Metti una cena a sera #1 (Il duro lavoro del serial drinker)

di Emanuele Giannone

Per professare il gusto serve praticarlo. Dopo le riflessioni dal Caribe, le sue birre e l’astinenza forzata, dopo che a lungo mi sono coricato di buonora alla ricerca del vino e del tempo perduto, dans le temps ho ritrovato l’uno e l’altro. A Roma, non a Parigi; in quattro serate consecutive, di inusitato valore (auto)didattico e vero piacere. Tre convivi e un happening domestico. Una mezza maratona, una totale e vitale confusione, soprattutto un paradosso metapsichico. Da Tansonville a Borgata Fidene, dalla madeleine alla panzanella il passo non è breve ma il punto d’arrivo è miracolosamente lo stesso: un attimo affrancato dall’ordine temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l’uomo affrancato dall’ordine temporale. Si trattava nella fattispecie di affrancarmi da sei fusi orari e da certe latitudini che assassinano la vite. Ecco come è stato, raccontando qui tre serate. La quarta farà capitolo a sé per ragioni di lineamenti fondamentali e lotta di classe.

Lunedì.

Verdicchio di Matelica Collestefano 2012. Innamorarsi del Reno, del Riesling e di certe rapaci acidità prima di insediarsi a Castelraimondo potrebbe dare esiti raccapriccianti. Ma qui non è platonico l’innamorato, né pletorico o manieristico il suo intervento. Ne scaturisce un prodotto che rende futili le diatribe tra territorio e manico. Prodotto tecnico e autentico al contempo, con la prima accezione nel suo significato più nobile: elaborazione e non fabbricazione, connotazione giovanile e spigliata, non meccanica. Beva facile e di piena soddisfazione: sapido, agrumato, teso, esalta la sua giovinezza fondendo vegetale e minerale per offrirsi cristallino e rettilineo (citazione da Jean-Marc Gatteron, un altro vino ma la medesima agnizione). Fiori bianchi (robinia, sambuco), pera abate e mandorla amara per finire.

Ghemme Rovellotti 2001. Di Rovellotti avevo quasi sempre degustato – pardon, deturpato – annate da infanticidio: Alcol di qua, legno di là e marciavano compatti, in fila per due e senza alcun resto. La sorpresa è un vino fatto, incisivo nelle note balsamiche e speziate ma dai dettagli sorprendentemente delicati – i fini tratti floreali, di erbe alpine e sottobosco – calibrato in quelle tostate (café crème, mousse al caffè, cacao), sgrossato delle rotondità monotone, delle essenze dei vecchi e prematuri assaggi. Il tempo ha restituito equilibrio tra freschezza e stoffa, oltre alla rêverie del sale danese (fumé), il primo dopo l’ultimo viaggio a Billund (Ryanair). La rêverie est la vapeur de la pensée (V. Hugo). O anche di un sorso non scontato (ndr).

Gattinara Antoniolo 2007. Awful nice è ciò che non penseresti di poter dire su un vino come questo e a quest’età. Invece, cominciando dai profumi intensi di frutti neri su uno sfondo pieno, carnoso, proseguendo con il sorso succulento, fendente e verticale, l’entusiasmo è lecito. Dissetante, facile ma lungi da ogni banalità (e infatti il ferro, l’arancia e gli altri cenni amari ne attestano senza equivoci la cittadinanza. Per ius soli). Sensazioni finali amaricanti, liquirizia dolce, trinciato e genziana.

Brunello di Montalcino Tiezzi Vigna Soccorso 2006 (magnum). Poco più svolto che all’ultimo assaggio, una variazione sottile sul tema di unità e tensione ancora raccolte. È pieno, concentra frutto succoso, rosso e nero (ciliegia, melagrana, ribes, mora, prugna, rosa canina), ricordi della buccia d’uva, fiori rossi, timo, cenni di terra e spezie. Lo sviluppo al gusto è una piena e lenta cadenza di terra, frutti, cera e ibisco, spessa ma sostenuta da una freschezza organica e vibrante, insieme ai tannini ben temperati.

Martedì.

Secondo Clive Coates è il comune più importante al mondo per i vini bianchi; le espressioni di maggior pregio, sempre secondo Coates, andrebbero assunte genuflettendosi e rendendo grazie. Dalle nostre parti, e segnatamente in occasione del corso sulla Borgogna presso l’AIS-Roma, il docente non prescrive genuflessioni ma gli vanno rese grazie per la selezione di un’altra memorabile batteria.

Puligny-Montrachet Les Levrons 2010 Domaine Huber-Verdereau. Sotto la nota boisée ancora marcata (il vino matura per 18 mesi in botti nuove per il 75%, con tostature importanti), impressioni gradevoli di fiori bianchi, zucchero a velo, pera, confetto, muschio bianco e melata. Al sorso è fin dall’impatto piuttosto caldo e solido, nello sviluppo dispiega una precisa rispondenza gustativa; freschezza di controcanto, intonata e progressiva, ancorché non dominante. Un’apertura di sostanza.

Puligny-Montrachet 1er Cru Les Referts 2009 Domaine L. Carillon et Fils. Questo climat rappresenta la parte soda, spessa e robusta di Puligny; le versioni più calibrate vengono forse da produttori di tatto più che di taglia, come François Carillon. Il naso è innanzitutto cava e fonte, pietra bianca calda e acqua nebulizzata, quindi acqua di fiori d’arancia, scorza di cedro, fiori di campo e un curioso riflesso solare e aromatico che rimanda al girasole. La profondità minerale arriva a note marine e qui si contrae, parallelamente allo sviluppo che si stringe in una leggera nota solfitica. Al gusto lo stacco rispetto al primo vino è netto per qualità del sale e nerbo, progressione e persistenza.

Puligny-Montrachet 1er Cru La Quintessence 2010 Thierry Matrot. A sorpresa, nell’attesa di un nuovo acuto, arriva un suono basso e caldo. Selezione dai due crus Les Chalumaux e Clos de La Garenne e unico vino della Maison maturato con utilizzo di botti nuove (50%). Naso di miele (erica e tarassaco), pasta di nocciole, gelso bianco e frutta sciroppata, sullo sfondo una fuga di temi speziati (il sesamo e finalmente il redivivo! Il pluricitato e quasi sempre a sproposito: le cardamome retrouvé), poi balsamici ed eterei (propoli, sapone di Aleppo, cera, fieno greco). Tratti da vendemmia tardiva. Al palato è onctueux, ampio e stratificato, ma senza sacrificare slancio, né unità gustativa: a estratti e morbidezze fanno da vettori freschezza e sapidità veramente organiche. Finale con cenni di brioche, frutta secca, iodio e lievito.

Postilla. Ancora a proposito di rêverie. Troppo grullo (io) per essere vero – pensavo – ma gustando questo vino ho fantasticato di una digressione sul Mâconnais. Il Viré-Clessé dei coniugi Verget quando non deborda in versione sabbatica, o quello del Domaine Valette (ad esempio il 2005), o del medesimo domaine il Pouilly-Vinzelles. Troppo grullo. A discolpa: gustai quei tre vini in abbinamento a una poularde trouffée, servita con il suo fondo di cottura rinforzato di Madeira e foie gras. Sontuosa pollastra, rievocata dal vino di Matrot.

Bâtard-Montrachet Grand Cru 2009 Domaine Ramonet. Un’idea dell’impennata arriva già al primo contatto e richiama e ricolloca i tre vini precedenti: pamphlets, pagine di ottima fattura, caratteri chiari e temi svolti tanto bene da risultare subito comprensibili. Pagine facili e per questo belle da assorbire. Qui è un altro leggere. Legatura di prestigio, apri, seconda di copertina, annusi, sfogli, titolo, colophon, sfogli, infine l’indice, e già questo da solo occupa numerosi fogli. Sarà così per questo e per i due vini successivi, in crescendo. Qui, per cominciare: la miglior tostatura, la più leggera e fragrante provata da tempo. Una complessità vertiginosa perché profonda e insinuata, non affiorante: fava di cacao, cappero, fungo, salamoia, gelato di caffè, pula, Vollkornbrot. E subito sotto il bianco: calce, cemento, pietra calda, fiori, un frutto acidulo. Naso – convengono molti dei presenti – da grande Blanc de Blancs. Bocca: indice delle possibilità, ne racconto un paio. L’anabasi del limone: all’inizio è tenue, germinale, cresce in progressione, serra il ritmo, detta la cadenza (e chiude in quintetto con mandorla tostata, anacardo, biancomangiare e sciroppo di sambuco). Il peso falso: al sorso si annuncia caldo, carnoso, pieno di suggestioni morbide (creme, meringa, miele), di polpa di frutti maturi, nocciola e frutta esotica candita. Come lui sparigli le pagine è un mistero, la soluzione è comunque evidente: agilità della progressione, facilità di beva, sovrana potenza e nessuno, proprio nessun peso. La sensazione finale: quello che tutto, proprio tutto sia al posto giusto.

Chevalier-Montrachet Grand Cru 2008 Bouchard Père & Fils (Domaine). Da una parcella di proprietà del domaine dal 1838 (non è un vino di négoce). Si cresce, sembrerebbe anche nel senso di maggior elevazione: da terreità ad etereità. Naso chiuso e rarefatto, con poche e dosate effusioni, di essenziale finezza: mela verde, verbena, foglia di limone, cedro, pietra bagnata, pioggia, cenni agrumati più intensi nello sviluppo. Bocca più espressiva: al sorso bilancia una freschezza tagliente, non caustica, da grande Chablis, con energia e presenza. Sobrio e distinto, un vino di perfetta postura: charpente e muscolatura lunga, fisiologia ed equilibrio, nessuno sforzo o acrobazia.

Montrachet Grand Cru 2009 Domaine Ramonet. Provaci, se ci riesci. È come il francese, la lingua che stai apprendendo a fatica. Espressione di concentrazione e intensità aromatica. Impressioni: anice, tiglio, acqua marina, acqua di fiori (sambuco, pesco), gelatina di kiwi, lino, coloreria, pietra focaia, biscotto e lievito. Quel type d’esprit êtes-vous? Al sorso primeggia per energia e grip, senza risolvere il nodo della presenza non evidente, un fondo ampio e teso, denso e non pesante. La progressione è serratissima, fatta di particolari estremamente fini, a tratti veramente delicati, una sequenza di infiniti punti convergenti a un quadro ancora futuribile. Innumerevoli aromi in potenza, tavola periodica degli elementi, una sensazione di linda e intonsa densità in persistenza. Quelle creature surnaturelle es-tu? Nessuna risposta.

Giovedì.

Boca Campo delle Piane 1985 La Meridiana – Antonio Cerri. Reblochon, Livarot, Munster. Titubavamo. Per accontentarli, per non scialbarli, perché mai dargli un vino di ruggine e marne, fungo e china ed erbe e sale? Pensavamo male. Alternative più caute e disponibili in casa? Guardo la mia metà: take a look at me now / there’s just an empty space. A Boca non c’è niente che richiami l’immagine di croste provenzali, alsaziane e normanne. Pensavamo al troppo sale, ma pensavamo male: against all odds (e solo con l’aiuto di un poco di pane al latte e semi di sesamo per il Munster) siamo usciti vincenti. La degustazione vera e propria l’ha conclusa un cit di 3 anni e un po’:«Fragola, erbette e poca menta. E ferro. E candele. Buono. Papà posso mettere il dito?». Messo, assaggiato. Signor Cerri, se stava guardando quaggiù: scuserà, capirà. Io le sono infinitamente grato.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

6 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 7 anni fa - Link

El Cit promette bene, benissimo. Da come parla ho il sospetto che magni bene, appunto. Mi chiedo come reagiranno le maestre d'asilo a colloquio con il genitore. Emanuele Giannone è il Principe del Low Post, nel senso che se andate di fretta, meglio lasciar perdere. Io invece me la prendo comoda e fra gli strati del suo lèssico mi ci trovo proprio bene.

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Nelle Nuvole

circa 7 anni fa - Link

Slow Post, intendevo. Il Low Post appartiene ad altri.

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manilo

circa 7 anni fa - Link

Arinizio come te scordi di mettere l'e-mail te sega tutto, sperando di riscrivere con la stessa enfasi (fate qualcosa) Beh in qualcosa ero presente e nell'ultima ne faccio parte. Ti sei scordato o non ti sei bevuto o non ti è piaciuto il pinot grigio di Terlan, forse padre Alessio può dir qualcosa. Molto d'accordo su Collestefano, fatto scorta di bottiglie e di magnum, non se sa mai te viene na voglia. Fra Gattinara e Ghemme, due vini diversi, però preferisco Antoniolo, non è che l'altro lo butto. Tiezzi pareri discordanti in sala, un patty,una fetta... sai c'erano molti Sangiovesisti,io non ero d'accordo neanche con Romina,io l'ho apprezzato, anzi ti dirò di più, si farà qualcosa in futuro e stavolta Caribe,traslochi,e mezza italia permettendo ti voglio presente. 1985 il tuo,il suo,il mio,il loro ed il nostro Boca top player, il sig Cerri ci ha lasciato qualcosa da raccontare, poi con Christoph 2006 a secchi,il 2008 consigliatomi di scorta ma non ancora bevuto, lo aspetto,lo coccolo e poi lo tracanno. Lunedì, non ti vidi con quadernino, sei andato a braccio come i poeti di una volta? PS: carissima NN chissà se in quel di Roma, una sera capiti con Enoi, all'ultimo minuto, qualcuno volentieri farà glass sharing con te.

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Low va bene uguale. Devo ragionare sulle sue implicazioni, lo farò.

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Armando Castagno

circa 7 anni fa - Link

Metri e parecchi sopra a quasi tutto / quel che si legge in questo monno infame.

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Emanuele

circa 7 anni fa - Link

Takk for besøket. (Gli scandinavi non si scambiano compulsivamente visite, né ringraziamenti. Forse proprio per questo la frase è molto più calorosa e sentita del nostro corrispondente, varrebbe a dire "grazie per la visita".) Takk for besøket.

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