Franza o Spagna, pur che se magna. Touraine e Rioja, internazionalismo al Pig’s Ear di Dublino

di Fiorenzo Sartore

Qualche giorno prima di una veloce vacanza in Irlanda leggo su Passione Gourmet di un ristorante a Dublino e penso: il mondo mi manda segnali. PG è il (mio) miglior gastro blog, il blog di recensioni di ristoranti che consulto con maggior voluttà: avendo poca frequentazione dei risto recensiti, lo leggo col piacere che deriva dallo squadernamento di un ambito laterale al settore wine. Per una questione di inclinazione o pigrizia sono scarsamente gastro, e ammiro la competenza di PG. Succede quindi che un po’ di giorni fa sono a passeggio per Dublino, tra un museo e un altro, e transito all’ora di pranzo a pochi passi da Nassau Street. Non ho prenotato, come il peggiore dei clienti possibili, ma mi trovo per caso lì e dico: è un altro segno del destino, ho fame (abbiamo fame, sono con la famiglianza), e allora entriamo. Sono nel consueto look da barbone, bermuda e zainetto, quelli non fanno un plissé e gentilissimamente ci fanno accomodare ad un bel tavolo centrale. Servizio perfetto fin dall’inizio.

Leggendo Passione Gourmet c’è stato un tempo nel quale pensavo avessero un’attitudine wine un po’ scostante: quei recensori sono in gradi di spaccare il capello in quattro parlando di un solo ingrediente, ma quando si tratta di dire che vino hanno bevuto a volte piazzano un’immagine del solito Dom Pérignon, e tanto basta. Come a dire: sì, abbiamo bevuto anche decentemente, ma è marginale. Ho smesso di pensare che questo sia un limite di voi gastro blogger: in realtà va bene così. Se non altro perché è speculare al mio svacco foodie, quindi se perdono me stesso il minimo che posso fare è perdonare voi. Per tutto il resto c’è il uebbe due punto zero, c’è la wikizzazione della conoscenza, per cui se qualcuno non copre lo scibile su un determinato argomento, arriverà probabilmente un altro a completare il lavoro.

Molto immodestamente eccomi qua a parlarvi di cosa ho incidentalmente bevuto a The Pig’s Ear, Dublino. In attesa che qualcun altro integri e migliori quanto scrivo (è il uebbe due punto zero, non fatemi rispiegare sempre il concetto, ormai lo dovreste sapere).

Dunque date le premesse improntate al disimpegno e allo stacco-del-cervello vacanziero, mi siedo a tavola senza grandi idee su cosa bere. Classicamente in questi casi si beve a bicchiere: penso che un bicchiere accompagnerà decentemente il pranzo veloce, e dato che la prima proposta che trovo è un bianco a base sauvignon scelgo quello in automatico.

Touraine Cuvee Bredif Sauvignon Blanc 2012 – Euro 7,95 a bicchiere.
Ma che diamine? Avevo appena pensato che non avevo voglia di pensare, e questo Touraine mi sveglia all’improvviso. I sauvignon fatti a questa maniera per me sono la quadratura del cerchio, la pietra filosofale, la bacchetta magica (basta, ho finito). Fossi io il sommelier di Pig’s Ear avrei voluto scegliere esattamente questo vino: ampio nei profumi ma senza l’invadenza olfattiva dei sauvignon troppo estroversi (avete presente: quella nota di foglia di pomodoro al naso che ridonda). Qui c’è senz’altro il richiamo erbaceo ma sfilato in un’eleganza ammirevole. La bocca segue a ruota, è vivido e croccante senza flettere o gigioneggiare. Insomma un vino perfetto per chiunque? Parrebbe. Ridesta l’enofilo e accondiscende l’enodistratto (tipo slogan). Qualche giorno dopo leggerò la velata critica di Emanuele alla fenomenologia del sauvignon internazionale, e ripensando al Touraine di Dublino dico a me stesso: ma avercene, a secchi (scusa Ema).

Rioja Rondan Crianza Tempranillo 2010 – Euro 8,95 a bicchiere.
Quindi era inevitabile che con l’agnello volessi provare un rosso. Ormai ero ritornato felicemente nel tunnel. La lunga cottura a bassa temperatura (oddio ho scritto davvero una cosa così? Ho meraviglia di me stesso) rendeva la carne di una tenerezza celestiale, con la parte superiore croccante: una specie di delirio dei sensi. Insomma, che bevo? La scelta cade sul tempranillo spagnolo, che sarà un vitigno meno internazionalista ma qui è declinato in modo lib-lab: pare spagnolo, ma anche toscano, ma anche altro. Il terroirista qui andrebbe un po’ in acido, siete avvisati. Quanto a me, la proposta a bicchiere di Pig’s Ear tira fuori il coniglio dal cilindro, con un rosso fitto e profondo, corroborante e intenso, ugualmente facile da bere e appagante, dai tannini soffici. Internazionale con sentimento, potrei dire.

Se avete letto la recensione di Passione Gourmet, noterete che appare critica solo riguardo alla carta dei vini: “si potrebbe fare molto di più”. Su questo mi sentirei di essere meno severo. Certo la carta (circa 70 etichette) non è un tomo del genere Book of Kells, ma appunto in questa leggiadria della proposta ho visto un pregio. Per esempio le griffe non sono esattamente déjà vu: il bicchiere di Champagne (Euro 14,95) è quello di Nicolas Feuillatte (uno grosso, certo). I vini sono suddivisi per tipologie con una breve descrizione, che rende discretamente friendly la lettura:

Crisp Fresh Dry & Invigorating White Wines – Designed to get the juices flowing, these wines are palate awakening and eye opening. A lovely accompaniment for fish and lighter dishes on the menu

Smooth Medium Bodied White Wines – This style of wine is infinitely adaptable, it goes with a wide range of different dishes

Rich Full Bodied White Wines – Opulent is how I would characterise the wines in this section of our list. These wines have flavours and textures which are round, ripe and satisfying

Light Fruity Red Wines – The type of wines you will find served by the carafe in a French cafe or an Italian trattoria. For those who prefer their wines to be soft and fruity

Smooth, Medium Bodied Red Wines – I consider these wines to be food friendly wines and delicious with most types of meat dishes

Rich, Full Bodied Red Wines – Wines in this category work particularly well with strong flavoured dishes

Normalmente quando sono fuori dal confine patrio e leggo una carta cerco subito gli italiani che hanno, per farmi un’idea. Il bianco italico al bicchiere è un pinot grigio (ci mancherebbe), ma è quello di Elena Walch. Come rosso propone il Valpolicella di Antolini. Altri italiani in lista: Prosecco Drusian, La Raia (Gavi bio), Barolo di Stroppiana. E certo, c’è anche Rocca di Frassinello e Castellare di Castellina. La carta dei vini di Pig’s Ear è snella e scattante, è ambidestra nella giusta misura mercantile, non è respingente, concede parecchio godimento, e insomma è stato tutto molto bello.

Extra bonus: la loro esecuzione dell’Irish Coffee è stato il degno finale amoroso e amorevole. Non so come si fa il cuoricino, ma fate finta che ce l’ho messo.
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Annotazione dell’acculturato da wikipedia: “Franza o Spagna pur che se magna” è una frase attribuita al Guicciardini, che nel 1500 riuscì ad essere ambasciatore di Firenze in Spagna, per poi passare ai francesi, nemici degli spagnoli. Per me è diventato sinonimo di “non importa da che parte stare, l’importante è godere”.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

6 Commenti

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Francesco Garzon

circa 6 anni fa - Link

Sempre spassoso, e con competenza !

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

E insomma è stato tutto molto bello. Anche leggerlo.

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carolain cats

circa 6 anni fa - Link

caro fiore, bello tutto! mi auguro però che tu ti sia bevuto anche un bel pò di pinte di guinnes :)

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Fiorenzo Sartore

circa 6 anni fa - Link

Cara, se tu usassi feissbucc, vedresti che la quantita' di Guinness che ho asciugato è superiore solo alle pic di boccali che ho condiviso :D

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carolain cats

circa 6 anni fa - Link

caro, non uso più feissbuck per restare stupita quando qualcuno mi dice che ha asciugato l'irlanda :) ti auguro buone ferie eh!baci

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Antonio Radici

circa 6 anni fa - Link

Ma sei ancora qui? :)

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