vino come nell'esempio dell'articolo, ho ficcato nella bottiglia da 200 € un po' di vino sfuso della cantina sociale del mio paesino, che non è neppure IGT (0, 85 €/l). L'esperto è partito a raffica con le poesiole...Ah che ridere quando gli ho rivelato lo scherzo!

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Ho cercato qualcosa di più clamoroso, ma ho dovuto arrendermi all'evidenza: non esiste un poveraccio più evidentemente poveraccio di chi racconta dei propri scherzacci e chiosa con "ah che ridere!", aspettando invano che qualcuno rida con lui. Ecco, parlando di linguaggio e di vino non poteva mancare l'intervento fallocratico. Grazie a Sisto per aver colmato la lacuna. Ora però ci faccia ridere per davvero: come andò a finire? Dopo aver smascherato il sedicente iperdotato si sentì finalmente più bello e riabilitato nella sua protuberante potenza? E fu contento così, le è bastò il piacere sottile della Schadenfreude, o dovette precipitarsi in luogo appartato a coronare il suo momento di gloria? Sisto, lei è solito degustare vini o secrezioni biliari?

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