Viaggio sentimentale #5. Miha Batic, ovvero, Caron Dimonio in vigna

di Emanuele Giannone

Caron Dimonio è di questo mondo e ha proprio gli occhi di bragia visti dal padre della lingua italiana durante una celeberrima gita in barca. Tuttavia, in questa sua escursione terrena il demone psicopompo non è l’arcigno traghettatore, orrendo nocchiero virgiliano; invece sorride e ha scelto di lavorare sulla Vipava, fiume decisamente più salubre e meglio frequentato dell’Acheronte. Lo tradiscono solo il nero acceso, il barbaglio fosforico dello sguardo e le ruote di fiamme intorno. Per il resto, si è camuffato così bene da aver scelto un mestiere che d’antinferno ha assai poco: la vigna, si sa, è del Signore. Tutt’al più dell’Enfant Jesus.

La presenza della famiglia Batič a Šempas è attestata dalla fine del ‘500. Della loro attività di vignaioli esistono riscontri documentali fin dal 1717. Sarebbe fin troppo facile parlare di tradizione senza qualificare i risvolti pratici e tecnici che il termine sottende: la produzione annovera vini di pronta beva per il consumo quotidiano, affiancati da bianchi e rossi votati a maturazioni e affinamenti lunghi. La successione delle annate immesse sul mercato non segue le convenienze aziendalistiche e commerciali, in primis la rotazione meccanica del magazzino: l’ordine di immissione è dettato dagli assaggi e dal giudizio – sapienza, responsabilità e rischio – su caratura e attitudine delle diverse vendemmie. Così è successo, ad esempio, nella prima metà dello scorso decennio con lo Chardonnay: prima l’annata 2000, quindi la 2002 e a seguire, nell’ordine, 2001, 2004 e 2003. Poi il salto indietro con la 1999. Miha e suo padre Ivan, già fabbro e trombettista, non fanno ricorso a premesse, distinguo e postille quando parlano dei propri vini come naturali: per loro vuol dire non tecnicamente perfezionati, sani perché prodotti da uve sane, non ipernutrite, non iper-curate. «Salutari – tengono a dire – per il corpo e per l’anima». Sic et simpliciter.

Ritrovo Miha a Cerea dopo averlo visitato a Šempas l’anno scorso, allorché traghettò me e altre tre anime attraverso tredici vini, svariate vassoiate di salumi e formaggi, un’incursione in vigna. A quella prima stazione è seguita questa seconda. Miha è una persona sorridente. Il demone si affaccia quando parla con trasporto dei suoi vini, della loro vitalità, di vigne e di terre. Allora gli occhi sembrano farsi più grandi e neri, la voce più grave, il sorriso corrusco. Ma se proprio di un demone si tratta, fattosi sùpero sotto mentite spoglie, allora Miha è uno sui generis. Più che semplicemente δαίμων è un εὐδαίμον: felice, frenetico e curioso. Sui generis è anche una buona parte dei suoi vini. Se voi, anime prave, desiderate conoscerli prima ancora di far rotta su quello strano imbarcadero per l’inferno che si annuncia col nome di Šempas, trovate di seguito qualche indicazione.

Rosé 2012 semi-dry. Cabernet Sauvignon. Semplice e disimpegnato vin de soif, allineato sull’immediatezza del frutto in gelatina (fragola), della salvia, di rose e garofani rosa. Sapido e fresco il giusto, a equilibrare una dolcezza delicata ma percepibile. Morbido, gastronomico: un invito alla prova su certa cucina etnica con le sue  pietanze piccanti e dalla generosa speziatura.

Rebula 2011 polsuho. Ancora un abboccato, questa volta dall’autoctono il cui areale trova nella Vipavska Dolina il confine orientale. Cedro candito, corteccia, cola e nocciola al naso; morbido al palato, caldo e carnoso, piano nella progressione ma con buon supporto acido.

Pinela 2009. Altro autoctono, coltivato abbastanza diffusamente. Naso rustico, di spettro abbastanza ampio e connotato da richiami vegetali (cardo, legumi), di frutta macerata, lardo, genziana e zenzero. Al palato è sapido e grasso, corrispondente nelle note vegetali e fruttate cui si aggiunge una traccia terrosa molto netta. Slancio trattenuto e dinamica gustativa che affida la tensione alla dote minerale: vino generoso e di largo impatto, ingenuo, caloroso.

Pinot Grigio 2011. Da impianti del 1990. Elegante ed elaborato all’olfatto con note di salsedine, agrumi, lychee, pesca, susina, ciliegia sotto spirito, cardamomo e zenzero. Struttura solida ma slanciata, acidità agrumata a dettare una progressione nitida, corredata di precisi rimandi al frutto e chiusa da un finale coinvolgente, sale e pompelmo rosa.

Zaria 2011. Il vino dell’aurora (zarja in sloveno). Uvaggio single vineyard (impianto di trent’anni) di pinela, zelen, vitovska, klarnica, rebula, muškat e chardonnay. Vino di schietta ed esemplare espressione territoriale. 30-35 giorni di macerazione in massa unica delle sette varietà, fermentazione spontanea e nessun controllo della temperatura. Maturazione in botti di rovere, nessuna filtrazione, nessuna solfitazione. Quadro olfattivo stratificato, non disordinato, nel quale concorrono zenzero e curry giallo, ginestra, camomilla, giglio, radici, fiori di campo, cerfoglio, mirabella, pera matura, percoca, lardo. Sorso a effetto, inaspettato per potenza e calore dosati, regolati dalla viva e liquescente acidità, progressione lenta e lineare, senza slabbrature o punti di discontinuità. Beva appagante, facile e dalla sapidità infusa, che accompagna l’intero sviluppo.

Zaria 2012. L’assaggio tardo-estivo aveva colto il vino in un momento di irruenza, confusione e ricerca di definizione. Il riposo dei mesi intercorsi lo restituisce in una fase veramente antipodica: teso e muto, un nucleo pulsare, vibrante e di potenza intuibile ma compressa, non attingibile. Chiuso ai sensi e nel suo silenzio assolutamente pulito. Assolutamente da riprovare.

Zaria 2009. Di nuovo l’aurora. Aperto, elegante per concisione e precisione (degli aromi, poi del tocco al palato). Macedonia di frutta gialla con svariature tropicali e generosi innesti di spezie: percoca, ananas, cardamomo e anice sono stagliati, il sottofondo è composito ma non è frastuono. Sorso, come detto, preciso per l’attacco fresco, la progressione continua e la sensazione tattile affatto coerente. Tensione palpabile, acida e salina, un potente vettore per la strumentazione aromatica, forti ma mai urlata. Tutt’altro: tra alti e bassi i passaggi sono agilissimi. È vero bel canto.

Zaria 2007. Vino maturato in botte grande scolma: ne è bastata una per l’intera produzione. Profilo ossidativo di grande pulizia, per nulla declive, articolato e cangiante: esordio di cera, Weissbier, bacche di ginepro, incenso, albicocca candita e una fugace immagine d’acqua ferma, uno stagno con la sua giuncaglia. Vira quindi su pot-pourri di spezie, fiori (narciso, ginestra), muschio e miele amaro. Percezioni gustative di pari varietà e suggestione: l’intreccio salmastro-affumicato, la freschezza infusa e connaturata al corpo, che è robusto ma tonico; le sensazioni finali che evocano propoli, cedro, verbena, zafferano e fico d’india. Un assaggio memorabile.

Grande Cuvée Angel (bianco, vv.aa.). Nove varietà vinificate separatamente tra il 2007 e il 2011 e assemblate nel 2012. Una ricerca sul vino e soprattutto una prova di self-assessment per il vignaiolo. Al momento della degustazione il vino non si lasciava afferrare: veemente, lontano dall’equilibrio ideale che Miha intravede, dichiara e persegue; e che noi, fiduciosi, attendiamo. Per ora è un vino-monstre, da descrivere per ossimori e superlativi, pieno di citazioni, deviazioni, spezie, spigoli e garofani.

Rebula 2007 (prova, botte scolma). Spiazzante: spruzzi d’acqua marina, muesli, orzo, mandorla, arancia e fieno. Si riscatta dalle diffidenze nella fase gustativa: land, ho! Venendo dal mare, si vede la terra: creta, das, corteccia, ginestra e insieme fumo (pesce affumicato), paglia, habanero blanco, fieno greco  e spezie bianche. Tutto questo incardinato su un’acidità sferzante e ratta. Il gusto è reso all’essenza, come per sublimazione: sapidità, presenza e persistenza ricordano quelle delle vinificazioni in anfora. Il finale converge alla categoria metaforica del sucer un caillou.

Sauvignon 2009. Un altro quaderno di studi per immaginifici: al fronte stanno dulce de leche, gelato al torroncino, burro d’arachidi, biancomangiare, anguria, salvia; in retrovia felce, aneto, sambuco e alghe. Per chi le nutre, le aspettative di dolcezza vengono puntualmente smentite: sa subito di sabbia, sedano e sale, ai quali si aggiungono in progressione – lenta – gelso bianco, gemma di pino, foglia di pomodoro, idromele. La sensazione globale compendia trama grossa, ritmo lento, moderata freschezza, volume e calore.

Chardonnay 2009. Viziato dal tappo che ne ha obliterato i toni più alti, i tratti più tenui e aerei. Note di ananas sciroppato, noce di macadamia e, sullo sfondo, erbe amare. Al palato suggestioni di frutta e spezie chiare, ma in difetto di definizione. Non giudicabile e, ahimé, non ripetibile per mancanza di una bottiglia di riserva.

Angel Riserva Rosso 2006. Merlot e cabernet sauvignon. Matura 7 anni in barrique senza risultarne lignificato: sciroppo d’amarene, pastiglia Valda, bacca di ginepro, erbe macerate, sandalo, nocciola e torba. Molto pieno, carnoso e materico al gusto, tuttavia bilanciato nel rapporto alcol-acidità. La freschezza riverbera nelle suggestioni balsamiche di mentolo e canfora. Impressioni prevalenti di ciliegia e prugna mature, spezie scure, cacao in polvere e distillati (slivovica). Tannini morbidi e dolci.

Le altre puntate della serie:
Viaggio sentimentale #1. Il Carso di Marko Fon
Viaggio sentimentale #2. il Collio profondo di Jure Štekar
Viaggio sentimentale #3. I Vignai da Duline fanno proprio vini significativi
Viaggio sentimentale #4. Borgo San Daniele, arte autonoma, impeccabile bellezza


Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

5 Commenti

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Armando Castagno

circa 6 anni fa - Link

Che bellezza questi racconti di Emanuele.

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

La scorsa settimana a cena un amico ha portato alla cieca il buonissimo Zaria 2011. Il vino precedente era un Weissburgunder 2011 di Castel Juval che, con la sua precisa bontà alto-atesina, è capitato nel posto sbagliato, al momento sbagliato, prima del vino sbagliato (per lui). Per banalizzare a dovere: quanto un ottimo bianco alto-atesino capita accanto a un ottimo orange, il bianco alto-atesino è un uomo morto :D. Si scherza ovviamente, ma quanto ci è piaciuto! Bravo Miha!

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Armando Castagno

circa 6 anni fa - Link

...penso che dipenda anche dal Saloon.

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Flaviano

circa 6 anni fa - Link

Complimenti per l'articolo. Molto interessante. Continuate cos

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Giacomo

circa 6 anni fa - Link

Ottimo sito, complimenti per la qualit

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