Nove vini rigorosamente alla cieca e un tema comune: “Come eravamo”

di Alice in Wonderland

Dopo la serata ‘Circolo Anziani’ e quella ‘Gioventù Bruciata’, il gioco da tavola stavolta si fa più hard. Potrebbe fregiarsi del titolo di “Cronaca di una morte annunciata” o di quello, vagamente nostalgico, di “Come eravamo”, o forse psicanalitico: “Se oggi sono così. Rielaborare il passato per guardare fiduciosi al futuro”. Invece, all’unanimità, la scelta del nome cade su un aspetto più immediato ed esistenziale, criticamente esplicativo, lampante nella sua crudezza.

“La Disgustazione”, rigorosamente alla cieca, si svolge in una fredda serata di gennaio, al cospetto di qualche chilo di spalla di suino fatta rilassare al calidarium per una giornata intera, sfilacciata dopo opportuno scrub, avvolta nel suo morbido panino al sesamo d’ordinanza e spinta all’immancabile amplesso con uno dei suoi amanti preferiti: insalata Coleslaw. Termina il trattamento una doccia emozionale di salsa barbecue.

Vino numero uno. Zafferano, gasolio, gelsomino, bocca rotonda d’olio di tonno e al contempo salata di mare e lievemente dolceamara di frutta disidratata. E’ equilibrato e piacevole e il crachoir resta pulito di lavastoviglie. Sorge il dubbio che si tratti di un errore, sembra un vino molto poco adatto a una disgustazione che si rispetti. Fuoco alle polveri e si spara, corredando le intuizioni di fantasiose spiegazioni. Si spazia da Langhe bianco a Viña Gravonia e intanto la bottiglia se la ride sotto la sua lucida stagnola.
Stupore e coro di oooooh: Capitel Croce 2006 – Anselmi, garganega in purezza. Trenta secondi di silenzio. E un ringraziamento a chi l’aveva dimenticato in cantina.

Vino numero due. E’ sicuramente d’oltreconfine e, altrettanto certamente, un vino naturale, dice. E’ un giovane vecchio. Queste le adamantine certezze con cui viene accolta la seconda bottiglia. Zabaione, chiara d’uovo, pesca sciroppata, albicocca disidratata, una certa pesante immobilità come da calo di palpebra postprandiale. Bocca in cui si rincorrono allegramente festosi girotondi di tannini ellagici in gita scolastica. Alcool un po’ ubriaco. Chardonnay 2007 – Planeta. Ora sì che si comincia a ragionare, si intuisce dal crachoir.

Vino numero tre. Questo è un lambrusco andato a male. Questo è un vino di stampo inconfondibilmente cotarelliano. Da collocare in zona Umbria/Lazio. Anche in questo caso la diagnosi sembra non ammettere dubbi. Noci, fichi, zucchero filato, cioccolato in tazza Ciobar, tanto legno che si arrampica dalla bocca al naso e poi fa lo scivolo a ritroso, e si arrampica di nuovo e non c’è modo di farlo stancare. In bocca offre a tutti gli astanti una sensazione piuttosto uniforme: cartone, carta vetrata, lingua di gatto (e non nel senso di prodotto dolciario), estratto di cicoria, astanteria. Il tutto adagiato su un vellutato tappeto rotondamente merlottoso. Stavolta la pulita riconoscibilità dello stile ci ha quantomeno indirizzati verso la giusta collocazione geografica. E queste sono soddisfazioni. Madreselva 2007 – Casale del Giglio (merlot 50%, petit verdot 30%, cabernet sauvignon 20%).

Vino numero quattro. Ecco l’occasione per rispolverare un po’ la vecchia terminologia: colore rubino impenetrabile con unghia violacea. Archetti ampi e lacrime lente che lasciano intuire una grande quantità glicerica. Frutti gommosi di ogni forma e sfumatura cromatica, dal rosso colorante all’inconfondibile e inimitabile nero morositas. Tutto di grandi dimensioni: la ciliegiona, il mirtillone, il fragolone, molto masticabili. E poi camino spento e posacenere. Bocca respingente ai massimi termini, infuso di erbe amare, (dì, Socrate, ti ricorda un po’ la cicuta?) e concentrato di pomodoro dimenticato aperto.
Naso e bocca come doppia personalità di questa bottiglia. Uno mostra carni e rotondità, l’altra non risponde neppure al saluto. Patrimo 2000 – Feudi San Gregorio (merlot 100%).

Vino numero cinque. Caffè, torrefazione dove le macchine conservano a lungo le tracce fisiche dei caffè toccati, odore di museo (e, per la precisione, un astante ci tiene a specificare “egizio”, un museo egizio), naftalina e varechina e fiori secchi da un mese nel vaso. Cimiteriale, lugubre, vampiresco, scuro. Protagonista, co-protagonista e special guest: il tannino, dell’uva e presumibilmente del legno. Asciuga tutto, anche le macchie sulla tovaglia, e lascia la bocca stanca e infeltrita. Per tutti, all’unanimità, è sagrantino e stavolta l’autoplauso parte presuntuosamente prima della svestizione del guerriero. Chiusa di Pannone Sagrantino 2003 – Antonelli.

Vino numero sei. In comparazione con le tre precedenti, questa bottiglia si presenta all’apparenza più composta, in una veste da casa sobria e misurata, senza marchi in vista, senza sfilacciature. All’apparenza. Sotto il vestito si muove, seppure lentamente, un corpo animalesco, di pellame, tolfa, sacchi interi di cumino. La bocca è altrettanto incoerente con se stessa. Accoglie con una carezza di liquirizia per poi assestare un sonoro gancio che lascia suonati e asciutti come dopo un passaggio al microonde. Nonostante questo, al momento conserva lo scettro di migliore tra i rossi della sera. E non sono soddisfazioni?
Hernicus 2004 – Coletti Conti (cesanese del piglio 100%).

Vino numero sette. Un’altra dimensione. Non può essere che il fuoritema. Perché anche una Disgustazione prevede la presenza di un fuoritema. Sveglio, arzillo, noce moscata, chiodi di garofano, vitalità, un ricordo cuore di frutto rosso. Bocca altrettanto viva e sveglia, invita a svuotare il bicchiere (non nel crachoir, stavolta) e riempirlo di nuovo.
Anche in questo caso all’unanimità si decreta l’uva: è sangiovese. E sì che è sangiovese: Vigna Soccorso 2008 – Brunello Tiezzi.

Vino numero otto. E qui ci si ritrova di fronte al germe del dubbio. A perenne memento.
Davanti c’è una scatola di scarpe del colore della salsa barbecue. Morbidezze di sherry e boero si alternano a sferzate citrine e frustate d’erba amara, succo di mirtillo e sciroppo d’acero addolciscono il momento amaro, radici e corteccia intervengono subito a ristabilire una parità di ruoli e a calmierare presenza e assenza. Non si capisce bene se piaccia o non piaccia. Sui taccuini si susseguono cuori e teschi e faccette in giù e faccette in giù. Il momento è quello giusto per complimentarci con chi ha creato la successione dei vini, in maniera così perfettamente scientificamente casuale. Qualcuno dice che ‘si può bere’. Qualcun altro accenna un timido ‘non mi dispiace’. Lo spauracchio dell’imminente strip tease della bottiglia e del faccia a faccia col feticcio frena espressioni più articolate. Ma ci piace, ci piace, si vede dai visi. Asinone 1999 – Nobile di Montepulciano – Poliziano.

Vino numero nove. Il colore è quello di un Marsala. Ma di marsalato non c’è nulla. C’è maturità nei profumi e nei sapori, di fico, di nespola, di rabarbaro e di tamarindo. Sapido ed elegante, tannino aggraziato e senza alcuna aggressività. Riporta ai vecchi caffè mitteleuropei e di lì ai pergolati sul mare. Sole tiepido e brezza fresca, luce e penombra di bosco, un chiaroscuro che mostra la sua delicatezza, che mai fa pensare a mancanza di forza. Semplicemente, la forza non serve in questo istante. Barolo 1974 – Aurelio Settimo.

[Immagine: Wineverse.it]

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Alice in Wonderland

Nascere a Jesi è nascere a un bivio: fioretto o verdicchio? Sport è salute, per questo, con sacrifici e fatica, coltiva da anni le discipline dello stappo carpiato e del sollevamento magnum. Indecisa fra Borgogna e Champagne, dovesse portare una sola bottiglia sull’isola deserta azzarderebbe un blend. Nel tempo libero colleziona multe, legge sudamericani e fa volontariato in una comunità di recupero per astemi-vegani. Infrange quotidianamente l’articolo del codice penale sulla modica quantità: di carbonara.

4 Commenti

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Tino Bolla

circa 4 anni fa - Link

Pollice su perchè si degusta solo alla cieca, perchè si degusta solo senza insensati punteggi numerici, e perchè hai rinunciato a (quasi) tutti i marcatori ahimè ridicolmente tradizionali. Posso solo immaginare quanto imbevibile possa essere stato Planeta dopo Anselmi però.

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alessio planeta

circa 4 anni fa - Link

gentilissimo, grazie , un piacere sentirla

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Alice

circa 4 anni fa - Link

Faccetta sorridente. Grazie x il pollice su. La cieca per me è unica via, rischio di farmi influenzare più che dal blasone dell'etichetta da qualcosa di ancora più aleatorio, simpatie/antipatie personali. Inoltre, la cieca mi serve da psicanalisi. Sui descrittori, devo confessare che il cassetto della nonna l'avrei usato volentieri!

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Ben Bevendo

circa 4 anni fa - Link

Grande Alice in Wonderland!!!!!!!!

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