Quanto il non individuare la provenienza di un vino può influenzare l’assaggio?

di Alessandro Morichetti

A cena con un paio di amici ho servito alla cieca un vino bianco senza premettere alcunché. Cieca totale e buio totale tra gli astanti. Borgogna base? Bordeaux bianco? No, ma vedrai che non è francese. Timorasso? Il vino, insolitamente piccante di solforosa nonostante il basso dosaggio, è stato abbastanza individuato come appartenente alla categoria bioqualcosa, ma non con certezza. L’apprezzamento è stato in generale medio-basso – e ci può stare – sebbene l’argomentazione a supporto potesse risultare un po’ il classico fallo di confusione. Della serie: mi stai sul cavolo ma non so esattamente perché. (Col rischio che conoscendoti meglio finisci per starmi simpatico). Annata? Forse 2013, 2012, 2011, chissà.

Il vino in questione era un Falerio dei Colli Ascolani 2014, probabilmente uno dei migliori: biologico, agricolo, semplice, rustico e spontaneo. Non esattamente un campione dei vini da degustazione ma con ogni probabilità un grande amico della tavola quotidiana ben fatta. Quando ho svelato provenienza, annata e uvaggio (trebbiano, pecorino, passerina) c’è stato giusto un minimo di sorpresa e lo capisco: trattasi di una delle denominazioni più affossate del mondo – in primis da chi la produce, avendo deciso di privilegiare i ben più rinomati Offida Passerina e Pecorino – e non si può pretendere che siano i forestieri a tesserne le lodi.

Questo episodio in realtà si presenta spesso al contrario, cioè sotto le mentite spoglie di un grande vino, di denominazione nobile, che invece di essere lodato raccoglie solo un tiepido consenso e qualche punto interrogativo. Salvo poi riprendere in mano il filo delle ipotetiche sospese e declinarlo verso un futuro luminoso una volta scoperta l’etichetta. In realtà, entrambi i casi sono assai frequenti, ma mentre il secondo rimane più impresso per il blasone del nome, è il primo a incuriosirmi di più perché spesso nasconde grandi scoperte.

Tenendo a mente questi due casi estremi, l’esperienza mi suggerisce alcune domande durante l’assaggio totalmente cieco. Anzitutto, sapere che potrebbe essere esattamente il caso di una delle due situazioni. Per evitare che succeda, mi pongo alcune domande partendo dal presupposto cardine: INDOVINARE il vino è l’ULTIMO dei miei interessi. Infatti è spesso il primo desiderio di chi assaggia alla cieca: sbagliando.

A me degustatore interessa fotografare il più nitidamente possibile la qualità del vino a prescindere dall’etichetta: quanto ne berrei? Quanto mi fa godere? Quanto mi sta intrigando con l’evoluzione nel bicchiere? A cosa lo potrei accompagnare per goderne al meglio? (Trovo anche erroneo chiedersi “Quanto lo pagherei?”: il prezzo è funzione di blasone, mercato ed ambizioni. Non solo della qualità). Solo poi, ad etichetta scoperta, ha senso valutare l’aderenza territoriale.

Solo a quel punto, solo capito realmente quanto un vino mi piace e convince a prescindere da nome ed etichetta, posso essere curioso di capire di cosa si tratti.

Perché, ricordiamolo, indovinare alla cieca ha più a che fare con l’arte del circo che non con l’arte di capire un vino. Ha più a che fare con memoria, allenamento e giocoleria che non con il sano mestiere di fare informazione sul vino.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

7 Commenti

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Alberto

circa 4 anni fa - Link

Una curiosità sulla degustazione totalmente alla cieca: ha senso valutare un vino senza inquadrarlo in un contesto? Mi spiego meglio e ragiono per assurdo... supponiamo di trovarci di fronte ad un fiano che mostri (alla cieca) caratteristiche per essere un grande sauvignon... sarebbe lo stesso un grande fiano? A mio avviso no...

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Riccardo

circa 4 anni fa - Link

Per Alberto. Mi sembra che la domanda posta dall'articolo sia: "quanto siamo influenzati dal l'etichetta quando assaggiamo un vino?" Nell'esempio che lei propone, dovrebbe chiedersi se quel vino le piace e perché, se lo riacquisterebbe oppure no. Se poi un fiano si "traveste" da grande Sauvignon, eviteremo di considerarlo un rappresentante tipico della sua categoria. Ma sempre un bel vino rimane.

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MG

circa 4 anni fa - Link

Non hai messo il nome ma da come l'hai descritto deve essere il ******* 2014 di ****** :D scusate lo spoiler! Eh ma se non l'ho scritto c'è un motivo e qui siamo così schifosamente puliti che editiamo pure i commentatori troppo informati sui fatti :) [s]

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il chiaro

circa 4 anni fa - Link

un'obiezione sulla domanda "quanto lo pagherei?": imho è una domanda sensata e che grida "il re è nudo" spessissimo quando togliendo la stagnola alla bottiglia salta fuori il nome iperblasonato al quale, in cieca, siamo disposti a concedere cifre decisamente inferiori a quelle richieste dal mercato. E' utile perché dovrebbe riportare noi bevitori con i piedi per terra (e magari sul lungo periodo anche qualche azienda) e a reintrodurre il famigerato Q/P con Q > 80 punti (altrimenti Tavernello spezza le reni a chiunque :-D )

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Alessandro Morichetti

circa 4 anni fa - Link

Faccio il mercante di vini, certo che è sensata. Però abbastanza scollegata dalla qualità in sé. Il prezzo, come scritto, è anche funzione di blasone e scarsità relativa ed esattamente quello serve a ripagare. Se di un vino ce ne sono mille bt e la richiesta è di 100.000... In altre parole, a parità di bontà, il vino con più blasone e più scarso potrebbe anche costare di più. Cosa che non vale per il Tavernello :)

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Stefano Cinelli Colombini

circa 4 anni fa - Link

Al di là dei tanti giochini tra produttori che fanno parte della mitologia del vino (ho sostituito vino e annata al giornalista/enologo/iperesperto blasonato e non ne è accorto, etc. etc.) esiste un dato oggettivo e incontrovertibile; o il vino è cultura, e allora la componente di mito, ambiente, e territorio ha un valore, oppure è solo un liquido rosso a bassa percentuale alcolica di varia gradevolezza. Nella prima ipotesi il piccolo, frammentato e antiquato mondo enologico italiano ha un futuro, nella seconda no perché sarà travolto dai prodotti a costi inarrivabilmente bassi del terzo mondo. In fondo è lo stesso dibattito di "la cultura mica si mangia" o "ma a che cavolo serve quella torre antiquata dove potremmo fare un bell'ipermercato".

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Alessandro Morichetti

circa 4 anni fa - Link

Segnalo a margine anche questo post di Fabio Rizzari, che sviluppa con altre argomentazioni e buon anticipo (è datato 2010) concetti simili. Lettura utilissima fin giù ai commenti: "L'enigma del '96".

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