Sotto a chi tocca | La gente del vino: Giampiero Pulcini (la sensibilità che vorremmo)

Sotto a chi tocca | La gente del vino: Giampiero Pulcini (la sensibilità che vorremmo)

di Jacopo Cossater

Alcuni saranno famosi, altri lo sono già ma poco cambia: sono le persone che – a vario titolo: giornalisti, degustatori, blogger, sommelier – ci aiutano a bere meglio, capire di vino, approfondire la nostra passione e divertirci. 
La gente del vino: sotto a chi tocca! Oggi è il turno di: Giampiero Pulcini.

Chi sei? Presentati.
[avvertenza: nelle righe che seguono è contenuta la parabola del “vino del nonno”. In caso di intolleranza, ai primi sintomi di nausea smettere di leggere avvalendosi dello scroll. G.P.]
Nato a Terni nel 1974 da genitori abruzzesi, figlio unico. Mio nonno paterno era contadino, ho trascorso le mie estati di bambino in campagna da lui con disagio vista la mia estrazione cittadina e perciò schizzinosa; galline che facevano capolino in camera, pecore a piede libero, conigli sparsi, aromi non proprio clinici, anche mio nonno era quello che era. Faceva un vino terrificante, credo fosse montepulciano da una micro­vigna a tendone adiacente casa.

La cantina era tra la sala e la cucina, vinificava lì ma ci teneva di tutto, dai formaggi alle granaglie fino agli attrezzi arrugginiti per lavorare la terra, anche un paio di taniche di gasolio per il trattore se non ricordo male. Insomma, una polveriera. Faticavo a entrarci perché varcare quella soglia significava tendere un agguato alle narici, aleggiava una pungenza arcaica che ti faceva secco. Oggi non so cosa darei per risentire quell’odore. Una campagna luminosa ma aspra, con nulla di edulcorato. Aver respirato quell’aria in quegli anni è stata decisivo per allacciare un legame saldissimo, benché poi abbia compiuto studi che col mondo agricolo c’entrano poco: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza e master in economia del turismo. Potessi tornare indietro farei altro ma è andata così.

Collaborazioni: risalente e decisiva con Porthos, una polaroid con Enogea, tre anni splendidi di Divinarte, qualche bel seminario con EnoClub Siena, poi scritti a macchia di leopardo su Viandante Bevitore e Accademia degli Alterati. Dallo scorso anno ho iniziato a svolgere attività di docenza nella Fondazione Italiana Sommelier, che in Umbria ha portato una ventata di freschezza raggiungendo con merito un’eclatante crescita in pochissimo tempo. Mi auguro di poter essere utile a questo progetto, la cui validità è testimoniata dall’evidenza dei fatti.

Qual è stata la tua sveglia enoica? E quale, da adolescente o giù di lì, il primo vino ad averti propriamente sedotto? Ricordi il vino che ha rappresentato il cambio di passo?
Da adolescente evitavo il vino. Anche quando non era granché (cioè sempre) dava l’impressione di inchiodarmi: richiedeva attenzione, qualcosa che mi costringeva a pensare, mentre io a quell’età bevevo per non pensare. A Terni c’è un delizioso bistrot che si chiama Oste della Mal’ora, all’epoca (parlo di una quindicina di anni fa) retto dalla figura istrionica di Renzo Franceschini. Un oste competente e furbissimo; selezione di vino e cibo all’avanguardia, ambiente d’antan, intimo e conviviale al tempo stesso. Visto che difficilmente mi ci accompagnava qualcuno (troppo snob?) presi ad andarci da solo. Entravo, prendevo la mia bottiglia seduto in panca o ritto al bancone; cose serie, ci prestavo attenzione e dedizione. Qualcuno incuriosito si avvicinava, assaggia tu che assaggio anch’io e si finiva la serata basculanti ma acculturati. Ero digiuno di qualsivoglia formazione sommelieristica, fu l’oste a convincermi a fare il mio primo corso sul vino all’inizio degli anni 2000 presso la bella enoteca che allora gestiva.

“Qui ci devi venire: lui è il numero uno.”.

“Lui” era Sandro Sangiorgi. Credo d’aver ripetuto quel corso quattro o cinque volte nel giro di un paio d’anni. Restai folgorato.

I tuoi dieci vini della vita?
Non mi sento di fare classifiche, son ricordi fusi a momenti irripetibili.
Benché interessante quanto la declamazione di un elenco telefonico, posso dire di essere particolarmente affezionato ai vini di Giovanna Morganti, Martino Manetti, Vincenzo Tommasi e Fabrizio Niccolaini in Toscana, Vittorio Mattioli in Umbria, Francesco Valentini, Emidio Pepe e Ottaviano Pasquale in Abruzzo, Antonio Perrino, Filippo Rondelli e Giovanna Maccario in Liguria, Vittorio Graziano in Emilia, Alessandro Dettori, Davide Orro, Roberto Pusole e Gianmichele Columbu in Sardegna, Giovanni Canonica in Piemonte, Lino Maga in Lombardia. Guardando in Francia, sovvengono i nomi di Edmond Vatan, Jean Pol Billion, Lionel Gauby e Jean Pierre Charlot.

Il posto dove non sono stato e più vorrei andare è Madeira; quello dove più vorrei tornare è Komen, nel Carso sloveno, da quel talento incredibile che è Marko Fon. In generale ho un debole per i vini affinati in ossidazione, i rosati fatti da chi ci crede e ­ad averne ­gli Champagne maturi. Fino a qualche anno fa ero convinto che il vino invecchiando diventasse automaticamente migliore, in quanto capace di esprimere con maggior nitidezza il dato territoriale. Oggi non sono così certo che lo scorrere del tempo, di per sé, sottolinei a prescindere le specificità zonali; può far guadagnare in fascino, più che altro, ma talora la sfrontata esuberanza tattile di un Barolo giovane può regalare un appagamento altrettanto intenso e duraturo.

Il tuo vino quotidiano?
Non ho da consigliarne, dipende dalla circostanza e ancor prima dall’umore, fortunatamente non ci svegliamo ogni giorno allo stesso modo. Uno sfuso di qualità che metta allegria, casereccio senza essere caricaturale, potrebbe essere un’opzione allettante al termine di una giornata in cui sia andato tutto per il verso giusto; ma ci son serate che hai bisogno di un grande Champagne sennò l’alternativa è buttarti di sotto. C’è un vino adatto per ogni occasione. E benedetto il vino che sappia crearla da sé, un’occasione.

Il vino naturale.
Definizione apparentemente tautologica, un po’ come “partito democratico”. In realtà di specificazioni da fare ce ne sarebbero una marea, non credo di poter dare contributi decisivi rispetto al fiume di parole corse. Il tema centrale è la terra: chi la lavora non può pensarla come qualcosa in sua assoluta proprietà, ma ha il dovere di lasciarla in condizioni migliori di come l’ha ricevuta custodendone e stimolandone la vitalità. Questo vale sia per l’artigiano che per l’industriale.

Poi in cantina si possono fare tante cose, il problema non è il milligrammo in più o in meno di solforosa ma non nascondo di farci caso. Ritengo la fermentazione spontanea un elemento decisivo di caratterizzazione, i lieviti selezionati non sono dannosi per la salute ma tra chi li usa e chi no per me corre una bella differenza: ci credi alle tue uve oppure no? Ti fidi della tua cantina? Quanto al resto, sono favorevole all’introduzione dell’obbligo legislativo di indicare in retroetichetta gli ingredienti utilizzati, una questione di trasparenza nei confronti del consumatore. E poi “contiene solfiti” non vuol dir niente: certo il dato è dinamico ma il quantum all’imbottigliamento dev’essere espresso chiaramente.

Non credo che il vino naturale (qualsiasi cosa significhi) richieda un approccio diverso in chi lo beve rispetto a quello “convenzionale”. Il vino è uno, non puoi usare due pesi e due misure giustificando la sciatteria con l’alibi della naturalità. La maggior vitalità di un suolo e l’intimo benessere delle piante devono trasferirsi integralmente in bottiglia dando origine a qualcosa di più interessante e ricco di dettagli, non semplicemente a un liquido di cui l’unico elemento nocivo sia l’alcol. L’approccio dev’essere unico, dunque. Ma quale? Le puzze non vanno bene, d’accordo, però bisognerebbe anche stimolare le persone a diffidare di un’imperturbabilità sterilizzata. La spontaneità espressiva di un vino naturale ben fatto, il suo tocco in bocca, la sua digeribilità sono elementi che, una volta conosciuti e compresi, segnano un punto di non ritorno.

Si tratta di un lavoro culturale profondo che dovrebbe cominciare dalle scuole elementari, introducendo l’agricoltura naturale e l’enogastronomia di qualità come insegnamenti obbligatori. Sono pilastri fondamentali della nostra cultura, perché non potrebbero esserlo della nostra economia?

Il vino che vorresti ardentemente ma che non hai ancora avuto?
Un vino che non ho mai voluto e non riavrò più: il montepulciano di mio nonno, oggi. Anche se l’uva era trattata per dispetto, la volatile era a livelli da codice penale e il brett ballava la macarena sopra l’unica botte ammuffita da cui lo spillava. Forse non era neanche potabile ma chi se ne frega, era roba mia. Sangue, radici.

Tre persone del vino alle quali senti di dovere molto.
Limitandomi all’essenziale, quattro su tutte.
Sandro Sangiorgi: tra le cose fondamentali che ho imparato da lui c’è che la vera bellezza non ti si getta addosso, piuttosto è qualcosa che devi meritarti con umiltà, apertura, ascolto interiore. Mi ha insegnato a godere della varietà e imprevedibilità del vino piuttosto che esserne indispettiti; ad accogliere le sensazioni istintive ponendo in relazione emotività e memoria; a recuperare la ricchezza della lingua italiana per intero e a non rimanere impigliato nelle maglie anguste di una terminologia tecnicistica. Mi ha insegnato, soprattutto, che puoi cogliere un vino più ascoltando un brano musicale che leggendo un protocollo di vinificazione. E’ una persona dalla non comune capacità d’ascolto, l’ho visto cambiare molto in questi anni. Avrebbe potuto godere di rendite di posizione e invece si è messo in gioco con un percorso personale trasparente, grazie al coraggio di non fare della coerenza una gabbia. Ma non ha tradito (anzi forse ha radicalizzato) il senso delle scelte che fanno di Porthos una casa diversa da tutte le altre.

Giancarlo Marino: conosce la Borgogna come pochissimi in Italia, dovessi elencare le grandi bottiglie che ho potuto assaggiare grazie a lui faremmo notte. Ma non è questo. Giancarlo è un gentiluomo come non se ne trovano più, di qualità umana fuori scala, che sa starti a fianco anche quando fisicamente non c’è. Limitandomi al campo enoico, ammiro in lui l’equilibrio e l’onestà intellettuale nelle valutazioni, pur restando per indole molto sensibile al “cuore” dei vini e di chi li fa; ne ha viste di cotte e di crude ma sa ancora emozionarsi, senza scadere mai nel sentimentalismo.

Armando Castagno: per una coincidenza della vita ho avuto il privilegio di conoscerlo ­ ormai dieci anni fa ­ avendo subito accesso alla sua dimensione intima, privata. Fu come affacciarsi sul cratere di un vulcano che spruzzava lava variopinta. Intelligenza strabiliante e sensibilità quasi dolorosa, uno di quegli incontri che spostano la prospettiva su diverse cose. Chi oggi sia ArmandoCastagno (tutto attaccato) è noto a chiunque, ormai è un brand; e non potrebbe essere altrimenti dato il fuoriclasse che è. Ma quell’Armando lì -quello che so io e che sa lui-­ lo tengo stretto in tasca e quando fa buio lo tiro fuori anche se non glielo dico, perché è una di quelle cose fatte di una luce che non si spegne mai.

Luca Santini: una roccia. Pensieri affilati come lame distillati in parole altrettanto taglienti, sul vino e su tutto. Non propriamente un tipo semplice, ma se ci entri in sintonia puoi trovarti a imbastire conversazioni su WhatsApp alle quattro di mattina, dato che tutti e due non è che si dorma molto. Eccelso degustatore, “vede” il vino come pochi; sarebbe un narratore di riferimento se si cimentasse nella scrittura anziché venir giù con la mountain bike su pendenze da camoscio. Ma non c’è verso di convincerlo perché, fortunatamente per lui, ha la testa più dura dei rami con cui talvolta si pettina a causa di quest’hobby.

Per motivi diversi nutro inoltre profonda stima per Danilo Marcucci, Dario Pepino e Marco Liberati. Tre persone che ritengo speciali, ciascuna in un modo tutto suo.

Hai un tuo vino/vitigno di riferimento?
Oggi non più. Un paio d’anni fa sono entrato in cantina e ho constatato con disappunto come il numero dei vitigni rappresentati fosse ridicolo rispetto a quello delle bottiglie stipate. Puoi amare un vitigno, un vino o un produttore quanto vuoi ma non puoi bere solo quello. Così ho cominciato a diversificare, pescando soprattutto da denominazioni che di “minore” hanno solo la percezione da parte del pubblico: microcosmi sorprendenti fondati su tradizioni antiche che vanno scomparendo. Non c’è la retorica del “piccolo è bello” né alcuna finalità filologica, è che si può ancora bere delle piccole gemme spendendo un’inezia. E vuoi mettere il divertimento?
Dovendo esprimere delle simpatie, di getto dico sangiovese e trebbiano. Entrambi apparentemente adattabili e in realtà estremamente selettivi nei confronti del territorio e di chi li lavora. Vitigni che sanno trasmettere con crudezza le sinapsi dei luoghi in cui son nati, restituendo vini concreti e carismatici fatti per servire la tavola con sobrietà aristocratica.

Ultimamente, tuttavia, mi sto liberando dall’ossessione purista del monovitigno che per lungo tempo ha tenuto in ostaggio le mie scelte. L’importante è che, negli uvaggi, i vitigni a saldo siano pensati come complementari e non come “migliorativi”.

Cosa detesti nel mondo del vino?
Detesto chi usa il vino per se stesso, servendosene esclusivamente come strumento di potere e di controllo; gente che chiude gli orizzonti strozzando alla radice la diffusione di una vera cultura. Non sopporto inoltre chi sul web sparge sarcasmo o maldicenze senza firmarsi con nome e cognome. Per il resto i “prezzemolini”, quelli cioè che si sentono costantemente in dovere di far sapere al mondo che erano qui o là a bere questa o quell’altra bottiglia senza dare nessuna utile testimonianza (cosa ti è piaciuto e cosa no? e perché?), fanno rumore di fondo ma restano innocui e spesso sono pure dei bravi cristi.

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Della stessa serie:
– Sotto a chi tocca | Francesco Annibali (ovvero: della densità di parola)
– Sotto a chi tocca | Giulio Bruni (uno di cui sentiremo parlare, a Roma e non solo)
Sotto a chi tocca | Alessio Pietrobattista (uno che a degustare è bravo parecchio)

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra artigianale e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, ha un debole tanto per i Paesi del Mediterraneo quanto per quelli scandinavi ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Blogger della seconda ora, su Intravino dal 2009.

2 Commenti

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andrea

circa 4 anni fa - Link

Che il Santini si pettini è un concetto piuttosto ardito...

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Josè Pellegrini

circa 4 anni fa - Link

E così ho ritrovato Renzo Franceschini, Un oste di quelli che si sta perdendo la memoria . Chissà se lui si ricorda di me .Tanti momenti vinosi insieme di gioia e conoscenza A me quel nonno lì è proprio piaciuto soprattutto per come è stato raccontato.

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