Mai sentito parlare di ibridi interspecifici? Vin de la Neu e le nuove frontiere del bio

Mai sentito parlare di ibridi interspecifici? Vin de la Neu e le nuove frontiere del bio

di Andrea Gori

Immaginatevi di possedere un vigneto in montagna, coccolato per anni come un pezzetto della vostra vita, messo da parte per il futuro, mentre girate il mondo come enologo in una notissima cantina conosciuta sui mercati globali. Immaginatevi di aver finalmente il via libera per vendemmiare e imbottigliare per conto vostro. E che il giorno giusto sia arrivato una metà di ottobre, dopo un lunghissimo periodo di maturazione sui tralci senza muffe e problemi nonostante pioggia e clima difficile.

A questo punto aggiungete che, visto che siamo a Coredo in Val di Non, può anche succedere l’imprevedibile: tipo una nevicata che copre il vostro vigneto a 800 metri sul livello del mare proprio quella mattina. Se aveste scelto in vigna un vitigno classico, probabilmente oggi non ci sarebbe niente da assaggiare, dentro questa piccola bottiglia renana sormontata da ceralacca bianca. E invece.

Continuiamo a leggere tanto sugli ibridi interspecifici, ma non è così facile incontrarne uno da assaggiare. La caparbietà e la curiosità di Nicola Biasi (premio NextInWine 2015 per Bibenda) hanno reso possibile questo interessante esperimento enologico che sta diventando anche un’operazione commerciale vera e propria, visto che la sostenibilità ecologica ed economica di queste coltivazioni, naturalmente resistenti a peronospora e oidio, è ancora tutta da valutare sul campo.

Per avere un’idea del rendimento della varietà in oggetto basti pensare che in un’annata terribile come la 2014, con 1500 mm di pioggia, non c’è stato bisogno di trattamenti. Il terreno è poverissimo e con l’alta densità (16 mila ceppi per ettaro) si riesce a spingere le radici in profondità. Il resto è tantissimo lavoro manuale con i filari a poco più di un metro l’uno dall’altro, mobilità possibile solo a piedi – che preserva dal compattamento. Per gli amanti dei dettagli, la varietà utilizzata è lo Johanniter, uva bianca costituita nel 1968 da Johannes Zimmerman presso l’Istituto Statale di viticoltura di Friburgo, in Germania, unendo come padre un incrocio tra Riesling e Seyve Villard 12481 e come madre un incrocio tra Pinot Grigio e Chasselas. Pressoché sconosciuta in Italia, solo recentemente ne è stata autorizzata la coltivazione.

Il Vin de la Neu che siamo riusciti ad assaggiare è stato vendemmiato il 12 ottobre 2013 (sotto la neve, come dicevamo), successivamente vinificato con chiarifica statica e fermentazione alcolica in barrique di rovere francese da 225 litri. Seguono dieci mesi sulle fecce con frequenti batonnage, e infine l’imbottigliamento ad agosto 2014 con una tiratura limitatissima di 300 bottiglie. Per gli amanti dell’analitica parliamo di un vino con acidità totale di 7.2 gr/litro e volatile 0.32 gr/litro, pH: 3.12 e zuccheri residui: 1 gr/litro con alcool notevole ma integrato perfettamente nella struttura, 12.95% Vol.

Vin de la Neu 2013 Johanniter si presenta con colore giallo con riflessi dorati ammalianti, naso che rende giustizia sia alla bella speziatura del Pinot Grigio, qui in versione decisamente matura, quasi alsaziana, ma che al contempo mantiene le note del Riesling più caldo (stile Pfalz) tra albicocca, sambuco, gesso e spunti di pietra focaia appena accennati. Note agrumate quasi candite e freschezze floreali di tiglio e acacia nonché fruttate di mirabelle, con tocchi di zenzero e sapidità palpabile anche all’olfatto. Bocca che stupisce, iniziando pacata e semplice ma crescendo alla distanza con note piccanti e di speziatura, con un’acidità viva che contrasta corpo e struttura, fino al finale lungo, appassionante e stimolante. Tanti elementi nel bicchiere ma in un’armonia davvero affascinante. 92

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

8 Commenti

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Daniele Longhi

circa 7 mesi fa - Link

Bello, da uno che proviene della piu nordica val di sole complimentissimi...chissa che con il cambiamento climatico prima o poi si riesca a far del buon vino anche quassu...

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Daniele Longhi

circa 7 mesi fa - Link

A proposito di ibridi interspecifici qui in inghilterra fanno vini con le varieta Solaris (bianco) e Rondo (rosso). Creati l uno nel 1975 e l altro nel 1964 hanno entrambe la caratteristica di essere immuni a certi tipi di disease, come dicono qui, e di early ripening o veloce maturazione...li ho assaggiati entrambe , prodotti nel Lincolnshire, il bianco e buono e rinfrescante, molta acidita con mela e limone;il rosso di soli 11,5 gradi non lo giudico anche perche era rifermentato in bottiglia ed era abbastanza frizzantino...pass...

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Francesco Garzon

circa 7 mesi fa - Link

Visto che glia altri tre sono della specie vitis vinifera, presumo che quello che non lo è sia il Seyve Villard 12481. Il risultato non è da sottovalutare.

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gianpaolo

circa 7 mesi fa - Link

IGA di Udine ne ha giusto registrati 10, 5 rossi e 5 bianchi. L'errore grande Andrea, se mi permetti, è definirli naturali, tanto per distinguerli da...cosa (gli OGM non sono ammessi)? Col cavolo che lo sono, e meno male. Sono il frutto di tanto lavoro di miglioramento genetico fatto da ricercatori in anni di incroci, reincroci, ecc. Di naturale, in questo non c'e' nulla, e va bene cosi. Cominciamo a dirlo alla gente cosi' smette con le paranoie di suddividere le cose tra buoni e cattivi?

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Andrea Gori

circa 7 mesi fa - Link

D'accordo con te, in effetti sarebbe un buon inizio... Il concetto di naturale deve cambiare prima che sia troppo tardi e ci infiliamo in un cul de sac pericoloso.

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Davide

circa 7 mesi fa - Link

Qui, in Val Rendena, fanno Dedit, con Solaris. I risultati, ad oggi, diversi, purtroppo.

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Andrea Gabbrielli

circa 7 mesi fa - Link

Per ibrido si intende un incrocio tra specie di viti diverse, per esempio tra Vitis vinifera e Vitis labrusca oppure con Riparia, Aestivalis, e così via. I nuovi vitigni, sviluppati a Udine dall'Università e dall'Istituto di genomica applicata, rispetto agli interspecifici di precedente e di più antica costituzione, compresi il Solaris, il Regent, ecc., contengono oltre il 90% del genoma della Vitis Vinifera rispetto alla presenza di genoma delle Vitis, portatrici di resistenza.. Si tratta di 5 uve a bacca bianca e 5 a bacca rossa così denominati: fleurtai, soreli, sauvignon kretos, sauvignon nepis, sauvignon rytos, cabernet eidos, cabernet volos, merlot khorus, merlot kanthus, julius. Tutti e dieci ora sono presenti nel Registro nazionale delle varietà di vite e quindi sono coltivabili su tutto il territorio nazionale.

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luigi bagassi

circa 5 mesi fa - Link

Comunque questi vitigni si chiamano PIWI acronimo del termine tedesco pilzwiderstandsfähig, che significa resistente alle malattie fungine..

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