Mare&Mosto batte VinidAmare 10 Sciacchetrà a 1. Contiene degustazione comparata di passiti ma anche di fiere

Mare&Mosto batte VinidAmare 10 Sciacchetrà a 1. Contiene degustazione comparata di passiti ma anche di fiere

di Fiorenzo Sartore

Nel giro di un paio di settimane nel mese di maggio in Liguria si sono sommate due rassegne quasi identiche, cioè due fiere essenzialmente focalizzate sulle produzioni vinose locali. VinidAmare si è tenuta domenica 3 e lunedì 4 maggio, e si presentava come “L’evento dedicato esclusivamente ai vini liguri, prodotti a denominazione di origine controllata, indicazione geografica ma anche i biologici, i passiti, gli spumanti e tutti quei vini della nostra bella regione”. Mare&Mosto, nei giorni di domenica 17 e lunedì 18 maggio, annunciava invece che “Il mare, elemento imprescindibile della Liguria e il mosto, nel suo continuo divenire, rappresentano l’essenza del vino di questa regione e come tali sono diventati il simbolo dell’evento che vuole rappresentarlo nella sua forma migliore”. Le due rassegne erano ospitate in cornici (già sai) alquanto splendide, una a Camogli e l’altra a Sestri Levante, sulla Baia del Silenzio. Insomma due fiere parenti e curiosamente semi-sovrapposte.

Ci sarebbe da dire, in proposito, che VinidAmare rappresenta un appuntamento storico, non sempre riuscitissimo, che però ha perso l’appoggio organizzativo della locale sezione AIS. Quei sommelier hanno peraltro settato al volo un’altra rassegna, che è appunto Mare&Mosto. Potrebbe apparire una classica bega tra sommellerie ed enti pubblici, e forse lo è, fatto sta che la rassegna camogliese, orfana, ha mostrato un bel po’ le corde sul piano organizzativo. Ho assistito personalmente all’affanno con cui i pur volenterosi sommelier Fisar, a Camogli, hanno lavorato nei banchetti d’assaggio. Li ho visti pure armeggiare eroicamente coi loro smartphone a scaricare le schede dei vini dai siti dei produttori, per rispondere alle noiosissime domande di quelli come me. Soprattutto, ho notato a Camogli l’assenza vera e propria di aziende annunciate come partecipanti. Insomma, a voler essere benevoli, VinidAmare ha (ancora) ampi spazi di miglioramento, quindi auguri per l’anno prossimo.

Molto meglio, devo dire, Mare&Mosto, sia sul piano organizzativo che sul numero e sul livello delle aziende liguri partecipanti. Inoltre quella rassegna aveva in programma alcune degustazioni didattiche di grandioso interesse. Tra queste non mi sono fatto sfuggire “Lo Sciacchetrà: orizzontalità e verticalità delle Cinque Terre”: un assaggio comparato di ben dieci formidabili, rarissimi e iconici passiti delle Cinque Terre. Su questo vino molto si potrebbe dire, e finiremmo per ripetere che appunto si tratta di un prodotto estremo sotto molti punti di vista: è difficile da trovare, dati i numeri incredibilmente esigui, e nello stesso tempo ha l’immagine di prodotto cult, certo enfatizzata dalla sua rarità, unitamente all’elemento territoriale aspro, che fisicamente consente solo quantità ridotte. Fatto sta che vederne ben dieci tutti allineati ha rappresentato un’occasione più unica che rara, considerando che erano presenti, anche, i produttori.

Ecco, di seguito, i miei appunti sugli Schiacchetrà in assaggio a Mare&Mosto.

1) Cinque Terre Sciacchetrà 2012 Buranco (Luigi Grillo). Colore brillante, chiaro, naso di frutta secca; bocca segnata dalla dolcezza pronunciata e un po’ sciropposa.
2) Cinque Terre Sciacchetrà 2011 Sassarini (Marzia Raggi). Il colore è intenso, profuma di miele e datteri. In bocca è delicato, vira sulla finezza.
3) Cinque Terre Sciacchetrà 2011 Litan (Orlando Cevasco). Ambra nel bicchiere, naso iodato, marinaro e salmastro, con fichi secchi. La bocca è intensa, armonica.
4) Cinque Terre Sciacchetrà 2010 Begasti (Giampaolo Brandani). Colore cupo, naso denso di rimandi salmastri (acciughe) e quasi medicinale, con note verdi (menta). Bocca conseguente, di bella lunghezza e complessità.
5) Cinque Terre Sciacchetrà riserva 2010 Terra di Bargon (Roberto Bonfiglio). Qui il bouquet si annuncia solo un po’ chiuso, stretto, come compresso in una fase giovanile dove però si individuano note salmastre. In bocca è snello e agile.


6) Cinque Terre Sciacchetrà riserva 2009 Coop. agricola 5 Terre (Gianfranco Vita). Appare composto e fine, forse tra tutti il meno esplosivo.
7) Cinque Terre Sciacchetrà riserva 2009 Possa (Samuele Heidy Bonanini). Colpisce per i profumi larghi, esorbitanti, che mi fanno pensare a certi Pedro Ximenez. Forse non elegante ma certamente spicca tra tutti, appare sopra le righe: personale, quindi.
8) Cinque Terre Sciacchetrà 2008 Cheo (Bartolo Lercari). Si conferma una certezza: miele amaro e sale, dolcezza bilanciata e bocca possente.
9) Cinque Terre Sciacchetrà 2008 Albana La Torre (Maria Beghi). All’insegna della complessità olfattiva, quindi intrigante, forse solo limitato da una dolcezza larga non accompagnata da altrettanta freschezza, ma ugualmente di grande soddisfazione.
10) Cinque Terre Sciacchetrà 2005 La Polenza (Lorenzo Jerry Castè). Sottile, nervoso, più eleganza che magrezza ma certamente si distingue perché non flette i muscoli. Bocca setosa.

Come detto, la situazione a Camogli era un po’ diversa: domenica ho trovato solo uno Sciacchetrà, Capellini (il giorno successivo ai tavoli c’era anche Buranco) e il suo assaggio ha avuto una dinamica un po’ avventurosa: sulla passeggiata di Camogli, al tavolo cumulativo dei vini di levante c’era una sola mezza bottiglia di passito, subito esaurita. Ne era sopravvissuta una dose omeopatica nel bicchiere di una gentilissima sommelier, che pure ha accettato di farmi provare. Considerate anche che ho trovato questo passito così grandioso da volerlo acquistare per i miei commerci, quindi questo vale come il solito disclaimer e prendete le sue note di assaggio per quel che valgono, cioè come il due di picche quando la briscola è fiori. Comunque sia, ecco l’undicesimo della lista:

11) Cinque Terre Sciacchetrà 2012 Vinbun (Luciano Capellini). Colore ambra cupo, naso suadente di miele e datteri, bocca tesa, dolcezza intensa ma con grazia.

Un po’ di considerazioni finali: ho trovato, in genere, vini improntati alla dolcezza e all’eleganza, senza note ossidative vagamente vinsanteggianti, che quando si accompagnano alla scarsa dolcezza finiscono per caratterizzare quel passito sull’austerità. Mentre questi Sciacchetrà avevano invece tutti una mielosità di fondo, quasi mai sbilanciata, e spesso anzi sorretta da elementi aromatici e gustativi che inevitabilmente richiamavano il salmastro: a costo di apparire suggestionato dalle visioni di quelle terrazze a picco sul mare, la presenza delle nuance iodate finiva per accrescere enormemente il sex appeal degli Sciacchetrà. Certo, permane il problema della scarsa reperibilità di quasi tutte le etichette che ho elencato, che fa il paio con i prezzi di vendita: anche quando riuscirete a comprare direttamente in cantina, non andrete sotto i trenta euro per la mezza bottiglia, nella più fortunata delle ipotesi.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

2 Commenti

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Sottonoce

circa 4 anni fa - Link

Questo articolo è l'esatto prototipo di ciò che mi piacerebbe leggere quotidianamente su Intravino, ricco di utili considerazioni, esaustivo e del tutto scevro da orpelli e ridondanze. Ma soprattutto parla di vino, quello vero, quello che in un attimo mi ha riportato alla memoria gustativa uno splendido Sciacchetrà 2004 Walter de Battè assaggiato circa 5 anni orsono in quel di Monterosso, facendomi tornare d'acchito la voglia di riassaggiare nuovamente questo raro e pregiato prodotto. Bravo, Sartore, e grazie per le preziose delucidazioni che terrò sicuramente di gran conto. Keep up the good work!

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camillako

circa 4 anni fa - Link

Vorrei tanto tanto tanto che gli eventi pubbluci fossero anticipati piu che riportati dopo il fatto di modo che gli appassionati non passino accanto a belle manifestazioni

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