Servabo racconta i numeri del vino “naturale” (occhio alle virgolette) in Italia. Abbiamo intervistato Gianpaolo Di Gangi

di Emanuele Giannone

Servabo, laico di parte nasce dal proposito di Simona Centi, Gianpaolo Di Gangi, Alessandro Franceschini e Maurizio Paolillo (già collaboratori di lungo corso di Porthos) di raccontare il vino “naturale” – il virgolettato è degli autori – da prospettive poco consuete: innanzitutto I numeri, ovvero la rilevazione statistica del fenomeno e l’analisi attraverso dati oggettivi. Quindi Le regole e gli intenti, cioè proprio il terreno sul quale le diverse confessioni sono solite incrociare più furiosamente le spade. Infine I racconti, momento di formale distensione e sostanziale impegno: per capire perché, vedete chi ne sono gli autori. Le tre prospettive sopra descritte coincidono, anche nel titolo, con le tre sezioni del volume. Di seguito ci soffermeremo sulle prime due in un’intervista con Gianpaolo Di Gangi. Intanto, alcune riflessioni:

1) Il vino naturale esiste come campo semantico popolato di riferimenti chiari. Resta tuttavia un campo per pochissimi cultori e produttori che rappresentano – la ricerca lo dimostra – un’esigua minoranza. Vi è di converso una maggioranza schiacciante, pressoché indifferente ed esposta alla mancanza di chiarezza e informazione. Soprattutto resta, anche nella minoranza, un problema legato all’incoerenza o vaghezza di fondo del termine, alimentato dalle molteplici e concorrenti formulazioni: il contenuto varia sensibilmente – ma non sempre sensatamente – al variare dei soggetti interpellati. Il campo di variazione è quindi angusto per dimensioni, smisurato per dispersione e incoerenza dei valori. Il contarsi quasi equivale a enumerare differenti versioni e visioni, quasi mai a contare.

2) Chi fin qui si è proposto di definire e statuire, si è concentrato su questioni terminologiche, ideali e tecnico-procedurali risolte spesso in mere enunciazioni di principio, spesso in autoreferenze: quindi posizioni assolutamente soggettive e potenzialmente elusive. Le autocertificazioni ne rappresentano il caso-limite. Gli autori invocano la trasparenza che si instaurerebbe con un nucleo condiviso, autodeterminato, non octroyé di “… protocolli di produzione, regole o standard qualitativi che definiscano le caratteristiche del prodotto enoico e che vincolino in qualche modo gli aderenti…”; e argomentano che la mancanza di trasparenza ha prodotto fin qui molte dichiarazioni di nobilissimi intenti dalla limitatissima utilità pratica.

Servabo è un utile strumento di riflessione. Evita il loop delle discussioni ricorsive. Non ha velleità narcisistiche o verticistiche e lo testimonia anche la scelta di “non proporre”, di fermarsi all’esposizione dei dati per invitare alla comprensione. E, sulla scorta di questa, all’azione: capire cosa fare e con chi, senza patrocinatori, ispiratori, numi tutelari.

L’INTERVISTA – Gianpaolo Di Gangi.

A chi è rivolto Servabo?
Servabo è “laico di parte”: ha l’obiettivo di trattare ogni informazione come mezzo di conoscenza e, attraverso il lavoro di approfondimento, vuole diventare “strumento” al servizio di chi è interessato a farsi un’opinione sulle cose che esso racconta. Quindi, per rispondere alla tua domanda, Servabo non ha uno specifico pubblico di riferimento, ma vuole essere uno stimolo al confronto per chiunque sarà disponibile a diventare lettore attivo, partecipe. Quello che, detto così, potrebbe apparire uno spocchioso proclama, risulta più chiaro dall’analisi della struttura e dei contenuti del nostro primo libro. Almeno me lo auguro…

Quali spunti, considerazioni ed esigenze vi hanno motivati?
Tutti noi – consumatori, critici e produttori – siamo, ormai da un decennio, osservatori prossimi, molto prossimi, del fenomeno del vino “naturale”. Abbiamo assistito, e in qualche modo partecipato, all’estenuante ricerca de “la definizione” che agisse da pietra filosofale, abbiamo consultato dizionari ed enciclopedie per estrapolare, reinterpretare e adattare sintesi valide in altri contesti o nel tentativo di crearne di nuove. Ci sono stati appelli, tavole rotonde, assemblee, fiere, capipopolo, distese di blog e forum che ci hanno reso, di volta in volta, complessamente “naturali”, genericamente “di terroir”, a tratti un po’ “genius loci”, comunque sempre “altro”.

Un meccanismo speculativo che ci è apparso inceppato: volevamo cambiare passo. Ci siamo chiesti cosa potesse aiutare tutto il movimento a saltare fuori dal vortice, semplicemente questo. Ci siamo fatti da parte (simbolicamente abbiamo deciso di non firmare i singoli pezzi delle prime due parti del libro) e abbiamo lasciato spazio ai dati raccolti in sei mesi di lavoro, provando a fornire strumenti nuovi di conoscenza nella speranza di poter essere utili ad alimentare un dibattito costruttivo. C’è voluta dedizione e ostinazione, non ci siamo sempre divertiti, ma ci siamo assunti il rischio di provarci.

Perché la scelta di affrontare il vino naturale nella prospettiva inedita dei numeri e delle regole?
Principalmente per quello che ho appena finito di descrivere. Vorrei, però, evitare equivoci: non abbiamo mai pensato che fosse l’unica strada “possibile” e noi non ci sentiamo migliori di altri per averla intrapresa. Semplicemente era la parte che mancava.

Mancava ai produttori per capire chi sono i loro compagni di avventura, le associazioni che, volenti o nolenti, li rappresentano e cosa numericamente rappresentano; mancava ai consumatori per capire quanti e quali “naturale” esistono e come si è costruita ed evoluta la storia del movimento; speriamo possa servire alle istituzioni e alle associazioni per iniziare un processo di confronto utile.

Insomma, una fotografia oltre gli imaginifici.

Quali sono stati per te i riscontri numerici più importanti o inattesi?
Oltre ad alcuni dati descrittivi delle aziende naturali e del loro lavoro (dimensione, produzione media e simili), importanti perché inediti e finora sconosciuti, quello che mi ha particolarmente colpito è come i numeri abbiano restituito storie, profili e aspirazioni molto diversi a seconda dei criteri di aggregazione utilizzati.

Mi riferisco, ad esempio, alla certificazione biologica. Il numero delle aziende certificate, il totale degli ettari da esse lavorati e quello degli ettolitri che producono sono dati molto variabili nella loro distribuzione geografica. È un risultato evidentemente condizionato da fattori storici e politici che, analizzato in modo approfondito, rivela cose molto interessanti.

Altro fattore discriminante è senza dubbio la tipologia delle fonti da cui abbiamo attinto per costruire il nostro campione. I dati dei 771 produttori sono stati trattati in modo aggregato, ma per nostra comodità, e non solo, abbiamo individuato tre categorie di provenienza: “base”, “guida” e “etico”. Se si analizzano i risultati di questi tre sottoinsiemi, il vino “naturale” è tre cose molto diverse tra loro. Non si tratta di un semplice esercizio di stile, ma è un indicatore molto forte di vulnerabilità: ci sono troppe autoreferenzialità. Come del resto c’è una forte autoreferenzialità collettiva! Concedimi il gioco di parole…

L’1,64% della superficie viticola italiana e lo 0,74% della relativa produzione: questo rappresenta il vino “naturale”… eppure, ultimamente, in molti contesti, sembra non esistere altro! Però questa è una sensazione personale… forse qualcosa di più, ma è un capitolo che andrebbe trattato a parte.

Numeri e regole, due argomenti pratici. In realtà mi sembra esservene un terzo, diciamo “teoretico”, altrettanto importante ma non trattato in una sezione dedicata: il fondamento etico. Esiste un’etica del vino naturale?
Sì, lo spero. Anzi ne sono sicuro. L’etica della produzione “naturale” è il fondamento di tutto il movimento: rappresenta la sua origine ed è l’unica via identitaria possibile per essere credibili.

Sul piano editoriale ci siamo posti il problema teoretico: trattarlo con articoli di approfondimento sarebbe stato incoerente con la funzione di servizio che abbiamo voluto dare al nostro lavoro. In parte lo hanno affrontato i produttori che hanno scritto per Servabo, gli unici veramente legittimati a farlo, e penso che abbiano restituito spunti molto interessanti. Descriverlo con i numeri è impresa ardua… Vediamo cosa succede, un’idea noi ce l’abbiamo.

Perché l’indeterminatezza intorno al vino naturale è aumentata anziché ridursi al crescere del bacino d’utenza, delle manifestazioni fieristiche, dei blog dedicati, della produzione documentale e statutaria delle associazioni?
Non molli, vero? [sorridendo] Ok, parliamo dell’autoreferenzialità e dell’etica!
Questi due fattori variano in modo inversamente proporzionale e purtroppo, insieme al movimento, è cresciuta più l’autoreferenzialità che l’etica. Parlo in termini di percezione d’insieme, non dei singoli specifici produttori, ovviamente. Anzi, sono certo che per molti di loro questa situazione sia fonte di grande disagio.
Purtroppo, però, finché ogni istanza che si prefigge di rappresentare il vino “naturale” lo farà non cercando punti di contatto, ma riscrivendo l’etica del movimento in modo autoreferenziale, con lo scopo di assecondare la propria necessità di visibilità e non i fondamenti dell’etica stessa, difficilmente quest’ultima recupererà la centralità che deve avere e che i produttori vogliono che abbia.

Sulle regole: pochi le vogliono. Voi ne sostenete la necessità. Quali sono gli effetti della mancanza di un protocollo di produzione, di norme, di standard qualitativi condivisi e vincolanti?
È la deduzione di un ragionamento. Facciamo un passo indietro: c’è una domanda di fondo a cui penso sia arrivato il momento di dare una risposta. Abbiamo parlato finora della centralità dell’etica: questa dimensione del movimento del vino “naturale” ha la volontà e l’ambizione di impattare nel “sociale”? Non c’è alcun obbligo e non è neanche un discorso di merito, ma se ha quest’ambizione, tracciare dei confini è necessario.

Le troppe definizioni, gli infiniti distinguo, di fatto, svuotano il messaggio del suo senso più profondo. Disperdono il senso del dissenso. È una questione cruciale che cozza continuamente con l’altro limite a cui accennavo prima: l’autoreferenzialità. Andrebbe, cioè, fatta un’attenta riflessione sul profilo del consumatore di riferimento: è lui che deve informarsi, che deve studiare, che deve prepararsi all’incontro con l’“alternativa” o è anche l’“alternativa” che deve rendersi visibile a chiunque potenzialmente potrebbe interessarsi a un fenomeno che non riesce a intercettare in alcun modo perché al momento il “naturale” è definito in almeno 20 modi diversi? E qui si apre un’ulteriore questione che il movimento “naturale” approccia in modo ambivalente: il marketing. L’esaltazione della differenza e del particolare è vitale, ma perché non può e non deve essere esercitata in un contesto comunicativo più facilmente veicolabile e quindi fruibile?

Il disciplinare europeo sul vino biologico è un passo in avanti o un compromesso poco utile?
Apri una voragine. In sintesi posso dirti che noi, studiando anche l’evoluzione della normativa negli anni, tendiamo a considerarlo un inizio. Questo non significa che ci piace, ma solo attraverso un lavoro di lenta costruzione si può arrivare, per progressiva definizione, a un maggior rigore.
Insomma, nonostante tutte le sue storture, sarebbe preferibile considerare il legislatore un interlocutore, sicuramente ostico e snervante, piuttosto che un nemico. Va bene anche avversario, ma non nemico.
È un delirio che abbiamo provato a descrive in una scheda intitolata “Sei gradi di separazione”, ma le strade per interfacciarsi con la burocrazia ci sono. Basti pensare a come è cambiata negli anni la considerazione degli animali da allevamento nei vari aggiornamenti del regolamento biologico: non sono più un semplice prodotto ma esseri viventi portatori di diritti. Qualcuno questa battaglia l’avrà pur combattuta…

A chi hanno giovato i buoni intenti senza regole?
Nessun giovamento, soddisfazioni dell’ego di pochi con scadenza ravvicinata.

Molti produttori di vino naturale sostengono che il fattore più importante – più di qualsiasi regolamentazione – sia il rapporto diretto con il consumatore. A cosa serve rendere il consumatore consapevole? Basta a rendere superflue le regole?
Sono due discorsi diversi. Potrà sembrarti incoerente, ma condivido la tua affermazione iniziale: il fattore più importante rimane sicuramente il rapporto con il consumatore. Se un produttore mi fa questo ragionamento, lo seguo in pieno. È sufficiente? Dipende dalla collocazione nel sociale che il produttore si dà. Le regole servono se alla domanda delle cento pistole, quella sull’etica, la risposta è affermativa. Detto in altro modo: su che scala il movimento nel suo insieme ha l’aspirazione di impattare sull’etica dei consumi?

Le fiere del vino naturale. Servono? A quali conclusioni siete giunti?
Finora sono state il centro di tutto, quindi servono. Ci mancherebbe. Sono, però, diventate anche i crocevia dei buoni intenti, degli appuntamenti e dei confronti rimandati. Penso che questo dipenda anche dall’eccessiva delega che i produttori hanno dato e tendono a dare agli organizzatori. Ma le fiere non sono tutte uguali… come anche i produttori.

Come state promuovendo il testo? Quante presentazioni avete tenuto?
Passiamo alla prossima domanda? No, scherzo. Siamo arrivati lunghi e quindi stanchi alla pubblicazione del volume e, finora, non abbiamo certo brillato per promozione: abbiamo fatto solo alcune presentazioni e partecipato a un paio di dibattiti, ma speriamo di riprendere con maggiore slancio a settembre. Ci sono due appuntamenti importanti che speriamo di poter confermare e pubblicizzare a breve. Comunque, chiunque fosse interessato a darci una mano è il benvenuto! La promozione non è proprio il nostro campo di azione preferito…

È di poche settimane fa la presentazione a Pollenzo. Qual è stata l’accoglienza, quali le reazioni?
È stato un pomeriggio molto interessante. È partito tutto da un invito di Michele Fino, docente all’Università di Scienze Gastronomiche, il quale, avendo colto in pieno il senso profondo del nostro lavoro, ha ritenuto opportuno organizzare un seminario per presentarne i risultati agli studenti. Noi abbiamo aderito molto volentieri perché siamo nati per questo… Ribadisco: vogliamo essere strumento attivo per la riflessione e il confronto. Poter condividere il nostro studio in un contesto universitario è stata un’occasione molto importante e stimolante. Ci ha reso particolarmente felici il fatto che alcuni studenti hanno preso contatti per avere ulteriori informazioni e dati.

Qual è stato il riscontro del pubblico in generale, quale quello dei produttori?
È una domanda alle quale è ancora troppo presto per rispondere. Posso, però, raccontarti un paio di episodi. Bea è rimasto molto colpito dal lavoro: l’ha visto a ViniVeri, appena stampato e, senza che gli avessimo dato alcun preavviso, ci ha offerto ospitalità alla fiera. Abbiamo avuto modo di parlarne e di prometterci un approfondimento, spero troveremo presto il modo di incontrarci. Maule (siamo stati ospiti anche a VinNatur), che ho incrociato solo per pochi secondi, con una battuta mi ha detto che, dopo averlo sfogliato, aveva avuto la sensazione che li avessimo analizzati troppo! Anche in questo caso, spero si creino a breve nuove occasioni per un confronto. Ci sono stati anche altri contatti sempre con associazioni e fiere di settore: tutti da coltivare.

Rimane la considerazione fatta da Fabio Pracchia nella recensione che ha dedicato al volume: “Diciamo subito che non è un libro facile, non lo deve essere”. È innegabile, la lettura richiede partecipazione e tempo.

Perché una parte dedicata ai racconti? È funzionale alle prime due, come le integra?
Perché il vino “naturale” è e deve assolutamente continuare a essere “racconto”. È la sua parte più bella ed emozionante… irrinunciabile. Noi abbiamo cercato voci che fossero disposte a mettersi in gioco nel raccontare come la storia della loro professione/passione è stata influenzata dall’incontro con l’“alternativa”. Lo abbiamo chiesto a giornalisti, ristoratori, tecnici e produttori: ognuno ha risposto a suo modo, tutti hanno contribuito a dare maggior spessore e nuovi dettagli alla fotografia che abbiamo provato a scattare. Insomma, la sezione dedicata ai racconti è una parte imprescindibile del nostro lavoro.

Finale con Rasoio di Ockham: tra le diverse spiegazioni di un fenomeno naturale va preferita quella che non moltiplica enti inutilmente. Altrimenti detto: “È inutile fare con più ciò che si può fare con meno”. Il fenomeno-naturale è sovrappopolato di enti inutili?
Ti rispondo con un “no” secco che è un “sì”.  Non esistono enti riconosciuti a cui far riferimento e quindi non c’è nulla che può essere definito “inutile”. Ma tu questo lo sai bene… Quello che risulta evidente dal confronto delle dichiarazioni di intenti dei diversi promotori del messaggio “naturale” nel settore vitivinicolo, è una sovrapposizione e una frammentazione del messaggio, lo dicevamo prima. Dovemmo fare tutti, ci metto ovviamente anche la stampa, un passo indietro e puntare a restituire al messaggio condiviso la dignità di obiettivo concreto: il superamento di un approccio all’agricoltura di tipo produttivistico/industriale, il recupero di un’etica ambientale, la salvaguardia degli equilibri agro-ambientali, la difesa dell’integrità del proprio territorio, l’attenzione alla qualità del prodotto, la tutela della salute del consumatore devono essere riportati al centro della narrazione.

Comunque ora mi vado a studiare per bene Ockham e i suoi rasoi. Se cambio idea ti scrivo!

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

52 Commenti

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Adriano Aiello

circa 6 anni fa - Link

Libro molto interessante. Poca poesia molti numeri, ma non sono ancora riuscito a finirlo

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Andrea Gori

circa 6 anni fa - Link

terreno scivoloso, bel coraggio comunque, lodevole il fatto che siano i numeri a parlare anche perchè si può parlare di "salvaguardia degli equilibri agro-ambientali, difesa dell’integrità del proprio territorio, l’attenzione alla qualità del prodotto, la tutela della salute del consumatore" anche parlando del Tavernello...

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gianpaolo di gangi

circa 6 anni fa - Link

è uno dei rischi più grandi. alcuni numeri dicono che in parte qualcosa del genere sta già accadendo.

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silvana biasutti

circa 6 anni fa - Link

Compro subito il libro; è bene dare i numeri, si comincia da loro. Ma il 'fenomeno' (o meglio, il tema) dei vini naturali, di cui si parlava già, in termini di vini biologici (ed erano quasi sempre orribili) oltre vent'anni fa (mio il privilegio di essere vecchia), si sta sviluppando e evolvendo strettamente intrecciato a altre nuove 'sensibilità', come quella dei diritti degli animali e altre di stampo etico e ambientalista; non è qualcosa a sé stante, ed è naturale che abbia molte anime. Sono le anime delle persone che hanno scoperto la terra per vie diverse e spesso per storie personali. Spero ardentemente che questo ruscello - metaforico - che ha molti piccoli affluenti, crescendo via via, piano piano, 1- non venga inquinato dalle 'discariche abusive' di chi fa finta, 2- non venga preso di mira dalla voracità della burocrazia che del naturale se ne frega, ma può individuarvi un'ennesima opportunità per far soldi e magari trovare posto di "lavoro" a qualche tesserato. E' solo una metafora. [img]inserisci qui il link tra i due tag[/img]

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Buonasera Silvana, nell'intervista a Gianpaolo di Gangi, una delle domande riguarda proprio le questioni dell'etica e delle nuove sensibilità, alle quali il fenomeno del vino naturale dovrebbe/potrebbe esser sotteso. La risposta dell'autore mi sembra chiara e stimolante. Sebbene il testo non preveda un capitolo ad hoc, il tema permea l'opera intera e ricorre in più conclusioni. Piacerebbe molto a me e, posso credere, anche agli autori conoscere le Sue impressioni successive alla lettura. Loro hanno studiato, raccolto e integrato dati allo scopo principale di interrogare la gente del vino, astenendosi da invasioni di campo, pulsioni precettistiche e paternalismi; nell'auspicio che voi raccogliate e rispondiate. A me il testo è servito molto: mi ha aiutato a ricalibrare l'attenzione su aspetti poco considerati e a riconsiderarne altri. Le vostre risposte mi sarebbero di ulteriore aiuto.

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silvana biasutti

circa 6 anni fa - Link

Gentile Giannone, più che le impressioni sul libro, che vado a procurarmi, tendo a sentire questi vini come legati a quello che i media chiamano crisi; nel senso che sono il risultato di tanti nuovi sguardi (concreti e piuttosto convergenti!) su vita e terra. Quando si parla o si balbetta di un 'modello differente', eccoci qua, è un inizio - a me pare un inizio - di atteggiamenti che muovono da stimoli e istanze a tutta prima di singole persone. Questa è la prospettiva in cui li guardo, e mi piacerebbe che vi venisse voglia di tirare in ballo un po' di gente che normalmente non si occupa del settore e manco di agricoltura e fare un giro di opinioni. Insomma il libro lo leggo ma già questo post mi ha fatto pensare: "Noi siamo qui. Proviamo a guardare più in là". Perché i vini naturali più che di vino sanno di futuro.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

La prospettiva dell'inizio è di grande conforto. Io spero che evolva nel senso da Lei prefigurato. Cominciando dal coinvolgimento della gente che normalmente non si occupa del settore. Una domanda in proposito: dove scrive "che vi venisse voglia", la particella "vi" è riferita agli autori?

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silvana biasutti

circa 6 anni fa - Link

La particella in prima battuta si riferisce a Lei e immediatamente dopo agli autori o/e a coloro che sono più interessati alla 'conoscenza' in questo ambito. Non so bene come esprimerlo, e in un blog non si può essere enciclopedici, tuttavia sono convinta che 'dentro' e immediatamente 'intorno' a questo tema - vini naturali - si intravedono un sacco di cose interessanti, con diverse accezioni, Più lontano, c'è un mondo che invece non sa niente, ma che incomincia a guardare alla terra (e ai temi della naturalità) con interesse e motivazioni nuovi. Quindi torno a scrivere il "vi" comincia da Lei e comprende altri, ma certamente non le diatribe sui naming, che sono importanti - molto -, ma non significative (a mio parere). Se vuole ci possiamo chiarire per mail (la mia è qui sopra).

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

libro molto interessante, me lo ha regalato un amico produttore mesi fa, c'eri anche tu Emanuele, un produttore certo non "naturale" ma artigiano sicuramente... l'ho letto con curiosità e partecipazione, trovando anche molti contributi di amici e sodali. ma il libro ha un Cahiers de doléances che ne limita le qualità e che torna anche nell'intervista, una ingenuità di fondo (per me) che rischia di essere esiziale: il movimento di innovazione del vino italiano deve abbandonare la definizione di vino naturale, è fuorviante, ordinaria, banale e pericolosa. Vedete non capisco il senso di puntare ancora una volta sul "metodo", ci siamo già passati e abbiamo visto che è inutile e fuorviante, in fondo parlare di macerazioni o fermentazioni spontanee, non è così differente metodologicamente dal parlare di inoculazioni e tostature di legno. Bisogna abbandonare la grammatica e passare alla sintassi, smetterla con il dettato e passare ai pensierini, per poter finalmente arrivare ai temi. Lo stile del vino artigianale italiano è qualcosa che nessuno potrà mai copiare, il metodo del vino naturale, la retorica del senza solfiti e dello 0 chimica, qualcosa di cui già si stanno impadronendo i vini mercantili. Per fortuna sempre più se ne stanno accorgendo, tra produttori, critici e appassionati... ciao A

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Alessandro Franceschini

circa 6 anni fa - Link

Ciao Alessandro, solo una puntualizzazione a quanto dici. Noi volevamo fotografare l'esistente del "vino naturale" dando uno strumento in più che non era ancora stato dato: i numeri. Non siamo partiti, nell'analisi, dalla definizione di cosa sia il "vino naturale", e se sia giusto o meno usare questa definizione. Il "vino naturale" esiste? Sì. Non come categoria merceologica, ma come categoria commerciale certamente sì. Ci sono distributori che hanno listini che propongono "vini naturali", ci sono ristoratori che propongono ai loro clienti "vini naturali", ci sono associazioni di produttori di "vini naturali", ci sono fiere che selezionano e propongono ai consumatori "vini naturali", c'è una pubblicistica di settore, per esempio una "Guida ai vini naturali". Tutto ciò, in questo momento, definisce in Italia cosa sia "il vino naturale". Da qui siamo partiti per carcare di capire quanti sono i produttori, dove sono, quanti ettari lavorano, quanti ettolitri producono, quanti sono certificati bio, quanti biodinamici, quanti niente. E ancora a quali fiere partecipano, quanto pesano rispetto ai dati nazionali sul vino in generale e via discorrendo. Questo almeno nella prima parte. Come avrai visto, di tabelle e numeri ce n'è a sufficienza. Ficcarci nel calderone di chi definisce se sia giusto o meno usare questo termine, se non sia il caso di usarne un altro o, addirittura, di fornire un'altra definizione, non era nostra intenzione, e infatti non l'abbiamo fatto. Io, quanto meno, non avrei le competenze per fare tutto ciò.

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Alessandro Bocchetti

circa 6 anni fa - Link

Alessandro Non ho dubbi sulla qualità del vostro lavoro, come ho scritto e affermato. Ma credo che riaffermare il vino naturale come categoria contrapposta ad altre sia semplicemente un errore per il mondo del vino italiano, per carità un errore di linguaggio e non altro, ma nel vino (come in molti altri campi) il linguaggio è importante.... Comunque di nuovo comune ti per l'approccio del libro! Ciao A

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Alessandro Franceschini

circa 6 anni fa - Link

Alessandro, noi, però, non abbiamo riaffermato nessuna categoria come contrapposta ad altra. Scusami se insisto, ma questo aspetto è centrale. Noi non ci siamo mossi su questo piano. Ripeto: è un dato di fatto che il "vino naturale" esista, giusto o sbagliato che sia. Non possiamo fare finta che non ci sia, che ci piaccia o meno. Abbiamo analizzato il fenomeno dal punto di vista numerico per avere più chiare certe coordinate che sono fondamentali quando affronti una qualsiasi questione e sono poi foriere di molte riflessioni, che questa volta partono da dati concreti, non da opinioni soggettive o personali che siano. Opinioni che ognuno di noi quattro ovviamente ha, spesso neanche completamente convergenti (e questo è molto stimolante), ma che per fare questo lavoro era giusto lasciare da parte. Sospendere. Volevamo fatti, non opinioni. Fondamentali soprattutto quando affronti una questione scivolosa e sfuggente come questa. Ora c'è un elemento in più sul quale discutere. Un elemento, ma questa è una nostra opinione, fondamentale. I numeri non dicono tutto, ma certamente molto. Le opinioni di chiunque sono ugualmente decisive, ma non a caso le abbiamo separate e c’è una sezione del libro, l’ultima, quella dei racconti, nella quale abbiamo chiesto ad alcuni professionisti di dirci la loro, indipendentemente dai numeri che sono emersi. In tutti questi anni, mentre un numero consistente di persone si sono accalorate nel definire qualcosa - ed è giusto che sia successo e probabilmente continui a succedere - quel qualcosa è cresciuto, si è ramificato, diversificato, moltiplicato e ha occupato una fetta, piccola o grande che sia non è importante, di mercato. A noi interessava andare a monte, per capire, da una parte come si forma il "vino naturale": cioè quali sono gli elementi che fanno sì che un vino diventi "naturale", in assenza di una legge o una certificazione. Perché questo è quello che succede oggi. Dall'altra contarli, quantificarli e collocarli. Se vuoi, in modo certamente presuntuoso, abbiamo cercato di fornire dati che solitamente, in altri campi, anche se spesso errati, tutti noi abbiamo a disposizione. Quando settimanalmente io per lavoro guardo i dati Ismea per capire l'andamento delle vendite del mercato ortofrutticolo bio, un esempio non casuale, magari divisi per canale di vendita, acquisisco dei dati importanti per la mia professione. Da lì partono le mie riflessioni per eventualmente scrivere un pezzo, dare informazioni (non opinioni) o approfondire ulteriormente per capire il senso di quei dati. Metto da parte la mia opinione se sia giusto che esistano le mele bio. Se mi venisse chiesto di farlo, non partirei comunque dal nulla. Esistono, hanno un mercato, qualcuno le vende, qualcuno le compra. Fine. Non ci siamo chiesti: è gusto che certi produttori che praticano un certo tipo di viticoltura e certe pratiche in cantina si siano definiti, o vengano definiti, “naturali”? Ci sono. Punto. Poi, certo, nella seconda parte del libro, abbiamo anche cercato di capire cosa dicono i manifesti e gli intenti di coloro che definiscono questo movimento, e di conseguenza creano un certo mercato.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Ciao Alessandro (B), c'ero anch'io e questo fu grazie a te. E fu una bella serata. La risposta di Alessandro (F) qui sotto articola in modo molto efficace quel che tentavo sommariamente di significare ricorrendo al concetto di "campo semantico". Vino artigianale italiano. E' perfetto. O quasi: perché lo fosse, servirebbe comunicarlo efficacemente. Della tua osservazione non contesto affatto la bontà (anzi, è assolutamente condivisibile). Pero mi resta un dubbio (per giunta ancipite): affinché nessuno copi quello stile, serve che la comunità (artigiani, mercato, critici, docenti, legislatori etc.) ne adotti e condivida una "true and fair view" che oggi tuttavia manca o è travisata; esattamente come accade per il concetto di vino "naturale". Io credo di individuare in modo abbastanza corretto il significato di "artigianale" da te inteso e proposto. Mi conforta leggere che sempre più produttori, critici e appassionati si stanno accorgendo della non-omologazione, dell'irriproducibilità del concetto e dei prodotti. Tu ne frequenti tanti più di me e il tuo "sempre più" merita il giusto fattore di ponderazione. Eppure temo che i "sempre più" non siano in realtà molti, che siano una compagine esigua al cospetto di quanti parlano di artigianato senza capire, abusando del termine e dell'insostenibile leggerezza del consumatore. E se sono veramente pochi, dove risiede il vantaggio di parlare di "artigianale" piuttosto che di "naturale"?

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Dici bene e io estremizzo: definire "naturale" è difficile tanto quanto definire "artigianale", specie nel vino. All'ultimo congresso degli enologi ad Alba, Angelo Gaja ha parlato a nome degli artigiani e questo ha fatto storcere qualche naso.

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Alessandro Bocchetti

circa 6 anni fa - Link

Parecchi nasi e anche qualche pancia.... Maè la sola via. Per un gaia quanti zero solfiti, quante fa, quanti noso2 ci dobbiamo sorbire da produttori mercantili? Fin dalle origini del vino in verità si distingueva tra vini artigiani, territoriali, figli di un territorio e vini mercantili, figli di una ricetta e talmente certi da essere definibili "navigabili". Certo che ci vuole una condivisione di stili e di stile, ma Roma non è stata fatta in un giorno. Il linguaggio del vino artigiani è già chiaro e lo potrà essere ancora di più.... Del resto a nessuno verrebbe in mente di giudicare con il medesimo metro una robiola cademartori con una caciotta di Gregorio, un culatello di spigaroli con uno della negroni. Perché nel vino non dovrebbe essere lo stesso? La naturalità c'entra poco! C'è molta più affinità tra un vino di Valter Massa e uno de la stoppa, che tra un vino di dettori e un vino di una cantina sociale da milioni di bott senza solfiti e in fa, il metodo non individua lo stile... Ciao A

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Alessandro Bocchetti

circa 6 anni fa - Link

Fa sta per fs... Maledetto correttore :D

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gianpaolo di gangi

circa 6 anni fa - Link

Vi riporto un dato contenuto nel libro, un aspetto che, per ragioni di spazio, non abbiamo potuto sviluppare come avremmo voluto: la prima associazione semantica che si fa con la parola “biologico” è “naturale” (25%), seguita da salute, benessere, sano (21%), rispetto (17%) e qualità (10%) [Università di Parma, 2011]. Bisogna quindi fare attenzione nel pensare che i distinguo sui quali "ci" interroghiamo siano condivisi dal pubblico che consuma (o potrebbe farlo) per il quale, facilmente e legittimamente, Gaja risulta artigiano quanto Massa e Pantaleoni (per fermarsi a quelli da voi fin qui citati). L'ingenuità che blocca ogni sviluppo del ragionamento e riflessione collettiva, gentile Alessandro Bocchetti, forse sta nel pensare che la controparte con cui ci si interfaccia possa essere solo quella che ci conosce, si conosce, ci rassicura e rassicuriamo (stampa e produttori). Perché, se c'è la volontà di incidere sulle abitudini dei consumi (di tutti), un movimento di creativa proposizione va fatto. Il come è affare di chi produce: noi, a loro, a chi esercita la critica e a chi consuma abbiamo voluto offrire il nostro contributo per farlo. Se, invece, la discussione deve esaurirsi tra il gruppetto dei soliti noti che si inseguono nello spiegare, uno sempre meglio dell'altro, cosa questo movimento è, allora il gioco ha fatto il suo tempo e la moda presto passerà.

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Alessandro Bocchetti

circa 6 anni fa - Link

Evidentemente non mi spiego e cercò di farlo meglio 1) che la maggioranza da biologico pensa naturale associando idee significa poco, vedi caro Giampaolo la questione non è confrontarsi con pochi e rimanere nel proprio orticello, ti assicuro che non lo ho mai fatto nella vita come nel vino è cosa abbastanza risaputa, ma il problema è conservare e difendere una tradizione artigiana italiana. Vi ripeto è in gioco la sopravvivenza del vino artigiano, se si continuerà a mettere l'accento sul metodo e non sullo stile i grandi gruppi industriali si impadroniranno del metodo e produrranno (cosa che già sta avvenendo) i propri vini naturali. Del resto nel comparto agricolo è questione quotidiana, basta andare davanti uno scaffale bio di qualsiasi supermercato 2) Alessandro, usare una categoria significa inevitabilmente aderirvi e riconoscerlo... Ciao A

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maurizio paolillo

circa 6 anni fa - Link

Concordo con Bocchetti sul fatto che intorno al termine “naturale” ruoti uno degli aspetti critici del movimento. Ma una lettura attenta del nostro libro evidenzia come questa sia una delle questioni che abbiamo provato a mettere in luce. Il pezzo dal titolo “Navigare a vista” indaga proprio il linguaggio, le bandiere, le parole d’ordine del movimento, partendo dal termine “naturale” e finendo proprio sull’indeterminatezza, la vaghezza, l’ambiguità della parola, con le sue 1000 accezioni possibili, che lasciano spazio ad un’infinità di aree grigie, terreno di coltura ideale per i furbi.

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Francesco Annibali

circa 6 anni fa - Link

E' che siamo una comunità che non riesce ad accogliere le novità in maniera non ideologica. Negli ultimi 5 anni di dibattito sul naturale nessuno o quasi è riuscito ad emanciparsi da sottotesti (per non parlare delle sceneggiature delle manofestazioni) copiaincollati dal '77. Aspetto molto, molto, molto più inquietante di quanto si pensi. Di certo non l'unico settore in Italia, ma non è una scusante. Alla dritta: concordo con Bocchetti

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vincenz

circa 6 anni fa - Link

Per me "consumatore"(semplice) il punto focale quando si parla di vini "naturali" è uno e uno solo : chi si è messo addosso la veste del "naturale", chi ne fa, anche, uno "spregiudicato uso commerciale", deve sottoporsi a "controlli" "esterni ed indipendenti" "severissimi".Solo allora la parola "etica" avrà un senso.

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

praticamente significa? Una normativa che regolamenti la questione? e ti sembra che sino ad oggi le regolamentazioni, norme, codicilli dcc in campo vinicolo abbiano tutelato qualcosa o qualcuno? ciao A

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Alessandro, in Italia no, almeno fin qui. Molto meglio in Francia. La normativa non servirebbe a molto se fosse "octroyée" o cucita su misura per i maggiorenti, i moltiplicatori e movimentatori di ettolitri. Se invece nascesse sul modello di una legge di iniziativa popolare, è possibile che qualche effetto benefico lo avrebbe.

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Michele A. FIno

circa 6 anni fa - Link

A mio modesto avviso Servabo ha fatto un eccellente lavoro di documentazione di una realtà che è tale in quanto una moltitudine di produttori utilizzano per dei propri vini il segno "naturale". Ottimamente, sotto il profilo giornalistico dell'indagine, il libro si tiene lontanissimo dal contribuire al dibattito (a mio modo di vedere, assolutamente inutile) su cosa sia il "vino naturale" per restituire al lettore la massima varietà possibile e statisticamente attestata, di usi del segno, proponendo dati per nuove ricerche che sicuramente ne faranno un lavoro prezioso nel tempo. Non vi è dubbio che la questione "metodo/stile o la questione naturale/artigianale possano essere molto interessanti, ma non erano l'obiettivo della ricerca, che infatti in nessun modo suggerisce che uno o l'altro termine di queste copie concettuali sia preferibile per il futuro della viticoltura nazionale. E questo semplicemente perché si tratta di una fotografia ella viticoltura attuale, non di un outlook. Fa limitatamente eccezione a questo indirizzo la parte di testimonianze finali, ma è ben ocntestualizzata come una serie di opinioni, separate, altre dal corpo centrale (in senso proprio e figurato) del libro. Non credo affatto che un giornalista che usa una categoria linguistica vi aderisca. Lo fa se inventa questa categoria linguistica (anni fa definii vini in derapata i TImorasso di Walter Massa. Gli piacque, lo usò a sua volta: fu una categoria inventata con un'adesione illustre), non se utilizza un aggettivo che di certo non ha inventato Servabo né tout court né nell'utilizzo che se ne fa in abbinamento al sostantivo vino. Personalmente sono certo che avremo presto vini industriali naturali perché Bio e senza SO2, perché chi può avere impianti super moderni più facilmente può eliminare la solforosa, rispetto a me che vinifico in un garage con poche vasche e una Liverani che uso dalla pigiatura all'ultimo travaso. Preferirei e considero anch'io meglio per il futuro che il vino artigianale si affermi e sia definito in modo soddisfacente. Per questo sostengo la FIVI e ne faccio parte. Allo stesso tempo, considero giusto e sacrosanto bastonare l'uso di naturale in etichetta o sullo scaffale, perché tutti i vini (proprio tutti) sono artificiali in quanto frutto di una specifica ars umana che realizza ciò che in natura non si realizza.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Buonasera Michele, la chiosa mi invoglia a sottoporle una questione che mi frulla in testa da tempo. Quando lei pensa e parla di "bellezza naturale", "talento naturale" et sim., quale significato dà all'attributo di naturalità?

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Michele A. FIno

circa 6 anni fa - Link

Negli esempi che fa, evidentemente, naturale significa innato nel secondo caso, ovvero non coltivato o sviluppato per arrivare all'eccellenza, mentre nel primo caso significa non artefatto, quindi ancora una volta innato. SIccome il vino in natura non c'è modo che nasca, naturale è aggettivo che non gli si confà e bene fa la legislazione dell'etichettatura ad ostare al suo uso per riferisi ai vini. IL vino non è cme l'acqua minerale, che può sgorgare con o senza bollicine, ed essere in tali casi naturale, mentre la si appella in modo diverso da naturale se un intervento umano la dota di gas o la microfiltra in maniera particolare.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Forse abbiamo derivato un'interpretazione diversa del testo (ciò che mi indurrà a una rilettura, e sarà la quinta). Il libro si tiene lontano, e opportunamente, dal dibattito fenomenologico e lessicologico sul naturale perché postula il naturale. Ne riconosce l'entità. Il dominio è infatti schiettamente ontologico: indagine sull'ente (il naturale) e sulle sue categorie fondamentali. Scrivo questo perché non mi è riuscito di omologare la posizione degli autori a un "tenersi lontanissimi" tout court: il dibattito, anzi, lo suscitano fornendo elementi essenziali e fin qui stranamente inediti. Concordo invece del tutto sulla scelta, e sull'opportunità della stessa, di non addizionare ottani al carburante della questione terminologica. I partecipanti a questa discussione, con le loro posizioni, deduzioni e controdeduzioni, testimoniano di una civilissima e argomentatissima opposizione, ma irrisolvibile. Sull'ultimo punto: potrei concordare, al limite, solo avendo la certezza dell'uso ideologico, acritico, gnomico del termine "naturale". Per non profondermi in altri pensieri oziosi, cercherò di spiegarmi con un minimo argomento a contrariis: non bastonerei mai l'uso di "naturale" in etichetta perché il termine che personalmente gli pongo in antitesi non è "innaturale", come non lo è "artificiale". Lo è invece "artefatto", o "seriale". Considerato laicamente, "vino naturale" per me è un semema che contiene molti e definiti sèmi, includendo quello di "oggetto tecnico", escludendo quello di "autorealizzantesi".

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Giorgio Melandri

circa 6 anni fa - Link

Con Alessandro ne parliamo spesso, la parola chiave di tutto questo racconto è artigianale, tutti i riferimenti al metodo sono fuorvianti (per non parlare dei produttori che dichiarano una cosa e ne fanno una opposta!). Lo stile è l'unico elemento forte e il linguaggio dei vini ne è la parte visibile, il racconto percepibile. I vini sono più sincero dei produttori!

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Alessandro Bocchetti

circa 6 anni fa - Link

Giorgio, giorni fa durante le degustazioni marchigiane hai detto una cosa molto bella che fa riflettere "i vini non mentono", hai ragione! Bisogna solo saperlo ascoltare... Il racconto del vino italiano si è sfilacciato e interrotto anni fa, ci si è schierati sulla via pÁl, inutilmente.... È arrivato il momento di riallacciarlo, purtroppo il riflesso pavloviano di difesa è difficile da rimuovere ;)

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Trovo fuorviante usare la parola ARTIGIANALE come se fosse univoca nel mondo del vino, perché non lo è. E ha a che fare col METODO di produzione tanto quanto la parola NATURALE. Ed è curioso che vengano citati a modello di vino "artigianale" (Dettori, La Stoppa...) praticamente tutti esponenti del vino "naturale". O forse è meno curioso di quanto non possa sembrare. Alcune domande per tutti. Angelo Gaja è un artigiano? I vini di Angelo Gaja sono artigianali? E' possibile che lui non sia un artigiano ma i suoi vini si? I vini di Bruno Giacosa sono artigianali? L'ultima riserva di Bruno Giacosa è artigianale come il suo Arneis? I vini della cantina da 20.000 bottiglie che napalmizza, inocula, usa enzimi e tutto il possibile sono artigianali? Se l'artigiano Valentini usasse tutto il kit del piccolo enologo dimenticando la lezione paterna rimarrebbe un artigiano? I suoi vini rimarrebbero artigianali? Secondo me in questa discussione si è usciti da un vicolo cieco per entrare in uno che, se non cieco, al momento è ancora molto buio. I vini non mentono, leggo: ne siete proprio sicuri? Perché se così fosse allora, nella storia, a mentire sono stati certi degustatori. Magari un giorno ci troviamo insieme e, attorno ad un tavolo con pane e salame, evidenziamo ben bene tutti quei vini magari magnificati dalla critica che oggi sembrano così terribilmente inattuali e logorati dal tempo. Perché sapete ben meglio di me che parlando in termini generali siamo tutti filosofi però poi quando c'è da andare a fondo nell'analisi dicendo "Questo vino mente", beh, è tutto un altro paio di maniche. Quante volte vi è capitato di scrivere che un vino mente? (altro aspetto su cui riflettere profondamente). Adesso un aneddoto: una sera a cena con un amico e validissimo degustatore portai un vino di rango e lo versai. Lo avevo assaggiato solo una volta, molto tempo prima e avendo preso un ambito riconoscimento con l'annata successiva ero curioso di conoscerlo meglio. Responso dell'amico: "Questo vino è falso come Giuda". Mi chiedo: di che cosa stiamo parlando? Chiudo con una considerazione per nulla secondaria. Servabo è, a tutti gli effetti, un pregevole lavoro giornalistico: zero assaggi, punteggi, verticali, orizzontali, poesie, apologie. Indagine, ricerca dei numeri, correlazioni, resoconto, poi anche vita vissuta e riprese in soggettiva. Questo aspetto merita MOLTA attenzione perché, al contrario, il 90% dei prodotti offline e online che vedo è ben fermo e piantato proprio su questo schema: assaggi, punteggi, verticali, orizzontali, poesie, apologie. E invece l'indagine serve, eccome. Servono spunti, provocazioni, prospettive argomentate, punti di vista non preconfezionati.

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Michele A. FIno

circa 6 anni fa - Link

"Servabo è, a tutti gli effetti, un pregevole lavoro giornalistico: zero assaggi, punteggi, verticali, orizzontali, poesie, apologie. Indagine, ricerca dei numeri, correlazioni, resoconto, poi anche vita vissuta e riprese in soggettiva. Questo aspetto merita MOLTA attenzione perché, al contrario, il 90% dei prodotti offline e online che vedo è ben fermo e piantato proprio su questo schema: assaggi, punteggi, verticali, orizzontali, poesie, apologie." Condivido al 100%

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Giorgio Melandri

circa 6 anni fa - Link

Morichetti sei inutilmente ideologico. Artigianale non è una categoria morale, naturale si. E artigianale non è una questione di quantità e non è un metodo, été un modo. Al quale corrisponde uno stile e un linguaggio.

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Naturale sarà una categoria morale per te, non per me. E qui nessuno, tantomeno gli autori di Servabo, parlano di "naturale" come categoria morale. Se ne è parlato riferito genericamente ad un metodo, o meglio ad un universo composito, i cui risultati non sono necessariamente buoni o cattivi. Sei tu che la connoti moralmente, permettimi. Ideologico? Io ho posto delle domande: se sei capace a DEFINIRE lo stile/linguaggio di cui parli ben venga. Peccato che, al momento, non lo abbia fatto NESSUNO. Questo è un dato di fatto, non una opinione.

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

boh hai una strana idea di dati di fatto... personalmente ci provo da alcuni anni, anche in compagnie interessanti ;) piuttosto Alessà prova a rispondere alle mille domande poste ;)

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Spero che abbia pochi minuti a disposizione per una spiegazione appena più analitica: "Artigianale non è una categoria morale, naturale sì." Id est? Perché? Messa così, è tanto apodittica quanto "Morichetti sei inutilmente ideologico". Raddoppio, se è consentito: "artigianale non è una questione di quantità e non è un metodo". Di cosa sarebbe invece questione? E come gli corrispondono uno stile e un linguaggio? Espressa così è aforismatica, o quanto meno permeata di una logica deduttiva che non colgo. Le sarei grato se volesse spiegare. Grazie in anticipo.

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

beh naturale per me più che una categoria morale è un giudizio e anche reciso: Questo vino è naturale, spesso associato al non fa male, è sano, presuppone che l'altro non lo sia, sia artefatto, dannoso e perniciso, beh detto di alcool e di un prodotto frutto della trasformazione umana e della perizia artigiana mica è una informazione così adamantina... Ti pare poco? ;)

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

perbacco quanta veemenza Morichetti... A parte che non sopporto le maiuscole in rete, ancora meno quando le usa il padrone di casa a casa propria... le trovo fuori misura e un po' troppo smaccate ;) ma francamente non ne capisco veramente il motivo... Talvolta mi domando se si sia compreso e letto i post o se sia saltata la mosca al naso per qualche motivo e risposto d'impeto. Ora vediamo di argomentare alle tue obiezioni: - La parola artigianale non è univoca? è indubbio, almeno bisognerebbe trovare un accordo sul suo uso. Ma perchè naturale è univoco? - se mi citi perlomeno citami bene: io ho citato quattro produttori solo per esempio, il primo quello che mi ha regalato il libro, eravamo con Emanuele, certo non un produttore naturale, ma artigiano si (per tua contezza CataldiMadonna), poi Valter Massa, poi Elena Pantaleoni della Stoppa ed infine Alessandro Dettori, produttori molto diversi tra loro, dagli stili vari, ma uniti da un controllo e attenzione sui propri vini assolutamente artigiano - lungi da me rispondere alle tue domande, fare una pagella e dare attestati, ho ovviamente le mie idee al riguardo, ho una mia idea di artigianale nel vino (come nei salami, formaggi, mobili, scarpe ecc) per me artigiano è quel viticoltore che vinifica uve proprie delle quali segue tutto il processo dalla vigna, alla cantina, sino ad arrivare ai mercati, che decida come e quando vinificare e conosca i suoi clienti. Poi un altro passaggio fondamentale è di linguaggio, sai perchè non ci troviamo, perchè per me tra artigianale e mercantile non c'è una differenza qualitativa, l'uno non è necessariamente meglio dell'altro, ma semplicemente sono due approcci da sempre complementari nel vino (bordeaux, borgogna... Chianti, Barolo... Champagne, Rodano solo per fare esempi) da una parte vini territoriali, figli di una interpretazione artigiana e volitiva, dall'altra vini figli di una ricetta, solidi e sicuri per i mercati, come si diceva una volta "navigabili". che poi ci sia la necessità di un confronto sui parametri, trovare una strada e un linguaggio siamo d'accordo, così come che la Fivi, come diceva qualcuno più sopra, possa avere un ruolo non da poco in questa ricerca - a parte che non sono d'accordo che si sia preso un vicolo buio, però, come diceva mounsier Lapalisse, tra un vicolo cieco e uno buoi, scelgo assolutamente il secondo :D - si sono sicuro che i vini non mentono, non è solo una frase evocativa, ma un concetto semplice, ogni metodo, manomissione, scelta si trasforma in un sapore, profumo, basta saperli leggere ed interpretare, sta tutto li, poi bisogna avere gli strumenti adatti ;) Vedi non è che altri mentissero, solo che ho visto fior fior di assaggiatori e appassionarsi, affinarsi e passare dalla grammatica alla sintassi, alcuni anche tra quanti oggi predicano la naturalità a tutti i costi. quanti ho visto commuoversi davanti ai legni suadenti di alcuni bianchi siciliani, o ai sentori di banana e cioccolata di super tuscan d'assalto e poi risentirli eccitati su afrori animali supernatural e allegre acetiche fuori registro... - l'aneddoto, scusa mica l'ho capito: aveva ragione il tuo amico? aveva toppato alla grande? il vino era buono? cattivo? - ultima cosa ma non affato secondaria: chi e dove si sarebbe detto che il lavoro di Servado non meriti molta (eddaje con ste maiuscole ;)) attenzione? o che non sia un pregevole lavoro giornalistico? a me sembra che si sia proclamato da ogni parte qui sopra il contrario... Boh! Ciao A Ps sul vederci intorno ad un tavolo con il bicchiere in mano, sono assolutamente d'accordo, cerco di farlo il più possibile soprattutto con persone dai gusti differenti... Purtroppo constato che non è abituale, e si tende ad assaggiare tra sodali e camerati, per trovare conferme e soddisfazioni alle proprie idee ;)

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Io non ho chiesto pagelle o attestati, e mi spiacerebbe tu cadessi nell'equivoco di associare artigianato o naturalità a qualcosa di morale. Sono categorie, giusto? Per poterle usare dobbiamo definirle. Semplicemente, visto che ho visto parlare di "artigianato" con certa sicurezza, chiedevo a chi usa questi concetti con padronanza di aiutarmi ad usarli nel reale.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Tra i vari spunti validi del testo, quello che vorrei citare qui pertiene all'etica e alle opinioni degli autori in merito. In più passi (e anche nell'intervista) si fa riferimento al fondamento e alla valenza etici del vino "naturale" come necessari, immanenti, costituenti l'essenza stessa della "naturalità". Ora: - condivido lo spunto e le argomentazioni fornite. - Condivido soprattutto l'opinione che in mancanza di un sistema condiviso e non imposto di regole e tutele, l'etica è ridotta a quella che ciascuno singolarmente professa e il rischio è elevato che qualcuno spacci ad arte la sua opera come dovere morale, mentre essa esprime specialmente il proprio interesse personale. Insomma, più che etica, etologia: studio del comportamento animale. - Sostituendo "artigianale" al termine "naturale", la validità di quanto sopra non cambia. Trovo "artigianale" anche più pregnante, quindi sarei favorevole a qualsiasi "lavoro di gruppo" sulla definizione di artigianato nel vino, su azioni e riferimenti normativi che lo tutelino, sul superamento delle divisioni ideologiche, convenzionali (per dirla con Alessandro B.: "grammaticali"). A differenza di Alessandro (B), tuttavia, non riesco a risolvere i miei dubbi circa la più vasta condivisione del termine e la sua minor soggezione ad abusi.

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giulia angela fontana

circa 6 anni fa - Link

Sono d'accordo con te Emanuele, il problema non è insito nella parola "naturale" il cui significato, riferito al vino, è lapalissiano, quanto nel suo uso, scorretto, abusato. La spiegazione più naturale ce la fornisce una Arianna Occhipinti giovanissima. Mi piace quello che dice e come lo dice, ingenua, sincera, spontanea, anche incoerente ma vera e naturale. Appunto. https://www.youtube.com/watch?v=akx46YipX78&list=TLjMjqd-2GKB0

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giulia angela fontana

circa 6 anni fa - Link

....e per capire ancora meglio il concetto di naturale, artigianale, chiamatelo come volete, l'altra faccia della medaglia : http://www.youtube.com/watch?v=ZrnXPfc7NSQ Si, ha ragione Arianna, quando il cliente berrà il suo vino capirà.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Ah, Giulia! Che peschi un caro, vecchio video d'antan :-) Arianna poneva almeno due punti di grande interesse: - "ognuno a casa sua può fare quello che vuole". Giusto (posto che non integri una frode). Non è propriamente un fondamento etico ma va bene: i produttori autodefinentisi naturali affermano di fare certe cose e di non farne altre. Questi fas e nefas integrano la naturalità del vino. Se ogni produttore bravo e onesto ne dà una versione propria, sia essa fideistica, dogmatica, scientifica, mistica, deterministica et cetera, cosa accade alla definizione? Come fa, infine, il cliente citato da Arianna a orientarsi in una foresta di simboli? Forse spendendosi ed esaurendosi nella propria buona fede. - "se per il cliente ci deve essere un'ulteriore conferma... ". Se la conferma non c'è, alla sua assenza si supplisce con la conoscenza o con la fede. Vexata quaestio. Mi fermo :-)

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Toh! L'altro video... Shem ha-Mephorash.

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

ti ho risposto, qui e in generale altre millanta volte, questa è la mia definizione, poi ci sarebbe anche quella di legge di artigiano "esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri e i rischi attinenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo”, ma quello che servirebbe è una definizione condivisa tra quanti interessati la cosa curiosa è che dei molti argomenti messi in campo, alessandro, il solo che interessi evidentemente e trovare falle nel concetto, un concetto limpido ed inclusivo, ma evidentemente ostico, ne prendo atto ma mi chiedo perché?

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Quanno te pare. La volta scorsa si bevve pure bene.

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alessandro bocchetti

circa 6 anni fa - Link

tu sei uno di quelli con cui condivido il bicchiere Emanuele, non mi riferivo certo a te ;)

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

slainte!

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vincenz

circa 6 anni fa - Link

Come faccio a spiegarvi che per alcuni argomenti mi ritrovo con A, Bocchetti e per altri mi ritrovo con A.Bocchetti. Poi non mi ritrovo nè con Bocchetti nè con Morichetti. Il dibattito è stato molto interessante, anche perchè si è chiarito che la parola etica va usata con più accuratezza e con i vini naturali non c'entra. Fra i produttori di cosiddetti vini naturali c'è gente seria ma ci sono anche i furbi e aumenteranno nei prossimi mesi. Il dibattito sui cd. vini naturali si dovrebbe preoccupare di come individuarli e come fermarli, invece si gira attorno a temi .secondari

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vincenz

circa 6 anni fa - Link

per altri mi ritrovo con A.Morichetti.

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Quali sono (i temi secondari)?

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Giulia Angela

circa 6 anni fa - Link

@emanuele : Non ho capito, profanazione? Angeli e demoni?

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

il Nome eccellente, il Tetragrammaton. (Il tetro Grammaton)

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