Viaggio sentimentale #2. il Collio profondo di Jure Štekar

di Emanuele Giannone

Soprattutto credo di amare il Collio per il suo essere terra di mezzo. Certo, ha i tratti pittoreschi delle terre più floride, terre da frutto, un calore che trascende gli andamenti stagionali; un sembiante che aggrada e ispira accoglienza già al primo arrivo e ben prima che si giunga ai convenevoli. Il crespato dei colli, sinuoso, pare una versione più distesa e meno solenne del favoloso circondario di Valdobbiadene. Nella luce estiva squillano case e torri campanarie, trombe d’oro della solarità, e qui si offrono più aperte e accoglienti che in molti altri villaggi più noti e parimenti pittoreschi. Terra di mezzo e in mezzo ai fiumi, minima Mesopotamia tra Isonzo e Judrio, Soča e Idrija nell’altro idioma. Terra di mezzo anche per l’incontro di tre temperie, mediterranea, alpina e continentale. Io, tuttavia, amo in primo luogo il Collio profondo, quello meno visibile della storia e delle genti, incrocio di lingue e culture diverse, scosso dagli accidenti che il confronto ha esatto. E finalmente pacificato nella versione contemporanea, felice variazione sulla più antica delle trombonate imperiali: si vis pacem, pave bellum. In secondo luogo, io amo la Ribolla.

Eccoci di nuovo. Curva a gomito, deviazione quasi invisibile: mettete in conto di sbagliarvi almeno una volta e di oltrepassarla nonostante il GPS sia aggiornato. Non porconate alla foggia dei bellunesi, ci siete quasi. L’errore servirà a riattraversare Kojsko, la sua apparenza di mite borgo rurale, in realtà un altro dei lieux dits del Collio Goriziano Sloveno: uno tra i più elevati e, rispetto ad altri, meno saturo di filari. Qui, salvo per un breve tratto panoramico, la strada non aggetta a mo’ di pensilina su un mare di vigne. Trovare Snežatno, la frazione alla quale siete diretti, richiede indicazioni dettagliate e familiarità coi percorsi induttivi. Se procedete con fede e a velocità testudinaria, finalmente ne scorgerete il nome su una piastrella dilavata, fu rossa, fu jugoslava: il toponimo e un civico. Qui infilerete sicuri il muso dell’auto, siete alla svolta giusta.

La china si snoda tra un groppo di case e si restringe scendendo prima, risalendo poi tra vigne e frutteti. Alla casa di Janko Štekar si arriva così, dopo la seconda o la terza svolta, non ricordo bene; attraverso un cancello e un piazzale e uno sbandierar di tovaglie e lenzuola appese a biancheggiare sul verde. Attraverso lo sciame d’api e l’onda querula e bionda delle famiglie olandesi, attraverso il vento da Mezzogiorno. A me è andata così. Di grazia.

Poco più di cinque ettari di vigneto, parcelle in posizioni privilegiate e, ciò che forse viene prima di tutto, l’onestà di dichiarare un’idea di vino. Meglio: il proprio stile, parola che, spogliata di connotati snobistici e velleità demiurgiche, definisce semplicemente l’esigenza che un’opera risulti in primo luogo dallo scopo al quale serve e in secondo luogo dalla materia, dagli strumenti e dalle procedure che vengono impiegati nella sua produzione. Ebbene, lo stile di Štekar è diretto e conviviale: persegue ed esalta la bevibilità e il servizio della tavola, in particolare nel rapporto con la cucina tradizionale.

Venendo ai vini: sono quattro, quattro passi finalmente rilassati dopo la furia della fiera alla quale li avevo incrociati, dove erano stati solo quattro dei tanti e anonimi assaggi-assedio dimenticati tra un gomito e un pestone.

Re 2010 Namizno Vino. Da Riesling in purezza e, poiché si tratta di varietà non ammessa per la denominazione Goriška Brda, esce come semplice Vino da Tavola. Semplice è, absit iniuria verbo, connotante tra i più efficaci per la vivida e bianca dote floreale, il limone, la melissa e il sasso che allietano l’approccio al naso. Vino di disimpegno e da aperitivo, quindi corrispondente alla concezione (e alla sete) asburgica di Riesling giovane e meridionale. Proprio gli Asburgo lo avevano portato qui non meno di due secoli fa, quasi nessuno – certamente non il legislatore – se ne è ricordato, salvo pochi e fra questi gli Štekar che, nel conservarlo, fondono nostalgia e filologia. Il vino non è filtrato: in annate come la 2010 il residuo zuccherino può innescare la rifermentazione e farne un petillant dai profumi di renetta, arancia, camomilla, seltz e mare. L’effervescenza è ben infusa, non evanescente. Finale di sasso, lime e mandorla. Prezzo irrisorio e, ahimé, solo 850 bottiglie per un vino che al naso ricorda certi bianchi frizzanti di Massimiliano Croci e Marco Rizzardi.

Rebula 2011. Prima ridotto, poi timido: poco naso, quel poco soprattutto di fieno e fiori (girasole), molluschi e biere blanche. Al sorso è invece presente, abbastanza teso all’ingresso e sostenuto nello sviluppo dalla una sapidità spiccata, mentre la componente acida resta sullo sfondo. L’effusione calorica apre il finale e diffonde sapori di frutta gialla matura e sciroppata (pesca), fiori passi, tè all’arancia. Una ribolla abbastanza “calda”, a testimonianza di un’annata con temperature più elevate della media durante la macerazione. Produzione di circa 1000 bottiglie.

Rebula Prilo 2007. Dal nome del cru di origine. La Ribolla a più lunga macerazione (un mese) è la più definita all’olfatto, nonostante lo spessore e l’articolazione: arancia candita, pot-pourri, zenzero, buccia di pesca, acqua salmastra, foglia di tabacco e tracce balsamiche. Bocca sapida, slanciata, ficcante, in equilibrio: le note più morbide e dolci, di frutto maturo e candito, fungono da sponda all’acidità nervosa, al sale che alimenta la sensazione di liquescenza e ai tannini piacevolmente terrosi, per nulla ruvidi. Tensione apprezzabile e nessun punto di discontinuità nella progressione gustativa, lunga persistenza su note di radici, acqua di fiori, frutta gialla, cola, chinino. 1000 bottiglie.

Re Belo 2000. Un’altra cosa. Il vino è buono, l’evoluzione non lo ha sfibrato e l’uvaggio (40% chardonnay, 40% pinot grigio, 20% riesling) è riuscito in un amalgama equilibrato. Manca però un che di identità: è un buon vino fatto alla maniera d’altri produttori e di altri luoghi. La quota di riesling slancia ed estende lo spettro olfattivo, striando d’idrocarburi, edera e ghisa un campionario di composte e frutta sciroppata (ananas e pesca soprattutto); quindi fa da volano allo sviluppo gustativo, anticipando con belle note di verde scuro (cipresso, muschio, gemma di pino), genziana e miele il profluvio di frutta gialla, grassa e rotonda, e ancora il sale. Torna, infine, in una scia chimica (benzina, non sci-fi) di vita breve, dispersa in chiusura dall’effusione alcolica e dal morso di una generosa solfitazione.

 

Le prossime puntate: Marko Tavčar, Borgo San Daniele, Vignai da Duline, Batič.
La puntata precedente: Marko Fon

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

8 Commenti

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Andrea

circa 6 anni fa - Link

bellissimo virtuosismo letterario ma francamente, come appassionato, gradirei leggere come i vini sono prodotti (fermentazioni in acciaio o tino, affinamento in legno grande o piccolo, buccia o non buccia e se buccia quanto tempo sulla buccia, controllo delle temperature, ecc. ecc.). Poi se profuma di Osmanthus fragrans (ovviamente quello con i fiori arancioni e non bianchi) anziché Calycanthus floridus be' credo di riuscire a farne a meno!

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Basta chiedere. Il Riesling fermenta spontaneamente in acciaio e quando non esaurisce gli zuccheri termina la fermentazione in bottiglia. Temperatura controllata (raffreddamento "manuale" ad acqua"). La Ribolla fermenta spontaneamente in tini troncoconici, la macerazione è di durata variabile a seconda dell'annata (5-10gg), l'elevage è in tonneaux di rovere e acacia. Per Prilo la macerazione è protratta fino al termine della fermentazione tumultuosa (spontanea), quindi per 25-30gg, per l'esattezza "quando cade il cappello". In tini troncoconici. Segue pressatura, fine fermentazione + malo + elevage in botti grandi di acacia. Per le due versioni di Ribolla nessun controllo di temperatura. Re Belo: inoculo di lieviti industriali, fermentazione "in legno" (cit.), due anni in tonneau e barrique, assemblaggio e sosta di sei mesi in acciaio prima dell'imbottigliamento, controllo della temperatura. Per informazioni più dettagliate ti invito a rivolgerti direttamente al produttore: evito di chiedere dati tecnici ex-ante perché per la degustazione del vino e la conoscenza di chi lo fa non mi interessano. Semmai li chiedo ex-post. Il più delle volte ne faccio a meno. Dati a parte, la visita è raccomandabile

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Andrea

circa 6 anni fa - Link

Grazie delle precisazioni, veramente molto gradite! Ho scritto il post di getto appena letto l'articolo e non era mia intenzione essere caustico. La tua raccomandazione è giustissima, e per quanto mi riguarda visiterei cantine di questo tipo almeno una volta alla settimana. Poi gli impegni lavorativi, famigliari e la distanza me lo vietano. Avendo comunque accumulato un po' di esperienza in peregrinazioni fatte quando gli impegni di cui sopra non erano così prevaricanti, con la risposta al mio post hai chiarito esattamente la tipologia dell'azienda. Sono ormai 25 anni che bazzico nel mondo del vino, assaggio (alla cieca, in verticale, in orizzontale), degusto, mi 'mbriago e vuoi che tutta questa fatica non abbia dato dei risultati? Un vino bianco che fermenta sulle bucce in tini tronco-conici di legno potenzialmente mi potrebbe piacere, diversamente da uno che fermenta in acciaio con lieviti selezionati che sicuramente non mi piace. Comprendo molto bene la scelta di non conoscere prima il produttore (e la condivido appieno!), non capisco invece il motivo di rimanere all'oscuro della filosofia dell'azienda prima della degustazione dei vini prodotti (che si traduce, per chi non la conosce, in qualche basilare dato tecnico), perché questo secondo me non risulta chiaro dalla recensione dell'azienda e siccome prossimamente su questi schermi trasmetterai Borgo San Daniele, il sospetto è d'obbligo. E' inutile precisare che ormai posso anch'io fare a meno di tutti i dati tecnici che riguardano le pratiche di cantina, mi basta assaggiare per farmi un'idea abbastanza precisa, ma se leggo una recensione di vini prodotti da un'azienda che non conosco...... Comunque, con stima.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

In verità non mi era affatto sembrato caustico, il tuo commento. Piuttosto dovrai condonare tu, nel mio, abbreviazioni e punteggiature da scrittura in affanno: digito frettolosamente da un cantiere in mezzo all'Oceano, ho una ventina di poveri Mensch-Maschinen al lavoro, fino a pochi giorni fa erano centotrenta, e un armatore-committente da far contento. Rimanere all'oscuro non era quel che volevo dare a intendere. Le pratiche di un determinato produttore mi interessano ma non mi condizionano più di tanto nel giudizio (qualitativo, soggettivo, passibile di revisione e ancor più di critica) sul vino, che per me non dovrebbe essere a priori. Ho, come tutti, preferenze e idiosincrasie, affetti e antipatie, ma nulla resta mai senza tema di smentite. So solo che dai miei piccoli custodi di grandi felicità e soddisfazioni non ho mai ricevuto delusioni. Off-topic: uno di loro ha compiuto gli anni ieri, se sta leggendo gli rinnovo gli auguri.

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Roberto Baruffini

circa 4 anni fa - Link

Intervengo pour cause (ovvero, quasi di passaggio) su questo bel pezzo cvhe descrive spazi e anima di Janko Štekar che giusto giusto ho havuto la grazia di conoscere ieri, assaggiandone (massì: degustando i suoi particolarissi, speciali, geniali e un po' astrusi - come un Merlot raccolto tardivo - vini; e sulla "brutta" pressochè indecente notazione di tale Andrea che risale al 2013 (chiedo venia se solo ora, ricercando Stekar riesco allleggere). Un dì di un autunno lontano il mio caro amico Gino Veronelli, che Dio l'abbia in gloria per quanto sui vini ebbe a insegnarci, scrisse, a chi opinava simil cose del buon Andrea: "Non scrivo per gli imbecilli". Che era, a sentir bene, tutto un programma. Se il gentile Andrea è interessato alla tecnica più che all'animo, o se si vuole, al magico afflato del terroir e di altro ancora, che si legga le schede tecniche: non altro.

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Emanuele

circa 4 anni fa - Link

Un commento che mi fa molto piacere. Tra l'altro perché, più che allo scritto in sé, tengo alle persone che mi provo a raccontare e ai loro vini. Ebbene: che un lettore torni su un racconto di due anni fa e registri il suo aver riconosciuto, o ritrovato, la persona che vi è descritta e i suoi "particolarissimi" vini, significa per me moltissimo. Grazie.

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matej figelj

circa 6 anni fa - Link

E' sempre bello leggere di luoghi vicinissimi..:-) Piccola precisazione: il fiume Timavo (Timava in sloveno), è un fiume carsico; c'entra assai poco con il Collio/Brda. Mentre il fiume Soča non è altro che l'Isonzo...

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Grazie Matej. Vistosa svista, ma sto scrivendo anche del Timavo e sono abbastanza stanco. Ho intorno solo acqua da otto giorni: sarà anche per questo. E neanche una Ribolla di consolazione. Qui solo Chardonnay siciliani e Riesling pugliesi (!).

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