Riscaldamento globale, anticipo delle vendemmie di Valentini e inevitabili interrogativi a seguire

di Alessandro Morichetti

Una volta al mese anche su Slowine compare qualcosa di interessante. Spesso usando titoli da Novella 2000 de noantri tipo “Avviso ai naviganti, il clima cambia: ecco le prove…”. Di solito, è qualcosa che i lettori/frequentatori di Porthos sanno da anni (ma niente link perché è materia da Porthos racconta). E che il mondo – circa 7 miliardi potenziali di persone – viene a conoscere grazie ad Intravino (faccina).

Altro talento Slow è dire con 5 milioni di parole qualcosa di comprensibile anche in 5 righe. Anzi in una.

Questa: “I diagrammi di Valentini dimostrano che in 100 anni (anzi oltre, dal 1800 ad oggi) la raccolta di trebbiano e montepulciano si è anticipata di oltre un mese.”

Qui le ultime raccolte del montepulciano, che notoriamente i Valentini imbottigliano una volta ogni morte di Papa (ma di recente più raramente):

Qui invece trebbiano e montepulciano dalle origini ai giorni nostri, ed è un documento discretamente storico, per non dire abbastanza unico al mondo:

Trascurando per un attimo le preziosissime considerazioni presenti nell’articolo di Slowine, mi preme invece copincollare, saccheggiando a piene mani, due stralci di interessanti commenti al post, prodotti da persone informate sui fatti.

La prima suggestione viene da Maurizio Gily, direttore di Millevigne, uno di cui (credetemi!), alla fine del commento, penserete (è un classico): “Apperò, mica scemo”.

Il riscaldamento esiste ma questi grafici rischiano di indurre in errore. Le annate successive al 2005 mostrano picchi estremi che non possono essere considerati “tendenza” ma vanno inquadrati come eccezione. Ad esempio l’annata che stiamo vivendo per ora è fresca, il 2013 è stata un’annata fredda, in controtendenza. Bisogna stare attenti a non confondere tendenze di breve periodo con quelle di lungo periodo e andamenti locali con quelli globali. Fortunatamente il riscaldamento globale è molto più lento di quanto potrebbe sembrare da una lettura superficiale di questi dati, della cui attendibilità non dubito, e molte previsioni lette qua e là sullo spostamento drammatico e rapido a nord della viticoltura non sono giustificate dai dati reali stando a quanto dicono i meteorologi più attenti. Però la tendenza esiste ed è innegabile. Poi se consideriamo non i dati termici ma le date di vendemmia si aggiungono altre variabili. Ad esempio un tempo in alcune regioni era tradizione vendemmiare comunque dopo la semina del grano per motivi di organizzazione aziendale. Le viti erano meno selezionate e affette da virosi quindi la maturazione era più lenta, caso tipico della Barbera in Piemonte. Insomma è un po’ più complicato di quanto sembri.

Il secondo, invece, viene da un produttore, Gianpaolo Paglia, che giustamente si pone quesiti da produttore col pallino della ricerca. Una roba che in Italia non suona molto normale evidentemente.

Pochi, penso, sono quelli che dubitano del cambiamento climatico. Semmai il punto è capire se ha origine antropica o meno, ma questo discorso non ci serve per i nostri fini in ogni caso: il riscaldamento c’è e se ne deve tenere conto. In Australia è da poco terminata una mega sessione sul riscaldamento climatico e la viticoltura. A Geisenheim stanno sperimentando come la vite reagisce al riscaldamento con disegni sperimentali importanti. Un investimento per il futuro, che pero’ riguarda le loro varietà. Perchè il punto è che molti studi non possono essere traslati da un posto all’altro, dove condizioni climatiche e varietà sono diverse. È quindi necessario che gli studi siano anche in gran parte localizzati. Mentre negli altri paesi produttori è comune sentir parlare di programmi per i prossimi 50 anni (perché i clicli dei vigneti impongono orizzonti temporali lunghi), in Italia cosa si fa? A livello di ricerca pubblica chi se ne sta occupando, con quali risorse, su quali varietà? Qual è il programma di disseminazione dei risultati agli operatori? Sono, questi ultimi, coinvolti nei programmi sperimentali? Sarebbe bello avere qualche risposta competente e non generica.

Grazie Slowine, grazie Porthos, grazie Intravino, grazie a tutti. Ciao, mamma.

[Foto: Walden]

avatar

Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

12 Commenti

avatar

Angelo D.

circa 5 anni fa - Link

Angelo Gaja lo dice da almeno un lustro... ;-)

Rispondi
avatar

alessandro bocchetti

circa 5 anni fa - Link

se è per questo anche Valentini, da svariati lustri, se poi ce ne accorgiamo solo ora... :D Ciao A

Rispondi
avatar

carolain cats

circa 5 anni fa - Link

mah moricchio, qua a maggio erano tutti disperati che avrebbero vendemmiato a luglio, salvo poi ora dire che si... la vendemmia sarà fatta come al solito a fine agosto/primi di settembre. io dico che bisogna aspettare a fare pronostici, perchè se guardo me, vendemmierò sicuramente a settembre pieno. ovvero più o meno nel solito periodo. però però... come dice Gily, la stagione almeno qua è fresca, non fredda come l'anno scorso; le temperature notturne si aggirano su medie da ottobre più che da luglio, e di giorno non è che siano sempre 30-35 gradi ma 25- 30 al massimo. non so... attendo lo sviluppo degli eventi e prego perchè nella mia zona non grandini come ha fatto in zone mooolto vicine a me: tempesta grossa come uova, vedi te. certo il pensiero di Gianpaolo è interessante: in italia siamo presi indietro come le ruote del carro sulla viticoltura e sul cambiamento globale, e sarebbe ora che qualcuno facesse di più.

Rispondi
avatar

gabriele succi

circa 5 anni fa - Link

Mah... a sentire alcuni climatologi, si parlerebbe di ritorno ad una piccola era glaciale tipo quella 1500/1900... Questo sembrerebbe dovuto ad una scarsa attività solare (macchie solari presenti pochissime)... Chi vivrà vedrà (cit)...

Rispondi
avatar

Matteo Gallello

circa 5 anni fa - Link

Un po' di cronistoria: ci sono riferimenti su Porthos 10 e 13/14. L'argomento è stato affrontato in modo organico sul 29 ("Fermiamoci, l'emergenza del clima" di Francesca Mosele: httpv://www.porthos.it/index.php/la-rivista/porthos-29) e 32 ("L'approccio olistico - Intervista ad Adriano Mazzarella" del professor Paolillo, scaricabile in pdf qui: httpv://www.porthos.it/index.php/la-rivista/porthos-32/471-lapproccio-olistico-intervista-a-adriano-mazzarella). A Spoleto - Vini nel mondo 2008, Sandro fece una lunga intervista a Valentini. E poi ogni qual volta abbiamo modo di incontrarlo (vedi, ad aprile 2014, in occasione della verticale del Cerasuolo al Palmizio di Alba Adriatica) non risparmia mai aggiornamenti sulla questione.

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 5 anni fa - Link

Dai nostri dati aziendali delle vendemmie negli ultimi due secoli la data di raccolta si è spostata molte volte. Negli anni '20 e '30 del '900 era intorno a metà settembre, negli anni '60 e '70 era tra il 15 ed il 25 ottobre. L'800 è stato quasi tutto freddo, con un paio di anni (1884 e 1812) senza vendemmia per insufficiente maturazione. Non so se il riscaldamento globale esista o meno, ma so che le vigne più alte e più basse di Montalcino sono state varie volte abbandonate o ripiantate seguendo le variazioni del clima. Basta guardare le mappe del catasto per vederlo, al Museo della Comunità di Montalcino e del Brunello ci sono. Quello dei primi anni 2000 non è stato né il primo né il peggiore periodo caldo della Toscana, gli anni '30 erano molto peggio e anche gli anni '80. Che erano secchissimi, ad inizio decennio ci sono stati due anni quasi senza pioggia.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 5 anni fa - Link

io sono uno scettico per natura, e rifuggo dagli isterismi sul riscaldamento globale. In piu' non e' chiaro se questo sia di natura antropica o meno. Ci sono state altre epoche calde, al tempo dei romani si coltivava la vite fino in Scozia. Ma che sia di origine antropica o meno, i dati mostrano che un riscaldamento c'e', o meglio, c'e' un cambiamento climatico, che tende ad esasperare la variabilita'. Gregory Jones, climatologo della Oregon University, e produttore di vino, nella sua presentazione al simposio dei masters of wine a Firenze, ha fornito dei dati interessanti. Un sunto della sua relazione lo trovate qui. Il succo e': la tendenza esiste, e i viticoltori si devono preparare. Lo stiamo facendo qui in Italia? credo di no. http://www.thedrinksbusiness.com/2014/06/wine-producers-must-prepare-for-temperature-extremes/

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 5 anni fa - Link

Forse perché qui non serve più di tanto prepararsi. Ricordo un testo bellissimo sull'accastellamento nella'alto medioevo in Abruzzo, quando il clima era molto così caldo che c'erano abitati a quote dove oggi non è più possibile avere un'agricoltura. Quando sono arrivati gli anni freddi si sono limitati a spostare più in giù le coltivazioni, un poco per decennio. Così come le avevano spostate in sù, un po' per decennio, quando il tempo è divenuto più caldo. In Italia la vite è una coltura da collina, si sono già realizzati nuovi impianti più in alto e se farà più caldo andremo più su. Poi, quando tornerà il freddo, li faremo di nuovo giù in basso, dove oggi li stiamo togliendo. Francamente non credo che la fascia di media collina avrà molti cambiamenti, come sempre soffriranno quasi soltanto le zone già al "limite" per troppa o poca altitudine. E queste zone estreme non sono mai state adatte alla qualità. Vedo molto più esposta a sorprese sgradevoli l'Australia, che fa viticoltura in zone molto più uniformi per altitudine dove salire o scendere è spesso impossibile. PS incidentalmente questo è proprio il motivo per cui non credo ai cru e alle zonizzazioni; ogni parcella ottima lo è qui e ora, ma se cambia il clima ...... E, prima o poi, il clima cambia sempre.

Rispondi
avatar

Enrico

circa 5 anni fa - Link

Dall' articolo: "Pochi, penso, sono quelli che dubitano del cambiamento climatico. Semmai il punto è capire se ha origine antropica o meno". No. il 97% degli studi scientifici sostiene la tesi che il cambiamento climatico sia antropico. Ho messo direttamente il video e non solo il link perché troppo ben fatto. [ale]

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 5 anni fa - Link

a questo proposito puo' essere utile leggere questo sito (climate change pros - cons) che riporta le opposte tesi sull'argomento: http://climatechange.procon.org/#background

Rispondi
avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 5 anni fa - Link

Non vorrei far arrabbiare chi vede il climate change come una fede, ma buona parte di quel 97% è basato su quei dati falsificati che hanno dato tanto scandalo un paio di anni fa. Il prof. Franco Prodi, che non è certo un negazionista ed è ritenuto il miglior esperto del settore in Italia, ha di recente pubblicato un bello studio che mette molto in dubbio l'attendibilità dei modelli matematici su cui è basata la asserzione dell'influenza umana sul cambio di clima. Come ovunque hanno fatto molti altri ricercatori. Ed è un fatto che la paleoclimatologia ha documentato molti cambi climatici veloci e drammatici in periodi in cui l'influenza antropica non era possibile. Perché l'uomo ancora non c'era.

Rispondi
avatar

Paolo

circa 5 anni fa - Link

Tocchi un punto importante. Detto brevemente, più di uno studio, e quasi tutti gli articoli divulgativi riguardanti il tema, operano un pericoloso quanto fallace mischione: il trend climatico, e le _differenti_ conseguenze che questo ha sull'uomo. Hai ricordato sopra le variazioni passate (anche sulle alpi si è capito che in passato vi erano fiorenti comunità ove oggi vi sono si e no alpeggi). Quello che è indipendente dall'origine, antropica o meno, e dalle cause, CO2 o le schie kimike, sono le conseguenze molto complesse su un mondo fortemente antropizzato. Così come nell'agricoltura, nello spostamento della fascia desertica piuttosto che l'elevazione a nord della fascia temperata, non abbiamo chiara la tendenza su scala locale e continentale delle variazioni climatiche. Perché anche in agricoltura non è solo questione di temperatura media; vi sono anche il regime delle precipitazioni, delle correnti prevalenti, piuttosto che le modifiche delle tecniche colturali che a volte fanno parte dell'adattamento stesso alle modifiche climatiche.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.