Viaggio sentimentale #4. Borgo San Daniele, arte autonoma, impeccabile bellezza

di Emanuele Giannone

Entrare a Borgo San Daniele è gradus ad Parnassum, introduzione all’arte mediante esercizio. Così fu anche per noi, ripetenti e penitenti, che bussammo con due ore e mezza di ritardo. L’arte è quella erudita ed eletta di chi si pone dinnanzi all’opera con acribia e perizia da glittico; di chi cura i dettagli e persegue la perfezione formale attraverso uno stile al contempo rigoroso e libero, spietato e sereno. L’art de faire des ouvrages en vins. Emotività e sentimento sono radici profonde e segrete, vanno celate agli sguardi estemporanei. Infatti, dopo il brivido freddo iniziale e il pack dei preliminari, l’atmosfera volse a un calore schietto. Ma durò solo fino all’arrivo delle bottiglie. E quando queste arrivarono, si restaurò il sereno distacco dall’urgenza delle passioni e delle umane contingenze, tra le quali anche la cena che attendeva.

La storia ebbe iniziò nel 1990 e nel suo momento attuale si manifesta in diciotto ettari di vigneti, in buona parte inerbiti e ad alta densità d’impianto, distribuiti tra Isonzo e Collio. La conduzione è ispirata ai principi dell’agricoltura biodinamica e caratterizzata, tra l’altro, da una studiata gradazione dei trattamenti, i quali prevedono l’impiego di rame e zolfo solo fino all’acinellatura e successivamente irrorazioni di tisane di equiseto, tarassaco e ortica. Contro la tignola, che alligna bene nell’areale di Cormons a causa delle temperature relativamente elevate, si adotta la confusione sessuale. La raccolta avviene in più passaggi, programmati per cogliere le uve selettivamente e solo allo stadio di perfetta maturazione. Non si adottano chiarifiche. I lieviti indigeni, quelli che Mauro e Alessandra Mauri chiamano “la memoria”, ovvero “ciò che farà da balia al nuovo mosto”, vengono preservati attraverso un mini-metodo soleras. La competenza tecnica – Alessandra è agronoma, Mauro enologo – traspare da studio e rigore delle procedure di vinificazione e sembra riflettersi nell’indirizzo rigoroso e studiato dei vini, nella loro cifra esatta. Qui siamo, beninteso, agli antipodi del mestierante o hobbista che applica con zelo trattati e manuali: la tecnica è dominata e discende da cultura, ne è anzi espressione perfetta, cioè compimento. In breve: un Parnasso. Da salire in questo caso in sette gradini.

Friuli Isonzo DOC Jiasik 2012. Dal nome del borgo di Giassico. Malvasia e riesling renano (ai quali in altre annate si era aggiunto il pinot bianco). Si parte dai grappoli interi, ghiacciati per due o tre ore e pressati dopo un intervallo di tempo sufficiente a riportarli a 7-8 C°. Tale procedura esalta – spiega Mauro – il corredo fruttato-aromatico, la freschezza e la vena sapida del vino. Pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata. Fragrante e fresco, finanche acerbo nella parte fruttata: robinia, biancospino, mimosa, gelso bianco, arancia e pesca bianca, oltre a una sottile nota minerale che si imprime all’olfazione. In profondità miele e menta. Al palato è dritto, sapido, di freschezza immediata e quasi fendente. I riscontri di agrumi, pesca, verbena, fava e cardamomo sono nitidi e immediati, come l’acidità che è schiaffo più che scatto. In progressione è quindi la sapidità infusa a dettare andamento e ritmo, sottolineare i sapori, segnare la persistenza. Alla distanza si fanno strada le impressioni erbacee e speziate del riesling.

Friuli Isonzo DOC Malvasia 2012. La scelta vendemmiale è di non cogliere le uve surmature perché la resa del frutto primario ne sarebbe inficiata. Su uno sfondo di creta spiccano la connotazione varietale, il frutto e il fiore: acacia, vetiver, arancia, mandarino, percoca, uva spina. Il riscontro al palato è coerente. Progressione lineare, giocata su salinità intensa e profondamente radicata, che esalta note d’agrumi, procede in pulizia e sfuma in una chiusura leggermente amara. Dote floreale molto fine. Immagine varietale nitida, lo stesso dicasi del frutto, croccante e fresco. Slancio, rilievo e coinvolgimento sono tuttavia frenati dalla quadratura dell’insieme, dal suo equilibrio che ispira fermezza e distacco più che congruenza.

Friuli Isonzo DOC Friulano 2012. Olfatto di particolare e non forzata complessità, opulento e ben definito, in cui alla parte fruttata (susina, albicocca, arancia vaniglia e candita) si associa un ampio corredo d’erbe (fieno, cardo, cerfoglio, muschio bianco), fiori (camomilla, hamamelis, clematide) e note marine. Ricorre l’impronta della terra già colta nei primi due assaggi. Bocca piena e di prevalente morbidezza ma senza mollezze, molto sapida, progressiva nello sviluppo e precisa nei riconoscimenti. Presenza gustativa costante e fase mediana di grande valore per potenza e precisione. Lunga persistenza su sensazioni caloriche e minerali coese ed euritmiche, chiusura su un godibile ammandorlato. In rapporto alla Malvasia ci sono più energia, più coinvolgimento, più partecipazione gustativa. In assoluto, quindi, è un bellissimo bere.

Friuli Isonzo DOC Pinot Grigio 2012. Aderisce entusiasticamente allo stesso manifesto di territorio espresso in toni più composti dai primi tre e ne esalta le note terrose e calcaree. Spunti floreali (camelia), erbacei (cardo, fieno) e un più generoso corredo di frutta (loto, camemoro, pera abate, mela cotogna) si fondono in una sensazione complessiva di tonica e rotonda carnosità, senza pesantezze. Al palato, nonostante l’impatto in potenza, sorprende per presenza e tensione. Dinamica gustativa tutta slancio ed estroversione, unitaria e molto coinvolgente. L’alcol è denotato ma fuso e bilanciato dalla vena sapida, la grassezza di fondo non pesa. Sapidità marcante fino a scaturire in impressione tattile di sale liquescente. E tutto questo è agito in souplesse e con il più importante riscontro: la grande bevibilità. Certi francesi, più smaliziati di noi e non intimoriti dai fischi e dai buu contro la degustazione evocativa, potrebbero riferire dell’impressione di sucer un caillou e – quelle surprise! – trovarlo juteux e charnu.

Venezia Giulia IGT Arbis Blanc 2011. Il nome fa riferimento al vigneto inerbito (arbis, erbe). Vinificazione separata e assemblaggio in corso di fermentazione di sauvignon, chardonnay, friulano e pinot bianco. Composizione perfetta perché l’insieme, ancorché ardito, è riuscito: trascende profumi e balocchi varietali, rimanda alle virtù del locus e alle scelte felici dei Teòfili. Espressione olfattiva complessa e unitaria: gemme di pino, timo, menta, asparago, sedano, prezzemolo, arancia amara. La coulisse, peraltro, è sempre quella delle marne. Al palato colpisce l’agilità del passaggio dalla prima impressione di freschezza e bevibilità alla rivelazione di suadenza e cospicua struttura. Progressione coinvolgente per presa e slancio, morbidezza in espansione e grande persistenza minerale. L’affinamento in legno (botti di rovere di Slavonia da 20 hl) riporta alla memoria le parole di un piccolo, grande vigneron della Valle del Rodano: pas pour aromatiser le vin, mais pour le magnifier.

Venezia Giulia IGT Arbis Ros 2007. Pignolo 100%. Da uve non surmature. Macerazione di 15 giorni, due anni in botti di varie dimensioni. Naso complesso e profondo, finemente speziato (pepe) e pieno di frutta nera (mora, ribes nero, prugna, ciliegia mora), arricchito da note di china, chiodo di garofano, bacon, cacao amaro, edera e mentolo; eppure vibrante ed eminentemente fresco. Immediato al palato il riscontro del frutto: definito, unitario e non distale, fuso alla vena acida e alla trama robusta dei tannini. In progressione riecheggiano le note balsamiche, le spezie e di nuovo il frutto, carnoso a centro bocca e liquoroso in dissolvenza (cassis, borovnica).

Venezia Giulia IGT Gortmarin 2006. Uvaggio di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot da viti di oltre quarant’anni. Vino di inusitata eleganza: all’olfatto è complesso ma delicato, al palato rotondo e tonico al contempo. Profumi di frutta rossa (fragola, ribes) e scura (cassis, prugna), muschio, sandalo, pepe, cannella, rabarbaro, una punta di cioccolato e una composita coloritura balsamica. Bocca vellutata e tesa, tannini fini e rotondi in equilibrio con l’acidità ancora vivida, che rimanda direttamente a frutta rossa fresca. Struttura importante ma agilmente sostenuta dall’acidità, molta materia ma ben fusa. Ad animare ulteriormente il quadro, soprattutto nella fase finale, i tannini ancora croccanti e i rimandi squillanti di frutta e spezie: sezione ritmica e ottoni.

Le altre puntate della serie
Viaggio sentimentale #1. Il Carso di Marko Fon
Viaggio sentimentale #2. il Collio profondo di Jure Štekar
Viaggio sentimentale #3. I Vignai da Duline fanno proprio vini significativi

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

5 Commenti

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carolain cats

circa 6 anni fa - Link

visto che ogni 2x3 sei che passi per il friuli, quando fai tappa da me? eddaje che la bottiglia in frigo ci sta sempre per gli amici. :)

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Carolain, sai che se podarìa far proprio next time?

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Federico

circa 6 anni fa - Link

Senza voler introdurmi nel merito, una curiosità Emanuele, trattasi di Europanto o Gunganiano?

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Emanuele

circa 5 anni fa - Link

Se hai letto Il Nome della Rosa, ricorderai quel personaggio che risponde al nome di Salvatore...

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Michele Biscardi

circa 6 anni fa - Link

Due persone grandi. Posso dirlo a ragion veduta di loro e dei loro vini, che ho giá scritto e recensiti su Fuocolento, ho un piacevole e immutato ricordo. Mauro ed Alessandra amano i loro vini e la loro terra.

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