Ovada Docg, il Dolcetto outsider alla ricerca della sua dimensione

Ovada Docg, il Dolcetto outsider alla ricerca della sua dimensione

di Pietro Stara

Dalla fine. Ci sono dei racconti che devono iniziare per forza dalla fine perché, nel caso contrario, si intuirebbe soltanto a malapena il senso del discorso. Sono le 17,05 e ci troviamo nelle profondità della cantina della Cascina Boccaccio quando Roberto, il proprietario, assieme a Paolo di ‘Rocco di Carpeneto’, mi versa l’ultimo dei vini in degustazione: un Ovada, a quel tempo solo superiore, della Cascina la Signorina: Bocassa 2007 (*). Una storia al singolare come se ne trovano molte da quelle parti. Ma non c’è tempo per il racconto. Il treno parte da Ovada alle 17.37. Lo faccio scivolare di fretta, come quei biglietti che bisogna timbrare per forza subito prima di scapicollarsi sul treno. Compiutamente pronto, tannini sapientemente levigati: emerge la polpa matura dei frutti rossi. L’acidità sostiene l’impalcatura in maniera egregia, senza sbavature o eccessi. E’ da tutta la degustazione che lo penso. Ma pure da prima, da quando, almeno per me, il dolcetto è sinonimo del Dogliani. E’ un vino da invecchiamento, poche balle. D’accordo, lo so, il dolcetto lo si può bere fresco, pronto, con un accenno di frutto: buono pure lui. Poi dipende dalle zone. Ma certo ancora. Poi varia pure da cosa si ha voglia di trangugiare. Ma come no! Non discuto su nulla. Dico solo che se le uve dolcetto si portano a compimento, senza troppe forzature, senza estrazioni farlocche o spremiture condizionate, senza aspirazioni acquose o gradazioni pompate, sono di lunga durata. E quello Ovadese se non come gli altri, pure di più. Non sono contento e, una volta tornato  a casa, mi cerco Soldati di “Vino al vino”. E rileggo lo scrittore che da quelle parti ci bazzicava, se non altro per motivi di famiglia, anche se solo qualche collina più in là. Siamo nell’autunno del 1975 e Mario Soldati va a trovare un dottore in Farmacia, un tal Giuseppe Ratto, che al tempo lavora per ventiquattr’ore tutte di fila alla farmacia Pescetto, aperta giorno e notte, proprio in una piazzetta antistante a quella più grande alla Stazione di Genova Principe. Ogni genovese di nascita o d’adozione che si rispetti, in casi più o meno emergenziali, la frequenta tuttora, e io con loro. Il resto del tempo il dottor Ratto lo usa a piantar viti e a fare il vino. Nel ’75 solo da un paio d’anni; un giovane produttore insomma. Soldati va da Pino e assaggia i suoi dolcetti: uno del ’74 superiore, a 13 gradi; l’altro del ’75, comune, a 11 gradi. “Mi piace moltissimo, lo trovo un po’ duro, ma stranamente vivo e gustoso”. E la pagina precedente scrive: “Il vitigno è lo stesso del Dolcetto delle Langhe, e il vitigno lo si distingue dal maggior profumo, maggiore gradazione, maggiore densità e una maggiore possibilità di invecchiamento”. Ora sto un po’ meglio, anche per quello che Soldati dice a proposito della sua visita nell’Ovadese: “Non è strano che io riconosca finalmente il vecchio Piemonte in un paese ai confini con la Liguria e dopo essermi ricordato di un vino che è ‘piemontese di Liguria’?”

Dal principio. Al mattino sono con Paolo nella sua, e di Lidia, azienda ‘Rocco di Carpeneto’ assieme a Marco di ‘Forti del Vento’. Dopo un breve giro per le vigne intorno all’azienda, dove si congiungono le terre bianche, composte di marne arenacee e calcaree del Miocene e le terre rosse ricche, oltreché di argilla e limo, di ossidi di ferro e magnesio, inizia il racconto. L’Ovadese gode di una biodiversità che molte zone mono-colturali hanno perso da tempo: il bosco si è rimangiato parte delle zone viticole, estirpate a volte con criterio, come racconta Marco, altre alla bell’e meglio e quindi portatrici potenziali ed effettive di malattie di ogni sorta: “E’ inutile che la gente si arrabbi con la Regione Piemonte perché ha fatto o non ha fatto questo e quello. Il primo devi essere tu: se ti trovi in vigna una pianta malata devi estirparla e lo devi fare bene”. E da quelle parti l’occhio vigile del vignaiolo presta un’attenzione di riguardo alla flavescenza dorata.

Il Consorzio di Ovada Docg, nato soltanto nel 2013, conta al suo interno una ventina di cantine, e una in più, su un totale del doppio dedite alla produzione dell’Ovada qualche anno fa solo Superiore e oggi anche “Ovada”; ma se si vuole pure “Ovada” e “Riserva”, quando lo si spinge oltre i 24 mesi di invecchiamento; oppure “Ovada” e “Vigna” quando viene da un sola vigna il cui toponimo sia stato riconosciuto e certificato. Ed entrambe, ossia “Riserva” e “Vigna” qualora sussistano ambedue le condizioni.

Di obiettivi fondamentali il Consorzio ne ha sostanzialmente due, da cui, a cascata, si snodano pratiche condivise, strumenti collaudati o da mettere a punto e forme aggregative in via di sperimentazione:

1. Portare alla conoscenza pubblica una zona, come quella di Ovada, attualmente, per usare le parole di Paolo, “non pervenuta”.

2. Creare una rappresentanza, attraverso il Consorzio, del Dolcetto di Ovada di qualità superiore, che sia in grado di  fare da traino anche per quello Doc.

E stiamo parando di una produzione complessiva, a dir il vero, molto piccola: nemmeno un milione di bottiglie per la Doc e circa 100.000 per la Docg. Da qui parte uno dei primi errori della zona: quella di pensarsi come quando la provincia alessandrina era la prima provincia viticola del Regno, cioè belli grossi e grassi, ma anche solo come i cugini dirimpettai del Gavi odierno, e poi produrre un numero assai limitato di bottiglie. Questa distorsione prospettica e introspettiva, da grandeur ai confini della Savoia, ha portato nel tempo a concentrare l’intera produzione sul dolcetto comune, di pronta beva, di scarsa qualità e di anonimato percettivo. Per lo più e non per lo meno. Tra l’altro in una zona dove non vi sono state realtà trainanti di grosso calibro, cantine sociali o altro, né figure carismatiche in grado di fare da collante e propulsore. Pino Ratto direte voi. Sì lo è stato, ma più per sé che per gli altri. Il caratteraccio dicono da queste parti, ma non solo quello di Pino, quello di tutti.

Puntare in alto, per i consorziati della denominazione superiore, significa fare una serie di cose come, ad esempio, confrontarsi. Hanno deciso che, una volta l’anno (che diventerà dal prossimo ogni sei mesi) tutti i produttori si scambieranno pareri tra di loro e con una commissione esterna, alla cieca, sui vini prodotti. Si temeva un rigurgito di orgoglio, che fortunatamente non c’è stato. Hanno anche scelto di non usare commissioni esterne di zona perché troppo fedeli ad una visione stereotipata e consolidata del Dolcetto di Ovada. Ma i vignaioli ovadesi fanno pure di più: decidono che quelle classifiche siano rese pubbliche. Al  limite del masochistico per qualche produttore, ma di una trasparenza direi cristallina. Non priva di contraddizioni, come tutto ciò che non si vede e di  cui non si parla, ma speriamo che duri.

Con lo stesso spirito hanno proposto ai ristoratori locali un menù “Ovada”, che abbia un prezzo minimo a salire (30 euro) e che comprenda una bottiglia di Ovada Superiore. Indipendentemente dal prezzo della bottiglia. Ogni ristoratore dovrà avere, nella propria carta dei vini, almeno dieci referenze di Ovada docg. L’anno scorso sono partiti in cinque, oggi si trovano in undici e prossimamente chissà. Ma il menù viene discusso e concordato con gli stessi produttori: per capirci niente paella. Accennavo del prezzo: un po’ ne abbiamo parlato. Paolo mi conferma che sugli Ovada Docg ci sono variabili che vanno tra i quattro e i tredici euro e fischia. E aggiunge che “non va bene perché è come ci si rivolgesse da una parte, e in maniera esclusiva, al mercato interno che, indipendentemente dalla qualità, non è disponibile a pagare più di tanto i propri dolcetto”. A prescindere, visto che Totò è tornato di moda. “Dall’altra” – continua – “quando lo portiamo fuori la percezione di un prezzo troppo basso va direttamente a colpire l’immaginario sulla qualità. Dovremmo stare in una forbice tra i 7 e i 12/13 euro”. Capitoliamo di rimando al prezzo ‘sorgente’ e Marco, che ne è un acerrimo avversario, mi dice che in cantina bisognerebbe fare un prezzo leggermente più basso, ma non troppo di più, di quello che esce in enoteca. Non approfondiamo, ma capisco che ‘il quanto’ è tema ancora molto caldo nel dibattito interno: solo in rari casi i soldi parlano soltanto di loro stessi.

Se il confronto anche tra pratiche, e ricordo qui che molti sono in conversione al biologico tra quelli che già lo sono, è la base di una condivisione comune, è soltanto al di fuori del proprio territorio che vi sono speranze di vita e di prosperità. Alcuni consorziati si sono buttati a testa bassa nelle fiere: in quelle dove si può, in quanti si può e quando si riesce. “Ma quando andate alle fiere con che annate vi presentate?”- chiedo tra una chiacchiera e un’altra. “Puntiamo a due” – mi dicono Paolo e Marco – “questa sarebbe l’idea. Anche perché, come avrai capito, qui ognuno esce con annate diverse a seconda dell’idea che ha del proprio dolcetto e delle diverse tipologie di produzione. Poi quelli molto piccoli non escono neppure tutti gli anni con l’Ovada. Di per sé non è sbagliato, ma così non riusciamo a fornire una comune visione delle annate”.

Anche le iper-bistrattate, a parole, guide sono oggetto particolare delle loro attenzioni: inviano loro i campioni, pure in splendida autonomia, e non come prima tantochissenefrega “non ci recensiranno mai”, o, al peggio, “non abbiamo bisogno di recensioni tanto il vino lo beviamo tra di noi e quello che avanza lo schiaffiamo nel dolcetto del Monferrato di qualche imbottigliatore di Forlì” (è il primo comune che mi è venuto in mente ma non ha alcuna attinenza con la realtà). Guide, reti, blogger – “tu ad esempio”, presenze sul territorio: prima quelli de l’Espresso; tra poco quelli di Doctor Wine. Ma anche ad Ovada, nella città/campagna, si sono accorti che le cose stanno cambiando: è partita la scuola superiore di Agraria. Pensavano di non riuscire a fare neppure una classe e ora ne hanno riempite ben due.

Pausa pranzo. Mangiamo al “Moro” di Capriata d’Orba. Il cibo è eccellente e il menu spazia immancabilmente oltre confine: carne cruda di fassone al coltello; tonno di coniglio di cascina; falda di peperone alla griglia con acciughe fresche per gli antipasti. Gli agnolotti si chiamano agnolotti alla piemontese e vengono fatti al tocco, come si dice e si fa in Liguria, nel vino o a ‘culo nudo’ (senza condimento). Poi fanno il risotto ai fiori zucchini al Beigua (monte che sorge tra le  province di Savona e di Genova), pasta integrale con trafila al bronzo con pomodoro a cubetti e acciughe fresche e i corzetti, che più liguri non si può, con pinoli e maggiorana. Anche i secondi rispecchiano una tradizione a cavallo: dalle tagliate, guancini e salamini di vacca alla griglia si passa alla cima con salsa al basilico, allo stoccafisso in umido in versione insalata e via discorrendo. Il tutto accompagnato da due Ovada Docg, di cui non ricordo molto. Poi mi dicono che sono produttori fuori dal consorzio. Secondo me lo hanno fatto apposta.

Gli assaggi che mi son piaciuti di più in ordine di apparizione, ovvero così come mi sono stati serviti. Mi dirigo con Roberto presso la sua cascina ai bordi di Tagliolo Monferrato. Prima di inabissarmi in cantina per gli assaggi, salutata sua moglie, ho il piacere di stringere la mano alla nonna (di lei) di 101 anni. Roberto mi dice che il suo mezzo bicchiere se lo fa tutti i pasti. E io gli credo. La nonna mi saluta con alcune frasi di rito con un accento del posto. Ma le parole sono schiettamente liguri.

 1) Cascina Boccaccio, e… Celso, Ovada 2013. Non è un refuso, ma la fantasia smisurata del produttore: si chiama proprio così ‘e… Celso’, perché prima di lui c’è ‘Celso’ il Doc. I due terzi in botte di rovere francese da 5 hl e 1/3 in vasche di cemento per dodici mesi. Qua le marne si tuffano nel frutto, nobilitandolo. Tannini in un lungo divenire e freschezza corroborante.

2) Rocco di Carpeneto, Losna, Ovada 2013. In dialetto locale carpenetese dell’800, ma pure in tutto il resto del Piemonte, losna significa ‘il lampo del fulmine’. Rese molto basse per due vigneti, Gaggero e Vicario, con viti che vanno dai 45 ai 10 anni. Lieviti selvaggi come i proprietari. Fermentazioni in acciaio, con macerazioni molto lunghe. Si evolve in botti diverse, tonneaux di diversa capacità e barrique già passate. Come si usa dire “un nome, un programma”. Nella mitologia etrusca la Losna è la divinità della Luna collegata al mare e alle maree: il vento sapido del sud accarezza i vitigni. Dopo la losna, il trun, il tuono. Poi si apre, lascia spazio alla quiete. Vengono fuori i raggi del sole. Bere da dopodomani alla vecchiaia, se non la propria almeno quella di un parente caro.

3) I Pola, Orchestra, Ovada 2013. Cremolino. Qui tutto è in acciaio: fermentazione e maturazione. E sei mesi in bottiglia. Dolcetto meno complesso, ma mai banale. Frutto più diretto e maggiorente espressivo soprattutto nel finale. Acidità da urlo.

4) Cascina Gentile, Ovada, Ovada 2013. Ai confini del Gavi. Un vino di poche parole, inizialmente timido e chiuso come Daniele. Viene fuori lentamente: dall’acciaio alle barrique di secondo e terzo passaggio senza filtrazioni, chiarifiche e stabilizzazioni. Solo il tempo è un gran signore. Intenso e impenetrabile accoglie more, amarene e liquirizia.

5) Ca’ del Bric, Conte di Gelves, Ovada 2012. Montaldo Bormida. Et voilà si balza all’indietro. Produzione rigorosamente biologica, come altre che non ho menzionato, si giova di una felice persistenza nel ritorno a casa di un bergamasco nella terra dove i bisnonni furono mezzadri. Ipogeo come la grotta sotto la collina scavata nel tufo che serviva per produrre il vino. Senza solfiti aggiunti, alberga nel legno.

6) Castello di Grillano, Gherlan, Ovada 2012. Macerazioni di sette giorni con rimontaggi. Travasi ed evoluzione in botte grande per 12 mesi o più. Sosta in bottiglia. Leggera riduzione al naso e poi bam! si apre a more, prugne, ribes nero, pepe nero e mandorla.

7) Tenuta Elena, Ovada, Ovada 2012. Cassinelle. Matura in botti di legno da 225 e 500 litri dai 12 ai 18 mesi. Altri  tre mesi in bottiglia. Un altro bergamasco che scese in terra d’Ovada. Frutto ampio e bella persistenza, così mi appuntai.

8) Casa Wallace, Ovada, Ovada 2011. Acqui Terme, un po’ prima. Cremolino. Silenzio. Parla la biodinamica. Macerazione e fermentazione in tini di rovere francese: spontanea senza lieviti aggiunti. Follature durante la fermentazione alcolica. Malolattica e maturazione in barriques e tonneaux di rovere francese. Batonnage durante la fermentazione. Un pizzico di solforosa. Doppio salto carpiato al 2011. Energia dinamizzata in bocca, note di bosco e di sottobosco, animali compresi. Lunghezza elegante e raffinata.

9) Forti del Vento, Ottotori, Ovada 2010. In acciaio inox, con una durata variabile da due a tre settimane con rimontaggi e delestage. Successivo mantenimento sulle fecce fini per sei mesi. Un anno in tonneaux di rovere. Assemblaggio variabile tra botti nuove e usate. I frutti maturi si tingono di evoluzione carnosa, polpa e giocosità. E quelle argille che donano colore intenso, finezza e sfacciataggine si beano nella sapida brezza marina di lillà.

10) Ghio, Vigna L’Arciprete, Ovada Riserva 2009. Bosio. Due più due: di legno piccolo e di bottiglia. Almeno. E’ ottenuto da una varietà di dolcetto dal peduncolo rosso denominata nibiö. Vino impensabile con insalata, torta di riso e squali. Appena raccomandabile per paste con sughi al ragù. Si ragiona con brasati, stracotti e carni lungamente arrostite. Cinghiali. Alcol che spinge. Buona rotondità e tannini ben levigati. Evoluzioni. Perfetto per una domenica invernale a pranzo a cui segue un meritato pisolino pomeridiano.

Si è fatto tardi, sono le 17.05 e devo andare a prendere il  treno.

(*) Update: Ci era stato erroneamente comunicato che Bocassa non veniva più prodotto. Ce ne scusiamo con Alberto Montagna, proprietario dell’azienda agricola La Signorina, il vino è ancora in produzione.

Immagini: Cascina Boccaccio, Rocco di Carpeneto, Forti del Vento.

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

12 Commenti

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Michele A. Fino

circa 2 anni fa - Link

Delizioso Pietro Stara!

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lidia carbonetti

circa 2 anni fa - Link

questo di Pietro, che ringrazio tantissimo per l'inesausta passione e per la competenza sempre ravvivata da una scrittura mai scontata, è senz'altro uno dei più bei pezzi che abbiano sin qui accompagnato l'avventura del nostro Consorzio, questa piccola rivoluzione che l'onda nuova dei produttori ovadesi sta determinando in una zona assopitasi..grazie, e torna a trovarci presto!

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Roberto

circa 2 anni fa - Link

Grazie pietro e un caro saluto anche da parte della nonna Angiolina! a presto ;-)

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Tomaso

circa 2 anni fa - Link

Caro Pietro, non ti conosco ma già mi stai simpatico per il trasporto con cui ti leggo scrivere della terra e del vino che scorre nelle nostre vene. Grazie per esserci venuti a trovare e spero di poterti stringere la mano presto. Il nostro territorio, noi ed il nostro consorzio rigraziano tutti :-) Un caro saluto, Tomaso

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Maurizio Rosso

circa 2 anni fa - Link

Piero scrive benissimo, complimenti. Purtroppo il suo lungo articolo non fa che rafforzare in me (produttore innamorato del Dolcetto) l'esperienza quotidiana di un vino che la maggior parte del mondo non capisce e che si dimena scompostamente in una selva di nomi e di appellazioni costruendo con italica caparbietà il suo lento ma inesorabile suicidio. Maurizio Rosso

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lidia carbonetti

circa 2 anni fa - Link

@maurizio rosso, è vero che le denominazioni del dolcetto sono troppe, frutto di una sconclusionata logica localistico-politico-associativa..ma credo sia importante non abbandonarsi a scoramenti, e recuperare fiducia in ciò che si fa, e nella capacità di incidere..troppo spesso si vede in Piemonte il prevalere di certa -atavica- rassegnazione..

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ziliovino

circa 2 anni fa - Link

Si sa che fine hanno fatto i vigneti di Pino Ratto?

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Fiorenzo Sartore

circa 2 anni fa - Link

non bene, direi. c'e' questo bel pezzo di agosto su porthos: http://www.porthos.it/il-blog/vite-in-viaggio/937-7-luglio-ovada-da-una-parte-all-altra-del-fiume

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Pietro Stara

circa 2 anni fa - Link

Qui il bel reportage/intervista porthosiano curato da Davide: http://www.porthos.it/il-blog/vite-in-viaggio/937-7-luglio-ovada-da-una-parte-all-altra-del-fiume

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Luca Miraglia

circa 2 anni fa - Link

Doveroso, nel post, il ricordo di Pino Ratto, poeta dell'Ovada, le cui indimenticabili bottiglie, portate alla ribalta da Mario Soldati, sono ormai introvabili. I suoi due crus, "Le Olive" e "Gli Scarsi", avevano caratteristiche del tutto differenti tra loro, ma entrambi i vini mostravano grandi potenzialità di invecchiamento, oltre a manifestare una pienezza gusto-olfattiva che sfocia nell'emozione pura. Purtroppo gli ultimi anni di vita del farmacista/musicista/vignaiolo non sono stati felici, e le notizie sulla situazione dei suoi mitici crus sono scarse ed imprecise. Mi risulta che uno dei due appezzamenti sia stato rilevato da altri vignaioli, mentre il secondo pare sia nell'abbandono assoluto. Mi associo anche io, perciò, alla richiesta di informazioni in merito, e sollecito qualcuno dei vignaioli del Consorzio ad attivarsi per dare nuova vita alle vigne del maestro.

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lidia carbonetti

circa 2 anni fa - Link

luca miraglia, le Olive sono di nuovo attive, con una nuova proprietà..quanto agli Scarsi, confermo, sono in stato di abbandono -il problema è che in vendita a corpo c'è anche la vecchia casa..stiamo comunque seguendo la situazione (abbiamo portato noi Davide Vanni di Porthos in pellegrinaggio lì), non è detta l'ultima parola..

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pietro Caccia Dominioni

circa 2 anni fa - Link

buongiorno informarvi sulla situazione delle vigne di Pino Ratto. Gli Scarsi sono ormai quasi del tutto persi, io con le mie sorelle innamorati dei vini edelle vigne di Pino abbiamo comprato Le Olive dallo stesso Pino ormai 5 anni fa e con un duro lavoro e con un importante investimento siamo riusciti a salvare la vigna con le sue piante e con la pazienza siamo tornati in produzione con l'annata 2013 che ha ottenuto un ottimo successo ed è andata già tutta esaurita questo grazie all'ottimo lavoro fatto da Pino e dalla sua erede in cantina Annalysa Rossi Contini che oggi dopo aver aiutato Pino ed aver imparato da lui i segreti per fare un gran vino aiuta noi. Per maggiori informazioni vi invito a vedere il nostro sito Lavignadeicaccia.it

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